Una storia della commedia italiana: Enrico Vanzina

Soul

Impossibile non conoscere Enrico Vanzina, regista, fratello di Carlo e figlio di quello Steno che faceva ridere la gente raccontando, semplicemente, l’Italia, quella vera. Nel suo futuro si vedeva come scrittore, perché la regia del padre era inarrivabile, sebbene lo abbia seguito agli esordi come aiuto regista. Intraprende quindi la via dello sceneggiatore, a lui più congeniale, dando vita a più di 80 script con registi come Mario Monicelli e Dino e Marco Risi e a quello che oggi, nell’immaginario collettivo, è definito il suo capolavoro: Febbre da Cavallo. Non vuole essere considerato un maestro, tantomeno re della commedia italiana, eppure una metafora si rende necessaria per definire non solo la sua figura, ma una famiglia che ha fatto del cinema una ragione di vita, per amore e soprattutto passione. Attraversando le fasi più importanti dell’evoluzione culturale italiana, ha narrato per anni gioie e dolori dell’italiano medio pur essendo egli stesso in primis l’esatto opposto del mondo commerciale che spesso racconta. Un volto, mille sfaccettature, e un universo cinematografico, ma soprattutto personale, da scoprire.

Figlio d’arte, un’esperienza come pochi, e le conoscenze più importanti del mondo del cinema. Eppure Enrico Vanzina è una persona umile, totalmente distante da quello che è di fatto lo “star system”, sebbene egli sia di fatto un privilegiato per aver stretto amicizie con Monicelli, Longanesi, Fellini: “era abbastanza semplice frequentare queste persone, perché quando sono nato negli anni 50 il cinema era una grande famiglia di persone molto semplici, che venivano fuori da una guerra molto difficile, che non avevano soldi. Quindi erano tutti insieme e cercavano di costruire questo cinema che poi è stato colonna di quel pensiero italiano, quello della commedia, che poi ha saputo tirare fuori alcuni aspetti di racconto del nostro Paese forse superiori rispetto a quello drammatico”.

Immancabile rifarsi alla memoria paterna, del grande regista Steno che insieme a Mario Monicelli avevano iniziato la propria carriera con quelle commedie che ancor oggi suscitano ilarità e sano divertimento: “papà e Monicelli iniziarono la loro carriera con i grandi film di Totò, commedie semplici e popolari. Andavano tutte le sere a cena con Antonioni, Visconti, Fellini. Papà quando stava al Marco Aurelio fu lui ad assumere Fellini, capì che era un bravo disegnatore. Per cui c’era un’amicizia trasversale che è durata tutta la vita. E questo ha messo me e mio fratello Carlo in una posizione non di reverenza ma di comunione d’intenti con queste persone. C’era scambio tra più anziani e più giovani. Sono stato fortunato!”

E per il cinema, per poter raccontare, soprattutto nella commedia, è necessario osservare le persone. “Per fare il cinema è necessario andare al cinema, leggere dei libri e guardare la gente, perché la gente è un film. Tutti sono personaggi di un film. Quindi non do giudizi morali, sono personaggi. Le ragioni altrui sono molto importanti, come l’etica, o la costruzione di un piccolo mondo, qualcosa di meraviglioso, che tu scopri guardandoli. E la vita ti regala ogni giorno dei film da scrivere. Poi bisogna saperli fare!”

Ed è qui che si pone la differenza tra umorismo, sarcasmo e ironia, sapendo far ridere raccontando in maniera lieve momenti drammatici. Ma il saper far ridere spesso è legato al sentirsi prigioniero del cinema commerciale, con gli ormai famosi “cinepanettoni” da cui Vanzina cerca comunque di allontanarsi. “Di cinepanettoni ne ho fatti pochissimi. Li abbiamo inventanti, ne abbiamo fatti quattro/cinque, ma evidentemente il modello è talmente forte che è rimasto nell’immaginario. Certo uno è un po’ prigioniero di ciò che ti ha reso famoso. Carlo ed io credo saremo ricordati per i nostri film comici, ma ne abbiamo fatti altri di vario genere. Ma va bene così”.

Nasce dunque spontaneo domandarsi perché, ciò che fa ridere, viene spesso visto sotto una luce snobistica e pervasa dal disprezzo. “Dobbiamo ricordare che ancora oggi c’è una critica che valuta il contenuto e non la forma. C’è questo grande dibattito nella storia della cultura e letteratura in generale. Se si parla di contenuti alti, il film è alto. Se i contenuti sono bassi, il film è basso. Questa è una stupidaggine! Flaiano diceva che col tempo quasi tutti i film drammatici si avviano a diventare comici. Ed è vero! Spesso un film drammatico, visto a distanza di anni, la percezione cambia. Un film di Sordi, di Totò, faceva ridere e fa ridere anche oggi”.