TV2000 INTERVISTE – Soul: Alessandro Gallo, ovvero il teatro come alternativa alla camorra e fra Sidival Fila

Sabato 2 giugno ore 20.45, domenica 3 ore 20.30 – Questa settimana a Soul ci  sono Alessandro Gallo e  fra Sidival Fila.  Quella di  Alessandro Gallo  è  una storia nella Napoli più buia e va in onda sabato.   Domenica invece Monica Mondo intervista fra Sidival Fila, brasiliano, francescano, un artista di alto livello, che esprime con materia povera una grande spiritualità.

Alessandro Gallo

Il teatro come riscatto e come alternativa alla strada, lontano dai pericoli della camorra, dalla criminalità organizzata. Alessandro Gallo è un attore, autore teatrale, figlio del famigerato boss Gennaro Gallo, e cugino di Cristina Pinto, detta Nikita, terrore del rione di Napoli Traiano. Alessandro aveva diciassette anni quando suo padre è finito in prigione per narcotraffico, ma ancor prima, da bambino, le case di detenzione non gli erano sconosciute. La sua è una famiglia di camorra, tra le più potenti, tra le più dure. Poteva essere anche lui così. Era un bambino irrequieto, un bullo, ma un giorno dopo aver distrutto una scenografia a scuola la punizione fu proprio entrare a far parte della compagnia teatrale che lo ha portato a compiere un cammino lontano dalla malavita. La scelta del palcoscenico, degli studi al Dams di Bologna, il lavoro al mercato di notte per mantenersi, e poi man mano  i laboratori teatrali, che Alessandro porta avanti per sensibilizzare i giovani sul tema della legalità e l’antimafia. Suo è il romanzo “Scimmie”, nato dapprima come copione teatrale, che non è solo una testimonianza, ma un modo per far smuovere i cervelli. Perché oggi per combattere la criminalità non si può solo ascoltare, ma agire. Dice a Monica Mondo:

Ero un ragazzo irrequieto, un bullo insieme ad altri bulli. Ebbi la fortuna di ricevere una punizione, io e i miei compagni. Ci ritrovammo sulla scena a recitare La Tempesta di Shakespeare tradotta da Eduardo De Filippo. Al terzo anno di scuola media capimmo che per noi il teatro sarebbe stata un’alternativa possibile, uno strumento utile per stare lontano dai giri del nostro quartiere, particolarmente difficile”.

Ho scoperto di mio padre un giorno, c’era una sua foto sul giornale, ed è stato molto più doloroso rispetto a quel che sapevo già di mia cugina. Papà era un uomo che pareva dabbene, era un colletto bianco… E’  stato  il mio primo atto di rivoluzione voler sottolineare che io non sono come mio padre.  Tutto quello che faceva, per lui non era camorra. Questo mi ha spinto a studiarla, e da lì ho fatto un viaggio personale fino ad approdare nel mondo del teatro e raccontarla. Ho capito che tutto può essere camorra, è il comportamento che va indagato”.

Quello che mi ha salvato è che c’è stato il collante giusto tra scuola e famiglia, ho sempre visto la presenza della scuola in casa e la presenza di mia madre a scuola. Quando ha scoperto che il teatro mi piaceva, mia madre è stata la prima a bussare alla porta del parroco chiedendo se c’era un laboratorio teatrale, prendeva tutti i dépliants del casting… Aveva capito che c’era un talento che in me andava coltivato”.

Mia madre è una figura che non ha giudicato, e che ha cresciuto tre figli allontanandoci da quel mondo di criminalità ma facendoci guardare nostro padre come tale, senza giudizio. Ci ha insegnato a non odiarlo mai perché non saremmo stati mai come lui”.

Il disagio più grave è quello culturale. Io ho vissuto in una famiglia dove c’era un disagio economico e sociale, ma non culturale. Mia madre come le mie zie, mia nonna, le mie cugine più grandi, non avevano un background culturale basso, sapevano rispondere e affrontare i pericoli della criminalità organizzata. Tutto gira attorno all’idea di famiglia”.

“Al nord faccio vedere tantissimo la serie Gomorra nelle scuole e c’è una percezione di quella violenza completamente diversa da come l’assorbe un ragazzino al sud. Al sud non si indignano di quella violenza. Il problema è che non siamo pronti ad avere l’onestà intellettuale di lanciare dei filtri. Prima di guardare Gomorra bisogna far capire qual è la realtà. Quella è una fiction, Napoli non è tutta così. Quanto abbiamo investito in questo paese nel raccontare la bellezza? E quanto invece nel raccontare il male? Bisogna fare una scelta, una scelta culturale”.

