Santo Stefano Rotondo, il Martirologio più famoso

Santo Stefano Rotondo

Eretta ai tempi di papa Simplicio (468-483) nel V secolo sulle fondamenta del Macellum Magnum (il più grande mercato pubblico coperto di Roma, fatto costruire da Nerone), Santo Stefano Rotondo, dedicata al primo martire della cristianità, è la più antica chiesa a pianta circolare di Roma e deve, ovviamente, il suo nome proprio alla sua forma. È situata sul Celio, nei pressi di Villa Celimontana e dell’antico arco di Dolabella che corrisponde ad una delle porte della cinta muraria serviana; dalla strada che porta all’ospedale San Giovanni, subito sulla destra, si apre un vasto cortile in fondo al quale, per un portico a quattro colonne, si entra in questa chiesa particolare ed unica. L’edificio appartiene al Pontificio collegio germanico-ungarico ed è la chiesa nazionale degli ungheresi. In origine era molto più vasta: tre anelli concentrici erano intersecati da quattro navate formanti una croce greca. Oggi rimangono i due anelli interni e solo un braccio della croce.

Santo Stefano RotondoNel corso dei secoli sono stati numerosi i restauri e le trasformazioni: nel XII secolo papa Innocenzo II (1130-1143) fece aggiungere il portico a cinque arcate su colonne antiche e la triplice arcata interna. Mille anni dopo la sua costruzione, al tempo di papa Niccolò V (1447-1455), fu necessario un ulteriore consolidamento strutturale che andò purtroppo oltre tale scopo, modificando e rimaneggiando l’edificio: venne eliminato l’ambulacro esterno ormai decadente, e tolti tre dei quattro bracci della pianta. L’unico braccio rimasto della croce greca originaria, o almeno parte di esso, è costituito dal vestibolo al quale si accede dall’ingresso della chiesa. Furono chiusi, inoltre, gli intercolunni del primo giro di colonne e proprio su queste pareti venne realizzato il famoso Martirologio, fedele rappresentazione dello spirito ammonitrice della Controriforma: i 34 riquadri affrescati alla fine del XVI secolo dal Pomarancio, da Antonio Tempesta e da aiuti, raffigurano i supplizi e le atrocità a cui furono sottoposti alcuni martiri cristiani, con tanto di didascalie in latino e in italiano.

Santo Stefano Rotondo“Nessuno potrebbe sognare un tale panorama di orrore”: in questo modo Charles Dickens nel X capitolo del suo “Pictures from Italy” descriveva tale raffigurazione. Anche papa Pio V, esaminando attentamente gli affreschi nel 1589, come assicurano le cronache dell’epoca, “dalla commozione versava calde lagrime, asciugandosi gli occhi continuamente”.

A questa cruda rappresentazione fa da contraltare il mosaico dell’abside della cappella dei Ss. Primo e Feliciano: realizzato nel VII secolo in stile bizantino, raffigura Cristo non crocifisso dentro un medaglione sovrastante una croce. Il mosaico fu fatto eseguire da papa Teodoro I (642-649) nel 647 per commemorare il trasferimento nella chiesa delle reliquie dei due santi.

Nella chiesa, proprio vicino all’ingresso, è anche presente la cosiddetta Sedia di Gregorio Magno, una cattedra in marmo dalla quale il grande papa pronunciò alcune delle sue omelie.

E allora quale modo migliore per concludere la nostra visita se non proprio con le parole di San Gregorio Magno (590 – 604)

(dal suo primo discorso sul Natale)

il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio, che «era in principio presso Dio, per mezzo del quale tutto è stato fatto e senza del quale neppure una delle cose create è stata fatta», per liberare l’uomo dalla morte eterna si è fatto uomo. Egli si è abbassato ad assumere la nostra umile condizione senza diminuire la sua maestà. E’ rimasto quel che era e ha preso ciò che non era, unendo la reale natura di servo a quella natura per la quale è uguale al Padre. Ha congiunto ambedue le nature in modo tale che la glorificazione non ha assorbito la natura inferiore, né l’assunzione ha sminuito la natura superiore. Perciò le proprietà dell’una e dell’altra natura sono rimaste integre, benché convergano in una unica persona. In questa maniera l’umiltà viene accolta dalla maestà, la debolezza dalla potenza, la mortalità dalla eternità.

 

Mauro Monti

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