3 settembre: Domenica della XXII settimana del Tempo ordinario

La prima lettura è un brano delle «confessioni», amare e dolorose, di Geremia per le ostilità che il profeta incontra nell’esercizio del suo ministero. Sono testi caratteristici di Geremia e assai importanti perché all’origine di una tradizione letteraria sul tema del profeta perseguitato.

Un ministero scomodo
Il ministero profetico, soprattutto, non è una vocazione alla tranquillità: è scomodo e scomodante. Geremia vorrebbe sottrarsi all’ingrato compito; ma la parola di Dio gli brucia dentro con tale urgenza che non può contenerla. La sua anima è terreno di battaglia dove si scontrano potenze difficilmente conciliabili fra loro: Dio, il mondo, la ricerca di se stesso. Al profeta non rimane che una possibilità: lasciarsi sedurre dal suo Signore.
Diverso è l’atteggiamento di Gesù. Per lui la sofferenza, la passione e la morte non solo non sono uno scandalo, ma sono in certo qual modo una conseguenza della situazione di peccato dell’uomo. La morte è la «sua ora» che si avvicina. E’ necessario che egli si rechi a Gerusalemme e soffra molto da parte degli anziani e dei sommi sacerdoti.
Nelle parole di Gesù la sofferenza e la morte non sono semplici previsioni di un fatto, fondate sulle circostanze (rifiuto da parte dei capi del popolo), ma qualcosa che «deve» venire, un momento specifico e determinante già prefigurato e preannunciato dai profeti nel piano salvifico di Dio.
Con queste affermazioni Gesù si stacca completamente dalle comuni concezioni messianiche del suo tempo, condivise anche dai suoi discepoli. Non è un messia politico, ma neppure un semplice profeta, bensì colui che è mandato a dare la sua vita.
E’ sintomatico come reagisce Pietro a questa rivelazione di Gesù: lui che, ammaestrato dal Padre, aveva confessato la missione messianica e la figliolanza divina di Cristo, ora, con incoerenza tipicamente umana, rifiuta con decisione l’immagine di un messia sofferente, di un servo crocifisso.

L’unica via per realizzare il profondo valore dell’uomo
La rinuncia alla propria vita e la sofferenza non sono però viste dal vangelo, né come una necessità cui rassegnarsi, né come una eroica ma disperata oblazione alla morte. Piuttosto sono considerate come la via per mettere in luce il profondo valore dell’essere umano.
Le parole di Gesù ci mettono di fronte due diversi modi di concepire la vita: quello che ragiona secondo la «carne e il sangue» e quello che vede le cose e gli avvenimenti con gli occhi di Dio. C’è infatti chi attende la salvezza dal successo terreno, dalle cose, dal «guadagnare il mondo intero», e quindi organizza la sua vita e la sua attività in questo senso; e c’è chi aspetta la salvezza dalle mani di Dio e a lui totalmente si affida, vivendo nella fedeltà alla sua parola e alla sua chiamata, anche se agli occhi del mondo «perde la sua vita» e va incontro al fallimento e all’insuccesso. Le due mentalità non dividono gli uomini su due schieramenti opposti; esse possono convivere nell’animo dello stesso individuo: nell’animo di Pietro, per esempio, che è pronto a confessare Gesù, messia e figlio dei Dio vivente, ma che subito dopo diventa «satana» perché cerca di allontanare Gesù dalla sua missione e dalla volontà di Dio.
C’è anche un altro modo di tradire la parola di Gesù: quello di accettarla sul piano teorico o dell’affermazione verbale per poi smentirla puntualmente nella prassi e nella vita. Quante volte ascoltiamo e ripetiamo senza batter ciglio le esigentissime e compromettenti affermazioni di Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce…», «Chi vuoi salvare la sua vita la perderà…», «A che serve guadagnare il mondo intero?». Alle esplosive affermazioni evangeliche opponiamo continuamente le barriere della nostra pigrizia e mancanza di volontà di conversione, le svuotiamo della loro radicalità, le riduciamo a slogans, a modi di dire paradossali, ma innocui.

La tecnica del compromesso
Sono tipici di certi cristiani alcuni atteggiamenti e comportamenti individuali, ed anche comunitari, dove la politica prevale sul vangelo, e il «modo di ragionare secondo gli uomini» la vince sul «modo di ragionare secondo Dio».
Da parte di certi cristiani, allenati a scendere a patti con tutti, si può celebrare l’Eucaristia, annuncio della morte e della risurrezione di Cristo, senza entrare in comunione con Cristo, con i fratelli; ci si può confessare (la metánoia, il cambiamento radicale di logica e di condotta!) senza convertirsi; ci si può credere cristiani e accettare solo una parte di Cristo.

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