Oggi abbiamo trasformato l’antimafia in una categoria, e quando tutto si trasforma in una categoria è normale che si svuota di senso e si perde la vera mission, che è costruire comunità, una giustizia sociale. Bisogna ripartire dal rapporto scuola famiglia, ci vogliono dei punti di riferimento”.

Sidival Fila

Non è un’arte religiosa, sacra, quanto un estro spirituale che si concretizza nel recupero di oggetti per ridare loro una dignità perduta. Fra Sidival è un artista brasiliano, ma innanzitutto un francescano, e un sacerdote, che svolge il suo servizio nel convento di san Bonaventura al Palatino: un pezzo di medioevo nel cuore più antico di Roma, un panorama unico tra i Fori e il Colosseo, che certo ispira il suo lavoro di pittore e scultore.

La sua vocazione è stata un cammino lungo e lento, perché era l’arte il suo assoluto, finché non ha preso coscienza di vivere una vita priva di senso, una vita senza Dio. Cerca gli altri da mettere al centro della sua vita, e quindi Dio, quindi la scelta di prendere i voti. Starà in astinenza dall’arte per diciotto anni, fino a quando non tornerà prepotente il desiderio di lavorare un oggetto artistico. Stoffe, tessuti, filati, le materie predilette, materiali poveri ma non privi di affettività su cui stratificare colore e luce, materia povera, ma non usata in maniera provocatoria, dissacrante: anzi, ogni pezzo di stoffa ricamata da mani antiche racconta, diventa sacra perché amata, mostra un’anima, e quindi parla del trascendente.

È un’arte astratta quella di Fra Sidival Fila “perché non ha delle immagini riconoscibili, non segue però il concetto dell’arte astratta perché l’astrazione parte sempre da una lettura della realtà, un’interpretazione del mondo, una sintesi. È piuttosto una creazione di forme e oggetti che definisco metafore, perché rimandano a delle forme esistenti. Non vuole essere descrizione, solo forme. Lo spazio è reale ma non pittorico”.

Ero cristiano ma non praticante. Ho preso coscienza di vivere un’esistenza nel peccato, una vita senza senso, senza Dio. Questa esperienza mi ha portato non a una spiritualizzazione della realtà, ma a un desiderio di entrare nel mondo con uno sguardo diverso, mettendo l’altro al centro”.

Per me l’arte non è mai stata un hobby ma una ricerca profonda. Ho poi compreso che in quel periodo della mia vita non era compatibile con ciò che facevo. Volevo essere libero e avevo trovato un altro Amore. Da una parte è stata una ferita, per contro sentivo che avevo trovato altro. Dopo il servizio di formatore dei giovani ho iniziato ad insegnare proprio a loro, riavvicinandomi al mondo dell’arte. Avevo il desiderio di possedere un oggetto d’arte e ho dipinto una copia di un Van Gogh. Poi un confratello mi ha fatto vedere un film su Pollock e mi è venuta voglia di fare una grande tela. Pian piano mi è tornato il desiderio di ricominciare”.

Materiali poveri, di recupero, ma ancor di più di riscatto: “dar voce a chi non ha più voce, riscattare. Ridare ad un oggetto la sua dignità perduta. Più che creare qualcosa di nuovo, lo metto in condizione di parlare, soprattutto ciò che è antico. Ho sempre amato la trama della tela, secondo me è una metafora dell’umano. Due elementi che si intrecciano e creano qualcos’altro. Due cose che sarebbero in sé stesse libere ma inconsistenti, e che diventano segno di relazione”. “Tirare fuori l’anima di un oggetto significa permettere che esso sia quello che è nella sua semplicità”.

E oggi, la Chiesa, che attenzione riserva all’arte? “Per tanti secoli è stata l’unica capace di promuoverla, riconoscerne il valore e commissionarla. Penso oggi si faccia fatica in ambito pittorico a trovare uno spazio nel mondo. Per certi versi la Chiesa non è stata in grado di stare al passo con i tempi per quanto concerne l’arte, e la società moderna così desiderosa di autonomia ha visto nella Chiesa una sorta di nemico, desacralizzando un po’ tutto. Oggi c’è una mancanza di sensibilità artistica, si fa fatica a trovare una propria identità artistica nel mondo”.

OUL