Eravamo rimasti a Mosè, e alla terra promessa. Abbiamo detto che la responsabilità non ha un peso ma ci rende umani. Mosè è l’uomo della cooperazione: il decalogo, parola che viene da logos e che quindi ci indica le dieci parole che vengono trasmesse da Dio a Mosè, e da lui a ogni uomo. È la Torah, la legge. Ma Mosè non era l’uomo della liberazione? Qui invece ce lo troviamo come l’uomo della legge. E allora le due cose non sono in conflitto tra loro?  Nient’affatto, perché la legge non è parola di morte, ma di vita. Se tu da bambino hai messo il dito nel fuoco, non farlo più ti salva la vita, evita di bruciarti, e quindi di farti del male. La condizione umana detiene in sé il senso del limite, che ci spinge però continuamente a volerlo superare. La legge di Mosè è al contrario una grande palestra di libertà, del riconoscimento dei limiti che ci fanno vivere dentro una vita buona.  Pensiamo ad esempio alla Buona Novella di De Andrè, dove il cantautore ligure prende dei testi dai Vangeli Apocrifi e li mette in canzone. Una delle ultime di questo disco è “Il testamento di Tito”.  In questo brano c’è Tito crocifisso che riflette sulla propria vita, e dice: “io ho vissuto, ho visto tanti politeisti, e sono stati gli stessi ebrei che alla fine mi hanno ucciso. Questo primo comandamento perciò non mi ha difeso”. Sappiamo bene infatti come la vita del ladro sia fatta di espedienti, fughe, inseguimenti della polizia, e dove si vive perciò sempre sul filo del rasoio, a stretto contatto con il rischio. Questo però non significa l’esclusione della fede: si invoca Dio anche quando si soffre, e si sta male. Il tono delle canzoni di De Andrè poi lo conosciamo, e viaggia su quella stessa onda: è ironico, quasi sarcastico, amareggiato. Vi è celata una sorta di delusione, un dolore amaro.  Noi invece che rapporto abbiamo con la legge? E noi, in quanto italiani? Avremo mica lo stesso atteggiamento che ha Tito in questa canzone?

26 Febbraio 2016

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