{"id":6068,"date":"2023-04-03T16:13:59","date_gmt":"2023-04-03T14:13:59","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=6068"},"modified":"2023-04-03T16:13:59","modified_gmt":"2023-04-03T14:13:59","slug":"in-scena-il-grande-dubbio-cosa-resta-in-chi-resta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2023\/04\/03\/in-scena-il-grande-dubbio-cosa-resta-in-chi-resta\/","title":{"rendered":"In scena il grande dubbio: Cosa resta in chi resta?"},"content":{"rendered":"<figure id=\"attachment_6072\" aria-describedby=\"caption-attachment-6072\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1.jpg\"><img class=\"size-medium wp-image-6072\" src=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1-36x27.jpg 36w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1-280x210.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1-600x450.jpg 600w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2023\/04\/anatomia-1.jpg 650w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-6072\" class=\"wp-caption-text\">Una scena di &#8220;Anatomia di un suicidio&#8221; di Alice Birch, regia di Ferlazzo Natoli e Ferroni<\/figcaption><\/figure>\n<p>Chiasmi e fantasmi, figure retoriche e fantasmagoriche affollano <em><strong>Anatomia di un suicidio<\/strong><\/em>, lo sconvolgente testo della trentaseienne drammaturga britannica Alice Birch in scena al Teatro Grassi di Milano fino al 19 marzo, prodotto dal Piccolo e portato per la prima volta su un palcoscenico italiano da quella fucina creativa che \u00e8 <strong>lacasadargilla<\/strong>. L\u2019intrepido collettivo, diretto da <strong>Lisa Ferlazzo Natoli <\/strong>e <strong>Alessandro Ferroni<\/strong>, si \u00e8 imbarcato stavolta in un altro viaggio particolarmente procelloso affrontando un trittico di tab\u00f9: la morte, il suicidio e il rifiuto di generare. Non \u00e8 evidentemente uno spettacolo per animi pavidi. Ma chi si illude di poter vivere brividi gotici resterebbe per\u00f2 deluso, cos\u00ec come tranquillo deve restare chi teme sofismi esistenziali o intellettuali. I chiasmi e i fantasmi, di cui in apertura, non sono astrusit\u00e0 linguistiche o misteriche, ma tangibili, chiari e familiari e sono rispettivamente da un lato gli incroci tra parole, scene, situazioni che attraversano l\u2019intera opera e dall\u2019altro i personaggi che anche quando non sono fisicamente presenti vengono evocati o aleggiano invisibili e comunque condizionano le menti e gli accadimenti.<\/p>\n<p>In effetti se si prende in mano il testo della scrittrice d\u2019oltremanica si prova un forte disorientamento: in pratica il classico foglio A4 \u00e8 orientato in orizzontale ed \u00e8 diviso a sinistra, al centro e a destra in tre settori, in ognuno di essi si dipana verticalmente la vicenda con tre ambientazioni diverse e altrettanti differenti archi temporali: passato remoto 1972-1993, passato prossimo 1999-2004 e futuro 2033-2041. Pertanto la lettura deve procedere in parallelo su tre linee narrative ognuna delle quali singolarmente si sviluppa in senso diacronico ma anche simultaneamente alle altre creando un sofisticatissimo ingranaggio ritmico e linguistico e continui rimandi, riverberi, reiterazioni, interpolazioni e intersecazioni. Non a caso l\u2019autrice ha dovuto inventare un\u2019apposita didascalia sulla punteggiatura per suggerire di volta in volta il ritmo delle battute fra una scena e l\u2019altra ed evidenziare pause, sospensioni, dilatazioni o sovrapposizioni. Insomma una complicata e raffinata partitura d\u2019orchestra ma anche una roba da capogiro. Le storie per\u00f2 prese una a una sono piuttosto facilmente leggibili e sintetizzabili: a sinistra, nel passato remoto, c\u2019\u00e8 Carol, la capostipite di una generazione al femminile. La incontriamo in ospedale che ha appena tentato il suicidio e la seguiamo per 20 anni durante i quali avr\u00e0 una figlia, Anna, che cresce con grande amore e dedizione. Quando questa sar\u00e0 quasi donna Carol decide che \u00e8 maturo il tempo per abbandonare questa vita alla quale non si \u00e8 mai sentita legata: \u00ab Io sono rimasta. Sono rimasta. Finch\u00e9 ho potuto\u00bb, dice di s\u00e9. Al centro, nel passato prossimo, c\u2019\u00e8 appunto Anna che dopo la parentesi di un\u2019infanzia felice eredita il vuoto che la madre le ha lasciato suicidandosi. Precipita in un vortice caotico di droga, disintossicazione, matrimonio, elettroshock, esaltazione e depressione, vive tutto esageratamente ma alla fine anche lei metter\u00e0 al mondo una figlia, Bonnie, e anche lei dopo la sua nascita si toglie la vita. Resta dunque a destra, nel futuro, lo sviluppo drammaturgico di Bonnie, l\u2019ultima della progenie, che poco sa della madre e della nonna; lei percepisce, intuisce, indaga, presume e non a caso la sua frase ricorrente \u00e8 \u201ca quanto pare\u201d. Di certo pure lei \u00e8 inquieta e cerca una sorta di \u201ccentro di gravit\u00e0 permanente\u201d compiendo una scelta anch\u2019essa estrema: si sterilizza per impedirsi la possibilit\u00e0 di procreare, per rompere una catena, un incantesimo, per spezzare il tragico fato e provare a generare amore e bellezza altrimenti, accudendo un coniglio, crescendo dei fiori, rivitalizzando un frutteto.