{"id":1379,"date":"2016-11-14T14:28:59","date_gmt":"2016-11-14T13:28:59","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=1379"},"modified":"2016-11-14T14:29:45","modified_gmt":"2016-11-14T13:29:45","slug":"la-vicenda-oscura-di-schwazer-finisce-sul-palcoscenico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2016\/11\/14\/la-vicenda-oscura-di-schwazer-finisce-sul-palcoscenico\/","title":{"rendered":"La vicenda oscura di Schwazer finisce sul palcoscenico"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5.jpg\"><img class=\"alignnone wp-image-1382 size-large\" src=\"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-1024x576.jpg\" alt=\"Giuseppe Sartori in &quot;28 battiti&quot;\" width=\"640\" height=\"360\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-300x169.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-768x432.jpg 768w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-48x27.jpg 48w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-280x158.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5-650x366.jpg 650w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/11\/28battiti5.jpg 1600w\" sizes=\"(max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Quattro aghi infilati, due nelle braccia e due nelle gambe. Altrettanti rivoli di sangue scendono lungo le membra. Lo sguardo sereno, disteso, illuminato. Un&#8217;immagine che rimanda inevitabilmente all&#8217;icona di san Sebastiano trafitto dalle frecce. Ma l&#8217;evocazione cercata e un po&#8217; forzata finisce qui. Se il martire cristiano si immolava e si lasciava trafiggere per difendere strenuamente la fede in questo caso il supplizio \u00e8 autoindotto e serve non per abbracciare un&#8217;idea ma per liberarsi da un idolo, uccidere una seduzione che si chiama successo, ossessione subdola e diffusa ai nostri tempi che si declina in varie desinenze, eterna bellezza e giovinezza, prestanza e prestazione estreme, fame di fama e vittoria, ma che ha un&#8217;unica radice, il corpo. Il fisico rappresenta quello di un atleta, le quattro siringhe penzolanti hanno inoculato l&#8217;eritropoietina, al secolo &#8220;epo&#8221;, il farmaco che aumenta l&#8217;ematocrito, il numero dei globuli rossi, la quantit\u00e0 di ossigeno nel sangue, l&#8217;efficienza muscolare, il risultato della performance, elimina la stanchezza\u2026 in una parola: doping. La scelta dell&#8217;uso consapevole della sostanza dopante \u00e8 finalizzata per\u00f2 non alla vittoria che tutti pretendono e invocano, bens\u00ec alla liberazione di ogni pressione, doparsi per farsi squalificare, farsi del male per ricominciare, o finalmente iniziare, ad amarsi un po&#8217;\u2026 Questa in sintesi la parabola di &#8220;28 battiti&#8221;, in scena fino al 20 novembre al Teatro India di Roma. Il titolo si riferisce alla tipica brachicardia degli sportivi agonisti che hanno una frequenza cardiaca solitamente inferiore alla norma; la storia in forma di monologo invece ha sullo sfondo la nota vicenda di Alex Schwazer, il marciatore altoatesino oro alle olimpiadi di Pechino, poi squalificato per doping da lui ammesso con un pianto in mondo visione, poi rinato pi\u00f9 forte di prima e infine nuovamente fermato stavolta in modo molto sospetto e oscuro.<\/p>\n<p>Il personaggio in scena ricalca evidentemente il &#8220;background&#8221; dell&#8217;atleta italiano ma la scelta di ricorrere all&#8217;artificio chimico per scardinare la gabbia asfittica di un sistema alienato e alterato, per fugare l&#8217;incubo di un rendimento sempre pi\u00f9 senza limiti, la decisione di doparsi per smascherare quello che tutti sanno ma che nessuno per omert\u00e0, paura o convenienza denuncia, la risoluzione di autodenunciarsi e tirarsi fuori per ricominciare a marciare non per vincere, ma per vivere, pu\u00f2 sembrare macchinosa e astrusa o al contrario na\u00eff, ingenua e favolistica. E in parte lo \u00e8. Parzialmente anche il testo di Roberto Scarpetti suscita qualche perplessit\u00e0: in termini prettamente sintattici \u00e8 un flusso costante di coordinate senza subordinate che rischiano di depotenziare e appiattire i nodi problematici, i dubbi e i tormenti che caratterizzano la narrazione. Di contro per\u00f2 la scrittura possiede al contempo un dono innegabile e prezioso: \u00e8 lineare, asciutta, chiara, diretta, lapidaria e incisiva. E poi ci pensa Giuseppe Sartori a incarnarla con un <em>physique du r\u00f4le<\/em> senza eguali, con un&#8217;interpretazione fisica e verbale magistrale, in cui il corpo, senza virtuosismi barocchi, si mette al servizio della parola. Anche la regia dello stesso autore \u00e8 funzionale al teatro di parola con un uso efficace delle luci e degli effetti sonori e di proiezioni video con immagini di braccia che si tendono, pugni che si aprono, membra attraversate da filmati di un mondo e una mondanit\u00e0 che ci invade, ci permea, esalta le nostre sembianze e deprime la nostra essenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Quattro aghi infilati, due nelle braccia e due nelle gambe. Altrettanti rivoli di sangue scendono lungo le membra. Lo sguardo sereno, disteso, illuminato. Un&#8217;immagine che rimanda inevitabilmente all&#8217;icona di san Sebastiano trafitto dalle frecce. Ma l&#8217;evocazione cercata e un po&#8217; forzata finisce qui. 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