{"id":946,"date":"2016-03-30T17:45:49","date_gmt":"2016-03-30T15:45:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/?p=946"},"modified":"2016-04-18T10:52:41","modified_gmt":"2016-04-18T08:52:41","slug":"amleto-la-voce-della-madre-ghertruda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/2016\/03\/30\/amleto-la-voce-della-madre-ghertruda\/","title":{"rendered":"Amleto, la voce della madre: Ghertruda"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_.jpg\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-300x200.jpg\" alt=\"Laura Piazza\" width=\"300\" height=\"200\" class=\"alignnone size-medium wp-image-953\" srcset=\"https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-41x27.jpg 41w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-280x187.jpg 280w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_-650x433.jpg 650w, https:\/\/www.tv2000.it\/retroscena\/wp-content\/uploads\/sites\/14\/2016\/03\/Laura-Piazza_.jpg 960w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><br \/>\n<em>Laura Piazza porta in scena un monologo di Davide Rondoni<br \/>\ndedicato a una figura shakespeariana spesso trascurata<br \/>\neppure ricca di sfaccettature<\/em><\/p>\n<p>A Gertrude nessuno ci aveva mai pensato prima. Abbiamo avuto l\u2019Ambleto, il Macbetto (dalla \u201cTrilogia degli Scarrozzanti\u201d di Testori), persino un\u2019Hamletelia (la gotica ed ectoplasmatica Ofelia di Caroline Pagani), ma lei, la regina madre, a differenza degli altri imperituri personaggi del genio di Stratford upon Avon, non era riuscita a solleticare la creativit\u00e0 dei nostri scrittori al punto da spingerli a dedicarle un\u2019opera che la estrapolasse dall\u2019ineluttabile tragedia originaria, l\u2019Amleto di Shakespeare ovviamente, e la liberasse dalla gabbia delle sue ambigue battute per darle l\u2019opportunit\u00e0 se non di rivivere perlomeno di aleggiare fantasmagoricamente di nuovo sul palcoscenico.<br \/>\nA colmare questa lacuna ci ha pensato il poeta Davide Rondoni, non nuovo a incursioni nel teatro, ma che in questo caso fa confluire i suoi impetuosi versi all\u2019interno di un monologo che cattura dall\u2019inizio alla fine. Il merito \u00e8 indubbiamente anche dell\u2019interpretazione ardita e vibrante di Laura Piazza che, dopo un iniziale accademismo, liberatasi dall\u2019ipnotico e rischioso fascino dell\u2019esercizio di stile, riesce a \u201cballare\u201d sui blank verse, sui versi sciolti del poeta e a tradurli con una duttilit\u00e0 caleidoscopica. Se poi si aggiunge una regia ricca, forse anche troppo, di brillanti idee (ma Filippo Renda \u00e8 giovanissimo e avr\u00e0 tutto il tempo per affinare l\u2019arte della sottrazione) non sovrapposte ma al servizio dello sviluppo testuale, allora il<br \/>\nrisultato \u00e8 un\u2019ora di teatro avvincente. <\/p>\n<p>Il titolo di questo flusso di coscienza (in prima nazionale fino a sabato al Teatro Santa Chiara di Brescia e prodotto dal Centro Teatrale Bresciano) merita un paio di riflessioni: Ghertruda la mamma di A.; c\u2019\u00e8 qualcosa di visceralmente affettuoso nella scelta lessicale del termine \u201cmamma\u201d e infatti la Gertrude secondo le visioni di Rondoni si agita, inveisce, si contraddice, ma ha un punto fermo nel suo lacerante e rutilante universo: l\u2019amore di una \u201cmater dolorosa e lacrimosa\u201d per il \u201cfiglio-giglio\u201d. C\u2019\u00e8 poi quella \u201cA.\u201d, certo l\u2019iniziale di Amleto, ma come non pensare alla \u201clettera scarlatta\u201d cucita addosso all\u2019adultera di Nathaniel Hawthorne? Significativa anche la ripetizione ossessiva nel testo della parola \u201crovina\u201d declinata in forma attributiva, verbale e avverbiale. \u00c8 il crollo, il fallimento identitario, la perdita del proprio \u201cs\u00e9\u201d, infatti, il principio fondante di tutto il racconto-confessione che Ghertruda fa rivolgendosi a noi spettatori chiamati direttamente a giudicare o a rispecchiarci nelle sue angosce.<br \/>\nIn una scena senza quinte, con lo scopo di svelare il meccanismo teatrale, con una vetrata che incombe dall\u2019alto (al di l\u00e0 della quale si proiettano immagini di amorfi fluidi neri, inquietante danza macabra degli altri defunti del castello di Elsinore), la regina di Danimarca tenta dapprima di proporsi come improbabile eroina, agnello sacrificale che beve consapevolmente la coppa avvelenata per non assistere alla morte del figlio e a tutta \u00abquella messinscena patetica, malandata\u00bb, poi di discolparsi (\u00absono solo la donna che volle essere regale, me lo volete rimproverare?\u00bb), non nega la sua volutt\u00e0 e carnalit\u00e0 (\u00abla parola volgare necessaria come aria\u00bb), si scaglia contro il fantasma del marito \u00abvendicatore\u00bb che \u00abvoleva ancora essere re, anche da sepolto\u00bb, per perdersi alla fine in una frammentazione e contraddizione schizofrenica: \u00abFui onesta. E depravata\u2026 Irreprensibile. E immorale\u2026regina o regale fantasma nel niente universale\u00bb.<\/p>\n<p>Tutta questa agitata evoluzione del personaggio viene cadenzata registicamente con una scelta musicale coerente e coinvolgente che, con i brani psichedelici del gruppo inglese I monster, rende evidente la metamorfosi di Ghertruda. La regina madre, infatti, grazie anche agli immaginifici costumi di Eleonora Rossi (sue anche le scene), come una crisalide si libera dai suoi involucri, si smaschera, si sfoglia fino a giungere al cuore del suo dolore. Le luci disegnate da Cesare Agoni sottolineano senza sbavature questi passaggi e si affidano spesso ad effetti non originali ma sempre opportuni. Ma \u00e8 innanzitutto il verso di Rondoni che sostiene e corrobora l\u2019interpretazione. E al poeta che confessa: \u00abHo scritto questo pezzo non so bene perch\u00e9\u00bb, viene da suggerire la geniale risposta di Italo Calvino: \u00abLa poesia \u00e8 l\u2019arte di far entrare il mare in un bicchiere\u00bb. Impresa paradossale in questo caso riuscita.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"Laura Piazza porta in scena un monologo di Davide Rondoni dedicato a una figura shakespeariana spesso trascurata eppure ricca di sfaccettature A Gertrude nessuno ci aveva mai pensato prima. 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