<\/p>\n<p>Tutte e tre queste donne \u00e8 come se vedessero qualcos\u2019altro, sono mosse da aneliti insondabili pi\u00f9 che essere vittime di patologie, sono aliene pi\u00f9 che alienate. Ed ognuna di esse \u00e8 come se racchiudesse in s\u00e9 le tre Moire: tessono il filo della vita, lo svolgono e poi inesorabilmente lo recidono. E ancora, ogni loro esistenza fa pensare agli ipnotici versi de<em> Il canto delle crisalidi<\/em> di Carlo Michelstaedter: \u00abVita morte, la vita nella morte. Morte vita, la morte nella vita\u00bb. E in tutto ci\u00f2 i maschi? Ci sono? S\u00ec, e nemmeno pochi, ma sono falene spaurite, sono punti interrogativi ambulanti che annaspano e vanamente tentano di comprendere l\u2019incomprensibile, di afferrare l\u2019inafferrabile. Infine c\u2019\u00e8 una sola domanda che Alice Birch voleva sollevare con il suo dramma: \u00abCosa resta in chi resta?\u00bb, interrogativo che resta inevaso perch\u00e9 l\u2019unica cosa certa \u00e8 che l\u2019eredit\u00e0 genetica non tramanda le informazioni psichiche e che contesti ed esperienze individuali ci fanno essere altro dai geni dei nostri avi.<\/p>\n<p>Fin qui il testo, ma la messinscena come ha tradotto questo groviglio? Lasciandolo tale ma rendendolo al contempo fluido, scorrevole come un fiume. Non \u00e8 casuale infatti la presenza dell\u2019elemento acquatico che ricorre visivamente con le suggestive proiezioni video curate da <strong>Maddalena Parise<\/strong> e scenograficamente con la scelta di far scivolare spesso lungo la scena gli oggetti (tavoli, palloncini, flebo) e di delimitare lo sfondo con pareti in PVC come fossero labili membrane di pelle. Ma sono solo alcune delle felici intuizioni della coppia registica Natoli-Ferroni di cui vive lo spettacolo che si avvale anche del prezioso lavoro \u201cin levare\u201d con la drammaturgia del movimento di <strong>Marta Ciappina<\/strong> e dei sinestetici \u201cpaesaggi sonori\u201d dello stesso Ferroni. Doveroso poi nominare tutti e 12 gli interpreti in ordine di apparizione: <strong>Tania Garribba, Francesco Villano, Petra Valentini, Fortunato Leccese, Federica Rosellini, Camilla Semino Favro, Marco Cavalcoli, Anna Mallamaci, Alice Palazzi, Lorenzo Frediani, Caterina Carpio, Anita Leon Franceschi.<\/strong> Affrontano un compito eroico (una di loro ad esempio a un certo punto deve ripetere consecutivamente per 110 volte la frase \u00abuna bambina\u00bb con tonalit\u00e0 e stato d\u2019animo diversi) in quanto chiamati a incarnare personaggi che vivono simultaneamente di vita propria e altrui e a far parte di un\u2019arzigogolata composizione orchestrale: \u00abLa difficolt\u00e0 maggiore \u2013 ci svela Alessandro Ferroni \u2013 \u00e8 stata l\u2019assenza di un precedente, abbiamo dovuto inventarci un metodo di lavoro. Gli attori dovevano riempire pause, dilatazioni e io e Lisa ci chiedevamo continuamente: \u201cdiamo loro pi\u00f9 ore di memoria oppure procediamo col montaggio delle scene?\u201d. Alla fine abbiamo deciso di tenerci al guinzaglio come registi e dare pi\u00f9 spazio al rodaggio della memoria collettiva e psichica\u00bb. Inedite difficolt\u00e0, smarrimenti e imprevisti passati in secondo piano per\u00f2 rispetto all\u2019attrazione fatale suscitata dall\u2019insolito testo della Birch: \u00ab\u00c8 stato amore a prima vista \u2013 confessa Lisa Ferlazzo Natoli \u2013 perch\u00e9, al di l\u00e0 degli atti di suicidio che ovviamente ci destabilizzano, ci\u00f2 che prevale nell\u2019opera \u00e8 lo struggimento per la vita che il personaggio di Anna fotografa meravigliosamente quando dice che \u201csente l\u2019universo nello spillo di un ago\u201d\u00bb.<\/p>\n<p>Quello che per\u00f2 rischia di prevalere dopo tre ore di spettacolo, oltre alla genuina ammirazione per la bont\u00e0 e genialit\u00e0 di una tale operazione, \u00e8 la sensazione che quell\u2019amore per la vita sia rarefatto, ovattato, tarpato, soffocato da quesiti cos\u00ec sdrucciolevoli e innumerevoli da annullare dinamicit\u00e0 e creare paralisi. Forse oltre al chiasmo un anacoluto ci sarebbe voluto, magari manzoniano: \u00abQuelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro, e sperare che anderanno in un buon luogo; ma non \u00e8 giusto, n\u00e8 anche per questo, che quelli che vivono abbiano a viver disperati&#8230;\u00bb. RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Chiasmi e fantasmi, figure retoriche e fantasmagoriche affollano Anatomia di un suicidio, lo sconvolgente testo della trentaseienne drammaturga britannica Alice Birch in scena al Teatro Grassi di Milano fino al 19 marzo, prodotto dal Piccolo e portato per la prima volta su un palcoscenico italiano da quella fucina creativa che \u00e8 lacasadargilla. 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