Chiamare lui è l’ultima spiaggia dei migranti

Abba Mussie Zerai è ospite domenica a Soul alle 12.20 (dopo l’Angelus) e alle 20.30.

E’ un sacerdote eritreo, è stato candidato al Nobel per la pace l’anno scorso, si chiama Mussie, che significa Mosè, e come padre Mosè, che traghetta il suo popolo verso la salvezza e la libertà è invocato da tanti profughi e naufraghi del mare, che hanno segnato il suo numero di telefono sulle braccia, o graffito sui muri lerci delle carceri libiche. E’ arrivato anche lui in Italia come profugo, nel 1992, quando aveva 16 anni. E ha fatto in Italia tanti mestieri, fino all’incontro con un sacerdote inglese che faceva il lavoro che ha preso in eredità: aiutare chi ha più bisogno, gli ultimi del nostro tempo, i migranti: “padre Peter mi chiese se potevo aiutarlo come traduttore poiché arrivavano molti eritrei e etiopi. Così è iniziato il mio rapporto con lui che mi ha introdotto in qualche modo alla mia vocazione.”

Gli eritrei sono centinaia di migliaia, perché quel paese vive da anni sotto una dittatura che impedisce il pensiero e la vita. la Corea del Nord dell’Africa, spiega Abba Mussie, che ha scritto un libro in questi giorni per Giunti, Padre Mosè, Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza.

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L’Eritrea ancora dittatura da cui fuggire

Purtroppo quando sono nato eravamo sotto il regime comunista in Eritrea, mia madre è morta quando avevo 5 anni,  mio padre è dovuto fuggire, mi ha cresciuto mia nonna. L’Eritrea ha combattuto 30 anni per ottenere l’indipendenza dall’Etiopia. Prima con la liberazione militare poi nel 1993 anche con il referendum. Purtroppo dopo qualche anno di apparente euforia, di sogni e di pace siamo piombati di nuovo in un’altra dittatura che dura da 23 anni oramai. C’è un controllo totale della vita delle persone, che vanno in carcere solo per aver pensato, non per aver fatto, viene fatto il processo all’intenzione. Persone che spariscono da un giorno all’altro e non si sa che fine hanno fatto. Nelle carceri sono sparite circa 10.000 detenuti politici e non sappiamo se sono vivi o morti. Non c’è un processo vero e proprio, dove la persona può difendersi o sa il perché viene arrestato.

La povertà indotta del mio paese

L’Eritrea non dovrebbe essere un paese povero, la povertà è indotta. Per la sua collocazione geografica potrebbe vivere anche solo di turismo. Siamo sul Mar Rosso, con quasi trecento isole una più bella dell’altra. Ma fino a quando ci sarà questo regime non riusciremo a vivere della nostra economia.

La Fede resiste ma nei giovani vacilla

La fede è talmente radicata nel popolo che anche quando siamo stati sotto il regime comunista, non è riuscito a sopprimere la fede. Ma nei giovani di oggi tutto questo si sta sfaldando, perché hanno aggredito la famiglia, cioè le radici, dell’educazione e della fede.

La presenza italiana in Eritrea

zerai4L’Italia è ancora molto presente in Eritrea, basta fare un giro ad Asmara e vedere che i palazzi i monumenti ricordano l’Italia. In Eritrea gli italiani sono più amati che odiati, hanno avuto una permanenza di sessantanni nel nostro paese, da prima del fascismo. Il periodo del Fascismo, è stato molto duro, ma il fatto che gli italiani abbiano lasciato delle opere, delle infrastrutture, per la gente ha attutito in qualche modo ila percezione del regime e quindi il rapporto con l’Italia è positivo. Però l’Italia di governo non ha mai fatto i conti con il suo passato storico, non ha dato aiuti, avrebbe tuttora il dovere di sostenere questo paese la cui storia si intreccia con la sua. E’ stata garante della transizione verso uno stato che è peggiore del precedente…garante non significa mettere la firma su un trattato.

 Canditato al Nobel per la Pace

Della candidatura non sapevo nulla. È per l’impegno che dal 1995 in poi: mi sono occupato di aiutare gli altri profughi che venivano da mio paese o da altri paesi. Un compito che mi sono assunto ancora prima di entrare in seminario. Che il mio numero sia scritto sui muri, lo ha scoperto un giornalista americano: un giorno ha telefonato comunicandomi che il mio numero di telefono e il mio nome è scritto sulle pareti di una prigione, questo solo perché ero in contatto con alcuni profughi trattenuti in quelle prigioni.

