{"id":3599,"date":"2020-09-29T14:26:03","date_gmt":"2020-09-29T12:26:03","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=3599"},"modified":"2020-09-29T14:26:37","modified_gmt":"2020-09-29T12:26:37","slug":"chat-e-fassbinder-solitudini-a-teatro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2020\/09\/29\/chat-e-fassbinder-solitudini-a-teatro\/","title":{"rendered":"Chat e Fassbinder solitudini a teatro"},"content":{"rendered":"<p><img class=\"aligncenter size-full wp-image-3601\" src=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal.jpg\" alt=\"\" width=\"600\" height=\"600\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal.jpg 600w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-300x300.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-27x27.jpg 27w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-280x280.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-188x188.jpg 188w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2020\/09\/teatro-piccolo-arsenal-120x120.jpg 120w\" sizes=\"(max-width: 600px) 100vw, 600px\" \/><\/p>\n<p>Venezia \u00abIl teatro italiano \u00e8 vivo, sta benissimo, forse sono un po&#8217; morti i direttori artistici\u00bb. Schietto, laconico e controcorrente Antonio Latella che, giunto al quarto e ultimo anno di direzione della Biennale Teatro a Venezia, non nutre dubbi sullo smagliante stato di salute dell&#8217;arte di Dioniso nel nostro Paese. Perplessit\u00e0 invece lo attraversano quando constata l&#8217;inerzia e la pavidit\u00e0 di alcuni suoi colleghi alla guida di teatri stabili incapaci di cogliere l&#8217;opportunit\u00e0 che l&#8217;inedita stagione post lockdown ha offerto: \u00abI teatri in questo periodo &#8211; spiega Latella &#8211; sono stati sdoganati dalla tirannia dei numeri non dovendo pi\u00f9 necessariamente riempire le sale, ma questo invece di alzare l&#8217;asticella, di indurre finalmente a realizzare progetti nuovi non necessariamente protetti, ha comportato scelte stantie\u00bb. In pratica ci si \u00e8 rifugiati ancora una volta nell&#8217;usato comodo e sicuro. Fermamente intenzionato a combattere questa mancanza di intraprendenza produttiva Latella ha deliberatamente fatto un salto nel vuoto, senza rete n\u00e9 certezze, ospitando 28 titoli, tutte novit\u00e0 assolute, tutti italiani, tutti giovani, ignorati dai cartelloni istituzionali a cui ha chiesto di elaborare spettacoli sul tema della censura. Al termine di questo 48\u00b0 Festival Internazionale del Teatro si pu\u00f2 lecitamente affermare che Latella sia caduto in piedi e che il rischio e l&#8217;audacia hanno dato frutti nel complesso accattivanti.<\/p>\n<p>Coraggio e spregiudicatezza non difettano al talentuoso regista under 30 Giovanni Ortoleva che decide di allestire il pi\u00f9 rimosso, verboso e scandaloso dei testi di Fassbinder: I rifiuti, la citt\u00e0 e la morte. \u00abQuest&#8217; opera &#8211; svela Ortoleva &#8211; mi ha colpito per i paradossi che contiene: parla incessantemente di amore senza mai che trovi alcuno spazio, il sesso poi la fa da padrone a livello verbale ma non si assiste mai a un contatto. Infine c&#8217;\u00e8 un grande concentrato umano ma nessuna empatia. In pratica un&#8217;abissale solitudine nella folla\u00bb. Un disperante solipsismo impera in effetti nella citt\u00e0-contenitore di rifiuti umani che ineluttabilmente si rivelano moribondi o mortiferi in questo controverso testo di Fassbinder vietato sui palchi dal 1975 fino al 2009 perch\u00e9 accusato di antisemitismo. Lo scandalo fu causato perch\u00e9 tra i personaggi figura un \u00abricco ebreo\u00bb, spregiudicato, spietato e inviso speculatore immobiliare che riempie di denaro la giovane prostituta Roma B. interpretata da una duttile Camilla Semino Favro abilissima nel coniugare lirismo e trivialit\u00e0. Presentare i lati oscuri di un ebreo era per\u00f2 inconcepibile nella Germania degli anni &#8217;70 anche se in realt\u00e0 Fassbinder tratteggia un&#8217;umanit\u00e0 tutta corrotta e criminale, dal marito-lenone di Roma B. in grado solo di umiliare o di farsi sottomettere, al padre della meretrice a sua volta ex nazista che si traveste e si esibisce in patetiche esibizioni canore. La regia di Ortoleva orchestra efficace- mente questo funambolico e barocco circo di alienazioni ponendo al centro della scena un&#8217;emblematica passerella sulla quale sfilano o si affollano i protagonisti destinati a una tragica e grottesca fine. L&#8217;effetto complessivo \u00e8 controverso: da un lato tutto \u00e8 espressionistico e penetrante, dall&#8217;altro si rischia un&#8217;esondazione immaginifica e sonora che pu\u00f2 indurre al blackout.