Retroscena – i segreti del teatro, viaggi nelle {cre}azioni. Un programma di Michele Sciancalepore, in onda lunedì e martedì in seconda serata dopo il Rosario

Può un boss della camorra condannato all’ergastolo per omicidio trovare una via di fuga e di riscatto nel teatro e nella cultura? Può un detenuto che non avrà libertà fino alla morte diventare un punto di riferimento per dei giovani attori? La storia di Cosimo Rega ha dimostrato che tutto questo è possibile. E ancora domande: come si finisce nella spirale mortale del gioco d’azzardo? Come se ne esce?
Tanti quesiti cruciali vengono sollevati nella tredicesima puntata di “Retroscena – i segreti del teatro”, un appuntamento all’insegna del teatro civile che smuove le coscienze, colpisce e fa pensare con due spettacoli sulla detenzione e la dipendenza da gioco: “NoveEtrentatre” di Tiziana Sensi e “Slot Machine” di Mario Martinelli e prodotto dal Teatro delle Albe.
L’ultima puntata del 2015 inizia nel reparto di alta sicurezza del carcere romano di Rebibbia con lo spettacolo “NoveEtrentatrè”, storia ispirata alla vicenda umana di Cosimo Rega, piccolo boss della camorra di Angri, in provincia di Salerno, condannato al carcere a vita per omicidio e associazione mafiosa. Il titolo dello spettacolo, che vede protagonista lo stesso Cosimo Rega, per la regia di Tiziana Sensi, fa riferimento agli articoli 9 e 33 della Costituzione italiana che sostengono la libertà dell’arte e della scienza e l’impegno dello Stato a promuovere lo sviluppo della cultura accessibile a tutti. Dopo la condanna a “fine pena mai” per Cosimo Rega è cominciato un percorso che lo ha portato, senza facili attenuanti, a riscoprire se stesso e il senso dello stato anche grazie al teatro, fino a diventare oggi attore, scrittore e fondatore della prima compagnia teatrale di Rebibbia.
Per una persona che comincia una nuova vita un’altra esistenza che perde tutto: denaro, stima, affetti, relazioni e infine la vita stessa. È il giocatore d’azzardo interpretato da Alessandro Argnani nel nuovo spettacolo di Mario Martinelli del Teatro delle Albe: “Slot machine”. Il monologo indaga il lato oscuro del gioco, quello che non tocca la dimensione dello stare insieme bensì la dipendenza solitaria che sacrifica sull’altare del niente ogni legame affettivo. Quaranta minuti di performance, al buio, sottoterra, dove si consuma l’ultimo lucido delirio di una vittima di un’alienazione che non è solo quella del gioco ma che diventa simbolo della perdita di senso dell’esistenza.