TV2000 CULTURA – L’astrofisica Marica Branchesi e Enrico Vanzina a Soul

Sabato 3 marzo ore 12.50 e 20.45; domenica 4 marzo ore 12.50 e 20.30 – Monica Mondo aggiunge a Soul, il programma di interviste con l’anima di Tv2000, due faccia a faccia interessanti. Sabato una vera chicca, l’astrofisica Marica Branchesi, inserita da Nature tra i dieci personaggi più importanti dell’anno; domenica Enrico Vanzina, sceneggiatore, scrittore (in libreria un nuovo libro), tanto da raccontare e ragionare. Ecco alcune anticipazioni.

Marica Branchesi

Quando si parla di scienziati l’immagine che salta subito in mente è quella del classico cliché: occhiali spessi, camice, capelli scompigliati. Se lo scienziato è pure donna, alla figura si aggiungono trasandatezza e scarsa avvenenza. Marica Branchesi è una bella e giovane  astrofisica, mamma, ed è tra le dieci persone più influenti del 2017 secondo la classifica “Ten people who mattered this year” della rivista scientifica Nature. Non è abituata ai riflettori e alle luci della ribalta, piuttosto alla luce che emanano le stelle. Questo il suo campo, o meglio cielo, di studio. Una laurea in astronomia, un dottorato in radioastronomia all’Università di Bologna e un’esperienza al California Institute of Technology. Dal 2009, prima come ricercatrice presso l’Università di Urbino e poi come professore associato presso il Gran Sasso Science Institute partecipa al progetto internazionale LIGO/Virgo, nell’ambito del quale si occupa di fisica delle onde gravitazionali e dei segnali elettromagnetici associati alle sorgenti di segnali gravitazionali.  Nel 2016 la svolta, con il conferimento del Breakthrough Prize per aver collaborato alla scoperta delle onde gravitazionali, che conferma quanto ipotizzato da Albert Einstein. Guardare l’universo mediante l’utilizzo di dati matematici è qualcosa di “romantico e poetico” perché ci permette di scoprire e comprendere la nostra stessa esistenza. Uno sguardo dolce quello di Marica, semplice e pervaso dall’entusiasmo per il suo lavoro, una passione che la porta sempre con lo sguardo rivolto verso il cielo.

Per i più l’argomento risulta innegabilmente ostico, cosa sono dunque queste onde gravitazionali? “Sono delle increspature dello spazio tempo, che si propagano nello spazio. Quando ci sono due oggetti estremamente densi che si muovono uno attorno all’altro, che accelerano e cambiano la loro forma, quello che avviene è che si creano delle onde. Queste onde si propagano nello spazio, e quelle che riusciamo a rilevare oggi sono le onde gravitazionali che si generano da buchi neri, fusione di buchi neri e fusioni di stelle di neutroni”.

E a cosa serve studiarle? “Serve perché ci permettono di capire l’universo, ed è proprio un modo nuovo di osservare l’universo. Queste onde interagiscono molto debolmente con la materia, ci permettono di arrivare dove non si riusciva ad arrivare con la luce. Oggi abbiamo un nuovo modo di osservare oggetti e di andare in zone dove la luce non può uscire. Queste onde gravitazionali ci permettono di esplorare i tempi passati. Gli eventi che abbiamo rivelato sono eventi estremamente lontani nel tempo. L’evento dello scorso agosto, che sono riuscita a captare e che ha generato entusiasmo nella comunità scientifica, cioè la fusione di due stelle di neutroni, proviene da 130 milioni di anni”.

Possiamo alla luce di tali scoperte comprendere come l’universo si è formato? “Attualmente i rivelatori LIGO/Virgo osservano un universo che è relativamente vicino, quindi non riusciamo ad arrivare fino al Big Bang, in futuro avremo rivelatori in grado di studiare le onde gravitazionali vicino a quest’ultimo”.

Marica Branchesi è un caso raro nel mondo scientifico: ha il dono di mettere insieme, di far comunicare ambiti spesso totalmente distinti e incompatibili, incapaci di lavorare insieme. In questo caso il mondo della fisica e quello dell’astronomia. Forse perché ha un marito fisico, il padre die suoi due bambini, ha saputo svolgere il ruolo di “merger maker”, di mediatrice, che ha prodotto le scoperte eccezionali di cui è stata protagonista.

Ambientata benissimo a L’Aquila, lei nata ad Urbino; lo sguardo alle montagne, anziché ai dolci colli, riesce a gestire benissimo il suo lavoro e la sua vocazione principale, quella di madre: è una donna convinta che le donne possono, è nella loro natura essere tenaci e insieme tenere, capaci di multifunzioni e soprattutto di creare unità.

al momento di scegliere l’università ho pensato che l’universo era qualcosa che mi interessava tantissimo, e che studiarlo mi avrebbe portato ad avere delle risposte, sia sull’universo che su me stessa. Era una sfida, provare a fare qualcosa che mi spiegasse quello che è stato il passato e l’universo. In fondo è vero che siamo polvere di stelle, siamo formati da materia che viene dall’interno delle stelle”.