I profughi accolti dall’associazione Habeshia

Durante il regime di Gheddafi, l’Italia aveva fatto un accordo con la Libia: il regime tratteneva i profughi nei centri di detenzione. C’erano 22 centri di detenzione dove venivano segregati i profughi. Rimanevano mesi in questi centri, spesso subivano violenze, abusi, che noi abbiamo denunciato. L’associazione che ho fondato si chiama Habeshia, che vuol dire meticcio, è un nome che ci hanno dato gli arabi, perché noi abitanti dell’attuale Eritrea e del centro nord dell’Etiopia siamo di lingua semitica, di diverse culture e religioni”.

Chiamate ad ogni ora

Come è accaduto sabato scorso, mi è arrivata la chiamata alle tre di notte. Cerco di raccogliere informazioni: quante persone sono, se riescono a dirmi la posizione di dove si trovano attivando il satellitare. Successivamente chiamo la guardia costiera italiana.

C.I.E. una violazione dei diritti

10851857483_1414c1737b_bI C.I.E. fino ad ora sono stati un fallimento, per lo più una totale violazione dei diritti: sono carceri ma giuridicamente non lo sono. Le persone che stanno dentro non hanno neanche i diritti di un detenuto, che può almeno essere difeso da un avvocato o avere la visita di un familiare. In teoria dovrebbero essere centri di identificazione ed espulsione: queste persone quando entrano sono state già identificate, che senso ha procedere ad un’altra identificazione?

Quanto all’espulsione, se non ci sono gli accordi di riammissione verso il paese d’origine, spesso il paese d’origine non li riprende, per cui queste persone quanto tempo verranno trattenuti in un CIE?

3 tappe per una soluzione a livello europeo

Ho proposto alla commissione di Bruxelles di fare contemporaneamente un lavoro a tre tappe:

  1. Affrontare e risolvere il problema alla radice, nei paesi d’origine là dove è possibile;

  2. Proteggere le persone nei paesi limitrofi. Tante volte i profughi nei paesi vicini trovano una situazione peggiore, rispetto a quella che hanno lasciato nel loro paese. Quindi, sono costretti a proseguire il viaggio. In Sudan, ad esempio, c’è un mega campo profughi, utilizzato come bacino dove i trafficanti vanno a pescare persone, che vengono rapite e vendute come schiavi. I giovani stanno nel campo quattro o cinque anni, si chiedono quale sarà il loro futuro, quindi cercano un’altra soluzione coi trafficanti.

  3. Corridoio umanitario o programma di reinserimento come in Canada e negli USA.

Il libro-testimonianza  Padre Mosè, Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l’ultima speranza.

Questo libro è una testimonianza. Spero serva a qualcosa. Ciascuno di noi può fare la sua parte. Se ognuno di noi facesse la sua parte la situazione potrebbe cambiare. Dicono che facio venire io i profughi in Italia: Padre Mussie non fa arrivare nessuno, ma chi è in pericolo di vita, ha bisogno di essere aiutato. Nel mio servizio d’aiuto, di assistenza, non chiedo la religione, né la carta d’identità, cerco di aiutare tutti. Tra tanti che ho aiutato ci sono molti musulmani, però da noi in Eritrea fino ad esso l’Islam è stato molto pacifico e tranquillo. Bisogna evitare la radicalizzazione, ma anche questo avviene spesso e soprattutto qui in Europa, nelle situazioni dove sono stati marginalizzati o ghettizzati gli stranieri: la rabbia, la frustrazione e la delusione diventano un terreno fertile  per chi vuole radicalizzarli e utilizzarli per i propri scopi. Tutto questo non ha nulla a che vedere con la fede.”

Salvare la parte sana dell’Islam 

zerai4Chi manipola questa gente, sta bestemmiando contro Dio: bisognerebbe incontrare i più fragili e aprire loro gli occhi e la mente, con il dialogo ,l’accoglienza e anche il rispetto. Se facciamo di tutta l’erba un fascio facciamo solo favore a questi che radicalizzano il terrorismo. Dobbiamo salvare tutta la parte sana dell’Islam che vuole vivere in pace, rispettando la propria fede e quella degli altri. Solo così possiamo combattere il terrorismo.

L’educazione è il futuro, vero argine per l’immigrazione

Con Habeshia stiamo portando alcuni progetti in Africa, con borse di studio per i rifugiati: sostenere gli eritrei con queste borse di studio per noi è un grande aiuto. L’educazione è la chiave, anche per la famiglia che è scappata con tutti i figli: se aiuti i figli mandandoli a scuola, possono costruire un futuro. Se li abbandoni nella tenda la famiglia è costretta a crearsi un futuro, quindi fuggire, rischiando di cadere nelle mani di criminali

Abba Mussie Zerai è ospite domenica a Soul alle 12.20 (dopo l’Angelus) e alle 20.30.

A Cura di Giuliano Cattabriga