L’ex candidata alle presidenziali colombiane a Tv2000 racconta il sequestro delle Farc durato 6 anni: “E’ stato drammatico ma anche momento di luce nelle tenebre”.

Roma, 10 settembre 2017. “La fede è stata la mia salvezza. Sono stata prigioniera insieme ad altre persone e ho visto il danno che ha fatto l’esperienza della prigionia nell’anima dei prigionieri e dei rapitori. La disumanizzazione è un cammino molto rapido in cui l’essere umano trova sempre delle giustificazioni”. Lo ha detto l’ex candidata alle presidenziali colombiane, Ingrid Betancourt, ospite dello speciale del ‘Diario di Papa Francesco’ su Tv2000 commentando il rapimento delle Farc e i suoi 6 anni di prigionia in Colombia. L’intervista sarà replicata su Tv2000 domani, 11 settembre 2017, alle ore 20.45 dopo il Tg2000 delle 20.30.
“Per me Dio – ha aggiunto la Betancourt – è stata la voce, la parola, la testimonianza, l’immagine di ciò che mi ha permesso di conservare la dignità in una situazione umanamente denigrante. Tutti sentivamo di non aver valore ma avevamo la percezione che Gesù era lì presente in un modo particolare, molto reale. Non era una cosa astratta, un semplice ricordo delle scritture. Erano situazioni e dialoghi molto reali con domande e risposte reali e immediate. Questa presenza mi ha fatto capire che c’era un valore in ognuno di noi e che questo era quello che bisognava conservare. Questo mi ha permesso di aprire un dialogo con i miei compagni di prigionia e con coloro che mi tenevano prigioniera”.
La prigionia, ha ricordato la Betancourt, è stato “un momento drammatico della mia vita ma anche di immensa luce in mezzo alle tenebre. Ero incatenata ad un albero per il collo, alcuni giorni prima ero riuscita a scappare ma poi sono riusciti a catturarmi di nuovo. L’odio della guerriglia contro di me era alla sua massima espressione. Quel giorno stava piovendo, c’era una tormenta tropicale e tutto il gruppo sia i prigionieri che i guerriglieri era nelle tende. Per me il castigo per la fuga era stare fuori alle intemperie. Non ero protetta come gli altri. L’acqua non uccide ma stare esposta per ore sotto la pioggia implica un dolore fisico, un’umiliazione morale, una depressione dell’anima. Mi sentivo trattata come un animale. Accanto a me c’era una guardia, gli chiesi di liberarmi per poter andare in bagno. La guardia mi rispose: ‘Quello che deve fare lo faccia qui davanti a me’. Non so perché ma in quel momento la risposta di quell’ uomo così piena di odio ha provocato in me una reazione molto violenta. Avevo deciso che lo volevo uccidere. E’ stata una decisione molto fredda che mi ha dato una forza che mi ha riempito di un’emozione che mi ha quasi affogata. E’ diventata come una ossessione. Per giorni ho pensato come potevo uccidere quell’uomo. Fino al momento in cui mi sono come risvegliata e ho detto che non era quello che volevo fare realmente. Non volevo trasformarmi in un essere che odia, assetata della morte dell’altro. Non volevo convertirmi in quello che erano i miei rapitori. Questo pensiero è stato liberatore perché ho capito che anche con le catene dell’umiliazione, dell’abuso e del dolore avevo ancora la più importante delle libertà cioè essere quello che volevo essere”.
“Credo che l’elemento fondamentale – ha aggiunto la Betancourt – la cosa più importante e il nostro tesoro sia la speranza che ci dà la fede. La fede è quella che ci dice ‘non importa quello che ti sta succedendo adesso, dopo capirai e arriverai alla luce’. Se noi crediamo che le cose sono così e basta allora moriamo perché ci finisce l’ossigeno spirituale. La speranza è invece il motore della trasformazione”.

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10 Settembre 2017