Guardare alle stelle, in passato, simboleggiava la ricerca di risposte ai grandi interrogativi dell’uomo. Guardare alle stelle significa anche porsi il senso del limite e ciò che non si può scoprire? “C’è un senso del limite però anche la voglia di capire. Secondo me il lavoro dello scienziato aiuta a riempire le proprie curiosità. In un certo senso sai che c’è un limite però cerchi di superarlo e appagare la tua curiosità. Ci sono talmente tante cose da scoprire…già quello che si osserva e si riesce a capire, già quello è appagante, è un limite che non fa dolore”.

Enrico Vanzina

Impossibile non conoscere Enrico Vanzina, sceneggiatore, fratello di Carlo e figlio di quello Steno che faceva ridere la gente raccontando, semplicemente, l’Italia, quella vera. Nel suo futuro si vedeva come scrittore, perché la regia del padre era inarrivabile, sebbene lo abbia seguito agli esordi come aiuto regista. Intraprende quindi la via dello sceneggiatore, a lui più congeniale, dando vita a più di 80 script con registi come Mario Monicelli e Dino e Marco Risi e a quello che oggi, nell’immaginario collettivo, è definito il suo capolavoro: Febbre da cavallo. Non vuole essere considerato un maestro, tantomeno re della commedia italiana, eppure una metafora si rende necessaria per definire non solo la sua figura, ma una famiglia che ha fatto del cinema una ragione di vita, per amore e soprattutto passione. Attraversando le fasi più importanti dell’evoluzione culturale italiana, ha narrato per anni gioie e dolori dell’italiano medio pur essendo egli stesso in primis l’esatto opposto del mondo commerciale che spesso racconta. Un volto, mille sfaccettature, e un universo cinematografico, ma soprattutto personale, da scoprire.

Figlio d’arte, un’esperienza come pochi, e le conoscenze più importanti del mondo del cinema. Eppure Enrico Vanzina è una persona umile, totalmente distante da quello che è di fatto lo star system, sebbene egli sia di fatto un privilegiato per aver stretto amicizie con Monicelli, Longanesi, Fellini: “era abbastanza semplice frequentare queste persone, perché quando sono nato negli anni 50 il cinema era una grande famiglia di persone molto semplici, che venivano fuori da una guerra molto difficile, che non avevano soldi. Quindi erano tutti insieme e cercavano di costruire questo cinema che poi è stato colonna di quel pensiero italiano, quello della commedia, che poi ha saputo tirare fuori alcuni aspetti di racconto del nostro Paese forse superiori rispetto a quello drammatico”.

Immancabile rifarsi alla memoria paterna, del grande regista Steno che insieme a Mario Monicelli avevano iniziato la propria carriera con quelle commedie che ancor oggi suscitano ilarità e sano divertimento: “papà e Monicelli iniziarono la loro carriera con i grandi film di Totò, commedie semplici e popolari. Andavano tutte le sere a cena con Antonioni, Visconti, Fellini. Papà quando stava al Marco Aurelio fu lui ad assumere Fellini, capì che era un bravo disegnatore. Per cui c’era un’amicizia trasversale che è durata tutta la vita. E questo ha messo me e mio fratello Carlo in una posizione non di reverenza ma di comunione d’intenti con queste persone. C’era scambio tra più anziani e più giovani. Sono stato fortunato!”

E per il cinema, per poter raccontare, soprattutto nella commedia, è necessario osservare le persone. “Per fare il cinema è necessario andare al cinema, leggere dei libri e guardare la gente, perché la gente è un film. Tutti sono personaggi di un film. Quindi non do giudizi morali, sono personaggi. Le ragioni altrui sono molto importanti, come l’etica, o la costruzione di un piccolo mondo, qualcosa di meraviglioso, che tu scopri guardandoli. E la vita ti regala ogni giorno dei film da scrivere. Poi bisogna saperli fare!”

Ed è qui che si pone la differenza tra umorismo, sarcasmo e ironia, sapendo far ridere raccontando in maniera lieve momenti drammatici. Ma il saper far ridere spesso è legato al sentirsi prigioniero del cinema commerciale, con gli ormai famosi cinepanettoni da cui Vanzina cerca comunque di allontanarsi. “Di cinepanettoni ne ho fatti pochissimi. Li abbiamo inventanti, ne abbiamo fatti quattro/cinque, ma evidentemente il modello è talmente forte che è rimasto nell’immaginario. Certo uno è un po’ prigioniero di ciò che ti ha reso famoso. Carlo ed io credo saremo ricordati per i nostri film comici, ma ne abbiamo fatti altri di vario genere. Ma va bene così”.

Nasce dunque spontaneo domandarsi perché, ciò che fa ridere, viene spesso visto sotto una luce snobistica e pervasa dal disprezzo. “Dobbiamo ricordare che ancora oggi c’è una critica che valuta il contenuto e non la forma. C’è questo grande dibattito nella storia della cultura e letteratura in generale. Se si parla di contenuti alti, il film è alto. Se i contenuti sono bassi, il film è basso. Questa è una stupidaggine! Flaiano diceva che col tempo quasi tutti i film drammatici si avviano a diventare comici. Ed è vero! Spesso un film drammatico, visto a distanza di anni, la percezione cambia. Un film di Sordi, di Totò, faceva ridere e fa ridere anche oggi”.