Abbiamo un nome o siamo solo burattini? Vogliamo accettare la salvezza che ci rende pienamente uomini o fuggiamo la fatica? Questo tema è sempre centrale nella favola di Collodi che questa volta viene commenta oltre che da Franco Nembrini dal professore ucraino suo amico Aleksandr Filonenko, insigne filosofo, innamorato dell’Italia e della fede cristiana, appassionato di Pinocchio. Filonenko ha conosciuto Pinocchio nella sua infanzia attraverso una favola propagandistica simile, scritta da Alexej Tolstoj sotto il regime sovietico, chiamata “Burattino”. Una storia completamente diversa, però, quella sovietica, in cui il protagonista è uno come altri che si ribella al padrone per diventare assieme agli altri burattini padrone di un nuovo teatro. Ma qui non diventerà mai bambino e nemmeno avrà una sua identità propria, non avrà un padre e una Fata Turchina. Questa presenza femminile che irrompe dopo la morte di Pinocchio, è la cifra significativa della storia di Collodi che, costretto a riprendere in mano la favola dopo la parola “FINE”, fa risorgere il suo burattino. Nella lettura con cui Nembrini legge la storia, sulla traccia geniale del cardinal Biffi, ci troviamo alla presenza della Chiesa e dei suoi sacramenti, strumenti che Dio pone per ricongiungersi all’uomo, soprattutto il Sacramento per eccellenza in cui Dio si fa Uomo, l’Eucarestia, medicina dell’umanità ferita. La Fata si prende cura di Pinocchio chiamando tre medici, “i più famosi del vicinato”, per aiutarla: un Corvo, una Civetta e un Grillo-parlante, che ritorna e dei tre sarà l’unico che effettivamente sa fare la diagnosi e muovere quella parte ancora viva di bene nel burattino, che piangendo riconosce il suo male. Il passo seguente è la cura, ma quanto ci opponiamo davanti all’amarezza e alla fatica del recupero? Così Pinocchio non vuole prendere la medicina, nemmeno a sentir parlare di morte. Solo quando la vede ad un passo, con la bara portata dai coniglietti, il nostro burattino si sgomenta fino a bere tutto d’un fiato lo sciroppo amaro ma salvifico. Dobbiamo fare esperienza concreta della necessità della salvezza per poterci affidare pienamente a chi ce la offre, e per questo abbiamo bisogno per vivere della Chiesa e i suoi Sacramenti. Talmente è grande l’accoglienza e la misericordia, dice Nembrini, che alla Chiesa, alla fata si può anche mentire: “Perché la fata ride del tuo naso lungo, ti perdona e semmai te lo riaggiusta; è come una disposizione d’animo per cui lì con lei, cioè a casa, ti senti comunque accolto, hai sempre una possibilità di ripartenza”.

27 Gennaio 2017

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