<\/p>\n<p>Nero, vuoto, assenza e cortocircuito scenico sono tutti ingredienti che invece i Babilonia hanno scientemente fatto confluire in Natura morta, un altro titolo che non a caso contiene la parola &#8220;morte&#8221; che si rivela ancora una volta capace di innescare un fertile processo creativo. I morti o, meglio, gli zombie siamo noi, spettatori-attori, protagonisti passivi occupanti in cerchio lo spazio scenico di uno spettacolo che non c&#8217;\u00e8. Insomma il &#8220;chi \u00e8 di scena&#8221; si ribalta in &#8220;tutti in scena&#8221; e per giunta necessariamente con gli smartphone accesi, la suoneria e la luminosit\u00e0 degli schermi al massimo perch\u00e9 \u00e8 attraverso le nostre protesi tecnologiche che si svilupper\u00e0 l&#8217;inazione drammaturgica. Prima di entrare infatti si fornisce il numero di telefono e si entra a far parte di un gruppo whatsapp denominato &#8220;Natura morta&#8221; e, tranne un paio di brevi atti performativi che fanno da prologo ed epilogo alla rappresentazione, tutto il resto \u00e8 chat. Coi volti resi vitrei e spettrali dalle luci degli schermi, con le orecchie martellate dai suoni delle notifiche che echeggiano come lugubri rintocchi di campane a morto, si viene inondati da centinaia di messaggi che dei Babilonia conservano lo stile lapidario, il ritmo incalzante, la scarna asciuttezza, la spiazzante ironia. Sono perlopi\u00f9 domande demagogiche o logiche, populiste o realiste, sensate e insensate con lo scopo di evocare il chiassoso e liquido mare magnum del web dove tutto si prende ma non sempre si apprende, spesso ci si scontra, raramente ci si incontra. Solo nella parte conclusiva della chat dalla raffica degli stranianti quesiti si passa a una condivisione disarmante sulle ragioni dell&#8217;assenza scenica: \u00abHo deciso di censurare la mia presenza \/ il mio corpo oggi \u00e8 assente \/ \u00e8 un corpo infetto \/ \u00e8 un corpo oggetto di statistiche \/ immune o malato \/ sintomatico o asintomatico \/ \u00e8 un corpo negato \/ controllato e regolamentato \/ \u00e8 un corpo distanziato \/ \u00e8 un corpo icona \/ nonostante tutto il mio corpo \u00e8 ancora vivo \u00bb. Dopo questa confessione via chat arriva il finale, antico e fisico, un coup de th\u00e9&#8217;tre vivo e reale: quattro culturisti, due uomini e due donne, con i loro corpi palestrati sfilano sulle note di That&#8217; s life di Frank Sinatra. Una visione che in epoca precovid avrebbe suscitato scherno e antipatia ora crea nostalgia ed empatia. In quest&#8217; ultima creazione, dunque, resta la cifra fortemente provocatoria di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani dei Babilonia Teatri; certo non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 la coralit\u00e0 rap di Made in Italy, come d&#8217;altronde manca la valenza iconica e problematica di Jesus, o la forza dirompente della sofferenza e del disagio come in Pinocchio, ma c&#8217;\u00e8 un indubbio e sincero pericolo che la coppia veronese ha voluto esorcizzare: la negazione del teatro celebrata attraverso un implicito funerale. Una morte paventata, ma come preludio per una resurrezione perch\u00e9 come fiduciosamente e perentoriamente afferma Antonio Latella: \u00abSe la tecnologia ci ha fatto piegare la testa, il teatro resta l&#8217;unico spazio in cui devi per forza alzare la testa\u00bb.<\/p>\n<p>RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em><br \/>\ndi Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Venezia \u00abIl teatro italiano \u00e8 vivo, sta benissimo, forse sono un po&#8217; morti i direttori artistici\u00bb. Schietto, laconico e controcorrente Antonio Latella che, giunto al quarto e ultimo anno di direzione della Biennale Teatro a Venezia, non nutre dubbi sullo smagliante stato di salute dell&#8217;arte di Dioniso nel nostro Paese. 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