{"id":8963,"date":"2024-03-18T12:51:24","date_gmt":"2024-03-18T11:51:24","guid":{"rendered":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=8963"},"modified":"2024-03-18T12:51:24","modified_gmt":"2024-03-18T11:51:24","slug":"vuoti-di-memoria-alzheimer-in-scena","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2024\/03\/18\/vuoti-di-memoria-alzheimer-in-scena\/","title":{"rendered":"Vuoti di memoria. Alzheimer in scena"},"content":{"rendered":"<figure id=\"attachment_8968\" aria-describedby=\"caption-attachment-8968\" style=\"width: 300px\" class=\"wp-caption alignnone\"><a href=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629.jpg\"><img class=\"size-medium wp-image-8968\" src=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-300x200.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-41x27.jpg 41w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-280x187.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629-650x433.jpg 650w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2024\/03\/il-grande-vuoto-recensione-fabiana-iacozzilli-foto-laila-pozzo-e1700837794629.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><figcaption id=\"caption-attachment-8968\" class=\"wp-caption-text\">Una scena dello spettacolo teatrale \u201cIl grande vuoto\u201d della regista e drammaturga Fabiana Iacozzilli Foto di Laila Pozzo.<\/figcaption><\/figure>\n<p>C\u2019\u00e8 del divino ne <em>Il grande vuoto<\/em>. C\u2019\u00e8 nell\u2019ultimo lavoro di ricerca, che la regista e autrice <strong>Fabiana Iacozzilli<\/strong> ha realizzato con l\u2019apporto della dramaturg Linda Dalisi, una struggente tensione verso l\u2019infinito, uno smarrirsi \u00abnel deserto per donarsi in pura perdita di s\u00e9 all\u2019Assoluto\u00bb, per dirla con le parole di Carlo Carretto che lo smarrimento eremitico lo ha vissuto in prima persona per dieci anni nel Sahara. Ma non immaginatevi nulla di ascetico, teosofico o teologico: <em>Il grande vuoto<\/em> ti investe con la sua spietata concretezza, ti atterra e ti atterrisce con le sue descrizioni, visioni e materializzazioni laceranti del decadimento mentale e fisico della terza et\u00e0, con i ricordi persi e quelli ossessivamente reiterati con un\u2019identica, implacabile e impietosa cadenza temporale, con le bucce e i semi del mandarino sputati nel piatto, i pannoloni per l\u2019incontinenza, i pasticcini golosamente divorati, foto, ritagli, ninnoli, cravatte, bambole, dvd, nascosti e poi disseminati, parolacce mai proferite per tutta una vita e poi urlate senza inibizione nell\u2019ultimo tratto della propria esistenza. C\u2019\u00e8 quindi ne <em>Il grande vuoto<\/em> una dolorosa, reale e commovente esperienza tanto materica quanto poetica, ma c\u2019\u00e8 soprattutto una verit\u00e0 che si pu\u00f2 cogliere solo quando il teatro svela la sua quintessenza: la consapevolezza della fragilit\u00e0, della precariet\u00e0 dell\u2019umanit\u00e0 che l\u2019arte scenica mostra a partire dalla sua forma che \u00e8 per antonomasia irriproducibile, effimera, mutevole, inafferrabile.<\/p>\n<p>In questo spettacolo (godibile sabato 16 al Teatro Cantiere Florida di Firenze per il \u201cMateria Prima Festival\u201d e poi in tourn\u00e9e nella prossima stagione) l\u2019intrinseca transitoriet\u00e0 e fugacit\u00e0 formale del teatro diventa sostanziale e tematica attraverso la messinscena della nostra finitudine, della nostra debolezza, della nostra mente che se ne va dalla sua terra-corpo e si fa straniera e straniata e ci impone una verit\u00e0 fatidica ma che paradossalmente si rivela benefica e assume contorni di bellezza. E a proposito di trasfigurazione della sofferenza c\u2019\u00e8 non a caso una domanda ben precisa che la Iacozzilli ha letto in un fumetto di Giulia Scotti e che ha scelto come punto di partenza per la sua ricerca drammaturgica: \u00abTrasformare il dolore in bellezza. Saremo ancora in grado?