L’intervista al prof. Monda su “Credere”

Questa settimana trovate il prof. Andrea Monda nella copertina della rivista settimanale CREDERE, con all’interno una bellissima intervista! http://www.credere.it/

Riportiamo qui sotto l’intervista, disponibile anche su web http://www.credere.it/n-47-2015/andrea-monda.html

Non c’è più religione. O forse sì

È il protagonista del docu-reality Buongiorno professore e qui ci racconta perché l’ora di religione è la Bella addormentata della scuola italiana

Le telecamere s’insinuano in classe. A un reality sui banchi di scuola non ci aveva ancora pensato nessuno. Se poi si svolge nell’ora di religione, all’originalità si aggiunge la temerarietà. Accade nel centro di Roma, al liceo Pilo Albertelli. Buongiorno professore è la nuova trasmissione di Tv2000 che coprirà tutto l’anno scolastico. Alla cattedra, il “prof” Andrea Monda.

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Andrea Monda durante il programma “Buongiorno Professore”

 

Andrea Monda (49 anni) a colloquio con un suo studente (foto di Michele Palazzi/Contrasto).

Prima di tutto, come si svolgono le riprese?

«Non c’è un copione. Certo, sono lezioni che faccio da anni, ma poi avviene come in classe… inizio a parlare di un tema e non so mai come risponderanno i ragazzi. Però abbiamo un patto: dopo il ciak, le riprese procedono senza interruzione».

Quindi… è sempre «buona la prima»!

«È un docu-reality (cioè un reality che documenta momenti di vita reale, non una situazione costruita, ndr). Ho voluto far vedere cosa succede durante l’ora di religione, che non è catechismo e tanto meno sociologia da bar, ma una disciplina scolastica basata su una forte mediazione culturale. Che significa? Che i princìpi del cristianesimo sono mediati con ciò che accende l’immaginazione. Cioè arte, film, poesie, scienze, filosofia…».

L’ora di religione è un po’ la Cenerentola della scuola italiana…

«O forse è la Bella addormentata. Ha tante potenzialità. È un insegnamento dove non c’è paura, e questo può essere un limite ma anche un punto di forza, perché permette a studenti e professore di mettersi in gioco. Un “gioco” che è l’unica cosa davvero seria».

Si possono insegnare chimica e letteratura… Ma si può insegnare la religione?

«Senz’altro non si può insegnare la fede. La religione s’insegna a seconda del grado di compenetrazione tra vita e scuola. Il prof di matematica può essere più distaccato verso la sua materia – se divorzia non scuote Euclide –, mentre il prof di religione deve starci dentro. I contenuti devono essere preparati in modo ricco e puntuale, ma senza fossilizzarsi sulle competenze, perché s’insegna per lo più attraverso la testimonianza. Bisogna lavorare sulla relazione con gli studenti. Senza quella, non passa niente».

Un’obiezione comune: «Non sarebbe meglio un corso di storia delle religioni»?

«Precisiamo le parole. Non studiamo le “religioni” ma la religione cattolica, per la stessa ragione per cui studiamo la letteratura italiana e la filosofia greca e non la letteratura della Nuova Guinea o la filosofia thailandese. Il programma ministeriale prevede cenni sulle altre religioni – soprattutto sui grandi monoteismi – ma al centro resta quella chiave di comprensione dell’Occidente che è il cristianesimo».

Qualcuno ha cambiato la tua immagine dell’ora di religione?

«Domenico Gorgolini, il mio prof delle medie. Persona che sapeva fare il suo mestiere, ma anche molto di più. Era paziente, tanto. Uomo un po’ goffo, oggetto dell’ironia di noi ragazzi delle medie, ma la sua bontà e disponibilità mi hanno segnato. Nell’oblio indifferenziato che spesso è la scuola, restano poche cose importanti. O meglio, non cose: restano le persone. Mi è rimasto dentro per il suo tratto umano».

Come sei finito a calcare le sue orme?

«Un po’ per caso. Laureato in legge, dopo undici anni di lavoro in banca avevo raggiunto un ottimo stipendio e una noia mortale. Per prendere una boccata d’aria cominciai a studiare alla Gregoriana e, con il diploma, seppi che potevo insegnare religione. Era una cosa che avevo sempre desiderato fare, senza rendermene conto. Per prudenza presi un anno di aspettativa, ma mi divertii subito. Il rapporto e la fatica con i ragazzi mi conquistarono. Lasciai la banca. Insegno da quindici anni».

Dalla banca ai banchi di scuola. E dopo di te…

«Mia moglie. Vedendomi rifiorire – e con degli orari di lavoro più umani – si decise anche lei. Chiuse i rapporti con un’agenzia di assicurazioni, prese il titolo e ora insegna religione alle medie. Cosa che io non riuscirei mai a fare!».

Le delusioni più profonde del mestiere?

«In alcuni casi ritrovo a scuola situazioni che speravo chiuse in banca, contesti dove la noia della burocrazia non lascia scampo. Quest’anno mi hanno affidato la “funzione strumentale dell’orientamento”, basta il nome per mettermi angoscia!».

E le gioie più grandi?

«Il lavoro dell’insegnante è un lavoro da seminatore. Ogni tanto hai la percezione di vedere qualche germoglio e questo ti emoziona veramente. Pensi che forse ce ne sono tanti, solo che non li vedi».

In fondo, neppure il professor Gorgolini poteva immaginare che lo avresti seguito…

«Proprio così. A volte un ex studente ti dice: “Non dimenticherò mai quella lezione in cui lei ci disse…”. E tu hai il buio più completo. Magari a dirtelo è quello studente che dormiva, o almeno, avevi solidi indizi per crederlo. Ecco, questa gioia è impagabile».

Vuoi condividerne una?

«Tempo fa un mio articolo venne ripreso da un blog anticlericale e fui attaccato come il “classico prof di religione che indottrina gli studenti”. Non ne sapevo nulla, me lo dissero i ragazzi. Risposi di lasciar perdere. Anonimamente, una studentessa gli scrisse una lunga risposta. Diceva all’incirca: “Io non credo, ma partecipo alle lezioni del prof. Monda, perché non inculca nulla. Perché ci educa a pensare. Ma soprattutto… perché è l’unico professore che quando ci incontra nei corridoi ci saluta e ci chiede come va”».

Testo di Paolo Pegoraro

Foto di Michele Palazzi/Contrasto

 

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