{"id":2753,"date":"2019-02-21T17:00:57","date_gmt":"2019-02-21T16:00:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=2753"},"modified":"2019-02-21T17:16:09","modified_gmt":"2019-02-21T16:16:09","slug":"di-padre-in-figlio-leredita-di-bovell","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2019\/02\/21\/di-padre-in-figlio-leredita-di-bovell\/","title":{"rendered":"Di padre in figlio, l&#8217;eredit\u00e0 di Bovell"},"content":{"rendered":"<figure id=\"attachment_2757\" aria-describedby=\"caption-attachment-2757\" style=\"width: 640px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING-.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-2757\" src=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--1024x683.jpg\" alt=\"\" width=\"640\" height=\"427\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--1024x683.jpg 1024w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--300x200.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--768x512.jpg 768w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--41x27.jpg 41w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--280x187.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING--650x433.jpg 650w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2019\/02\/WHEN-THE-RAIN-STOPS-FALLING-.jpg 1500w\" sizes=\"(max-width: 640px) 100vw, 640px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-2757\" class=\"wp-caption-text\">Una scena di &#8220;When the rain stops falling &#8211; Quando la pioggia finir\u00e0&#8221;. Regia di Lisa Fernazzo Natoli<\/figcaption><\/figure>\n<p>\u00abLa profondit\u00e0 va nascosta. Dove? Alla superficie\u00bb. \u00c8 bene ricorrere a questo aforisma paradosso di Hofmannsthal per dare subito una chiave, uno strumento e un passepartout interpretativo al lettore o allo spettatore di <em><strong>When the rain stops falling &#8211; Quando la pioggia finir\u00e0<\/strong><\/em>, opera del 2008 del drammaturgo australiano <strong>Andrew Bovell<\/strong> che ha debuttato sul palcoscenico del <strong>Teatro Arena del Sole di Bologna<\/strong> nella stagione dell&#8217;<strong>Emilia Romagna Teatro<\/strong> per poi proseguire in tourn\u00e9e a Modena, Parma e Roma fino al 3 marzo.<br \/>\n\u00c8 infatti proprio sulla cresta di parole ed espressioni quotidiane, quasi stereotipate, sulla superficie di un linguaggio semplice, immediato e spesso volutamente, per evidenti ragioni drammaturgiche, reiterato che va cercato il senso ultimo di un testo e di uno spettacolo da navigare e solcare come dei surfisti pronti per\u00f2 a immergersi in apnea all&#8217;occorrenza o a farsi scavallare dalle onde. Una tale premessa potrebbe avere un effetto deterrente alla lettura o alla visione; cos\u00ec come una reazione ostica la suscita la proiezione proposta a inizio spettacolo dello schema dell&#8217;albero genealogico che, in apparenza, dovrebbe chiarire discendenze e relazioni fra i numerosi personaggi che si avvicendano nella storia, ma in realt\u00e0 vuole sortire appositamente l&#8217;effetto contrario, ovvero, creare confusione, smarrimento per invitare implicitamente a non cercare una comprensione diacronica degli eventi ed evitare ogni razionale tentativo di incasellamento e ad abbandonarsi invece al flusso di un racconto che sovrappone persone, oggetti, situazioni, piani e spazi temporali. Una cosa \u00e8 certa: alla fine tutta la farragine di rapporti si risolve, si chiarisce, tutto torna e soprattutto la profondit\u00e0 e la complessit\u00e0 vengono trasparentemente a galla. E ci\u00f2 che traspare in finale \u00e8 un&#8217;umanit\u00e0 che evoca la <em>Gente di Dublino<\/em> di Joyce (evocazione forse non estranea all&#8217;origine irlandese dell&#8217;autore), uomini e donne intrappolati in una sorta di \u00abparalisi morale\u00bb come i \u00abdublinesi\u00bb incapaci di compiere movimenti significativi.<\/p>\n<p>La ciclicit\u00e0 non a caso \u00e8 una costante narrativa e formale: tornano le locuzioni e i pensieri esternati sempre allo stesso modo a distanti stanza di decenni (\u00abil pesce fa bene al cervello\u00bb, \u00abc&#8217;\u00e8 gente che annega in Bangladesh\u00bb), le cose (la zuppa, le cartoline, la vernice), tornano i personaggi sballottati qua e l\u00e0 nel tempo e nello spazio e l&#8217;ultima scena chiude il cerchio con la prima. Per quanto riguarda la trama, prendendo in prestito le parole di Elizabeth, uno dei personaggi, ci sarebbe \u00abcos\u00ec tanto da dire che non si ha nemmeno il coraggio di cominciare\u00bb.<\/p>\n<p>L&#8217;intreccio, in effetti, \u00e8 un vortice in cui in nove tra madri, figli, mogli e mariti entrano ed escono dal racconto sovrapponendosi e dissolvendosi l&#8217;uno nell&#8217;altro. \u00c8 una saga familiare che si sviluppa e dipana nell&#8217;arco di 80 anni, dal 1959 fino al 2039, in un futuro dal sapore distopico che presagisce un imminente apocalisse in cui la pioggia \u00e8 incessante e piovono pesci dal cielo, evidente rimando alla pioggia di rane del film <em>Magnolia<\/em>. Alla base di questa narrazione, caratterizzata da co-slittamenti e interferenze temporali e geografiche, c&#8217;\u00e8 un vulnus, una ferita terribile, aberrante e indicibile da cui tutto scaturisce, e che provoca attraversando quattro generazioni azioni e rimozioni, oblii e ricordi, muri di silenzio e rotture, viaggi alla ricerca di verit\u00e0 e fughe senza ritorno, padri che abbandonano i figli e madri che si lasciano annegare, menti sconvolte e animi votati al sacrificio.<\/p>\n<p>Uno spettacolo insomma vertiginoso che la regista <strong>Lisa Ferlazzo Natoli<\/strong>, gi\u00e0 avvezza a racconti scenici o radiofonici di ampio ed epico respiro, \u00e8 stata superbamente in grado di manovrare e maneggiare senza precipitare nel caos. Intelligentemente la Natoli ha reso omaggio all&#8217;attivit\u00e0 di sceneggiatore cinematografico dell&#8217;autore creando un impianto scenico che, con riflettori a vista e indicazioni didascaliche, simbolicamente echeggia quello di un set televisivo con tanto di parola \u00abfine\u00bb proiettata al termine dello spettacolo. La fissit\u00e0 della scena (un tavolo, alcune sedie e poco pi\u00f9, con sul fondo un muro che fa da proiezione visiva e immaginifica degli stati d&#8217;animi che si susseguono) diventa mobile e fluttuante come per incanto. In realt\u00e0 non \u00e8 magia ma frutto di un eccellente lavoro su tutti e nove gli interpreti capaci di essere sempre presenti nello spirito e nella situazione del personaggio nonostante gli innumerevoli salti temporali con una precisione impeccabile e un tempismo perfetto.<\/p>\n<p>Un&#8217;operazione teatrale, dunque, che esalta il valore dell&#8217;ensemble e del collettivo in linea con il finale dell&#8217;opera in cui uno spiraglio di luce, che si insinua nell&#8217;uggioso grigiore e che interrompe la pioggia, \u00e8 dato da un decisivo momento di autentica relazione e comunione fra padre e figlio, una spinta verticale che, rompendo il movimento circolare e vizioso, cerca una verit\u00e0 di rapporti, una \u00abprofondit\u00e0 che ricrea\u00bb come direbbe Hofmannsthal.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"\u00abLa profondit\u00e0 va nascosta. Dove? 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