\u00bb. La risposta \u00e8 s\u00ec, almeno per quanto riguarda la missione di questo spettacolo che \u00e8 lo step conclusivo di un percorso, iniziato con <em>La classe<\/em> (Premio della Critica ANCT 2019 e quattro nomination UBU 2019) e proseguito con <em>Una cosa enorme<\/em>, che Fabiana Iacozzilli ha denominato \u201cTrilogia del vento\u201d. E un pasoliniano \u00abvento sempre senza pace\u00bb soffia ora delicatamente, ora leggiadramente, o con sferzate impetuose e scudisciate lancinanti, comunque incessantemente, sui novanta minuti di questo terzo capitolo della trilogia. Se volessimo fare un torto, o quantomeno un depistaggio, basterebbe dire che<em> Il grande vuoto<\/em> racconta l\u2019Alzheimer sul palcoscenico. La demenza senile c\u2019\u00e8, indubbiamente, cos\u00ec come il calvario della malattia neurodegenerativa che affligge il disorientato paziente e mette a dura prova la pazienza dei familiari che se ne prendono cura. Ma qui non c\u2019\u00e8 solo l\u2019iter, sia pur significativo e problematico, del decadimento psicofisico e delle dinamiche relazionali che rischiano di confliggere o implodere, gi\u00e0 peraltro magistralmente rappresentato sia in teatro che al cinema dal drammaturgo francese Florian Zeller con <em>Il padre<\/em>. Con <em>Il grande vuoto<\/em> si intraprende soprattutto un viaggio iniziatico in cui la debolezza rafforza la coscienza, l\u2019arte e il gioco teatrale con la sua apparente inutilit\u00e0 e gratuit\u00e0 diventa l\u2019unica cosa che resta e che si prende gioco delle sinapsi inceppate e delle arterie sclerotizzate.<\/p>\n<p>Il convitato non di pietra ma di memoria viva, infatti, \u00e8 proprio il teatro, una presenza ancora latente nella prima scena ma che fa gi\u00e0 capolino dietro le quinte. Sul palco infatti all\u2019inizio c\u2019\u00e8 una piccola utilitaria e due anziani che danno vita a siparietti tanto esilaranti quanto toccanti, armeggiano con buste della spesa, chiavi della macchina, occhiali che cadono per terra, pasticcini, ventaglio, uova e olio per le frappe, sciarpa che resta chiusa nello sportello, arance che rotolano, foglioline da togliere dal parabrezza, agitazioni e risatine, rimbrotti e ricordi, ammiccamenti e risentimenti, allusioni e illusioni e mentre fumano nell\u2019auto che non ne vuole sapere di mettersi in moto si capisce che lei era un\u2019artista. L\u2019abitacolo si riempie di fumo, lei scende e lui, un incisivo <strong>Ermanno De Biagi<\/strong>, resta seduto e svanisce insieme alla macchina che si allontana. Lui non c\u2019\u00e8 pi\u00f9, fa parte del passato, ora c\u2019\u00e8 lei (una impareggiabile <strong>Giusi Merli<\/strong> che definire interprete \u00e8 riduttivo) decisamente vecchia e inesorabilmente sul viale del tramonto cognitivo. Inizia cos\u00ec una parabola che sembra discendente e sprofondare in quella dimensione tragicomica che segna il quotidiano di una memoria fusa e confusa. Lo scenario ora \u00e8 la casa in cui la mamma perde sempre pi\u00f9 i cocci che i due figli (gli impeccabili <strong>Francesca Farcomeni <\/strong>e <strong>Piero Lanzelotti<\/strong>) cercano di raccogliere con ostinata, amorevole e a volte furibonda fatica di Sisifo. Immancabile anche la figura della badante (<strong>Mona Abokhatwa<\/strong>, neofita sul palcoscenico ma ben centrata) che con la sua buona dose di pragmatismo fa da contraltare a tensioni e disfunzioni.<\/p>\n<p>E ci sono anche le proiezioni video, non un ausilio, nemmeno un escamotage drammaturgico, bens\u00ec un geniale stratagemma giustificato da un bisogno funzionale che la stessa figlia esplicita in scena: \u00abMettere le telecamere in casa \u00e8 stata una necessit\u00e0: con rilevamento intelligente del movimento e notifiche istantanee ti permettono di non perdere mai niente di quello che sta succedendo dentro casa e con l\u2019istallazione di pi\u00f9 dispositivi puoi seguire i movimenti in ogni stanza. Le usano per i cani ma mia madre non ha ancora iniziato ad abbaiare\u00bb. Ma in quella che sembrava essere una discesa fatale nell\u2019oblio c\u2019\u00e8 un punto fermo nell\u2019universo emotivo della vecchia mamma che non ha mai dimenticato di essere stata un\u2019attrice, che non ha mai smesso di ricordare e recitare il monologo del Re Lear nella tempesta anch\u2019egli con la mente sconvolta in sintonia con la furia degli elementi naturali. E nell\u2019immaginifico finale, quando il gioco del teatro vince sulla mortifera decadenza, la mamma si veste da Re Lear e il vento e scintillanti fiocchi abbagliano la platea e illuminano il buio della memoria, lo strazio fa spazio alla leggerezza, il grande vuoto alla grande pienezza. RIPRODUZIONE RISERVATA<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"C\u2019\u00e8 del divino ne Il grande vuoto. 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