Stato-mafia, Di Matteo: “Berlusconi anche da Premier continuò a pagare Cosa Nostra”

Tg2000

Stato-mafia, Di Matteo: “Berlusconi anche da Premier continuò a pagare Cosa Nostra”
Il Pm del processo sulla ‘trattativa’ al Tg2000: “Intermediazione di Dell’Utri con messaggi della mafia a Berlusconi proseguita anche dopo il 1992”.

Roma, 27 settembre 2018. “Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa Nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio”. Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in un’intervista realizzata da Paolo Borrometi per il Tg2000, il telegiornale di Tv2000 presentando il suo libro ‘Il Patto sporco’ scritto con il giornalista Saverio Lodato.
“Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana – ha aggiunto Di Matteo – movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa Nostra”.
“Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento – ha raccontato Di Matteo – noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’ Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’ Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992″.
“Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia – ha sottolineato Di Matteo – va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’ Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi anche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’ imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo”.

 

 

Stato-mafia, Di Matteo: “Sospetti Borsellino annotati su agenda rossa fatta sparire da uomini Stato”
Il Pm del processo sulla ‘trattativa’ al Tg2000: “Volevano nascondere elementi importanti per la ricostruzione del movente dell’uccisione del giudice”.

“Borsellino probabilmente aveva, se non saputo, cominciato ad intuire qualcosa sull’ esistenza della trattativa. È assolutamente plausibile che qualcuno avesse da temere che Borsellino avesse annotato quei suoi sospetti nell’agenda rossa che portava sempre con sé”. Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in un’intervista realizzata da Paolo Borrometi per il Tg2000, il telegiornale di Tv2000 presentando il suo libro ‘Il Patto sporco’ scritto con il giornalista Saverio Lodato.
“È molto importante – ha sottolineato Di Matteo – quello che è stato scritto a proposito dell’effetto che la trattativa può avere giocato sull’ accelerazione improvvisa dell’ intenzione di uccidere il dottor Borsellino. È assolutamente plausibile, questo lo aggiungo io ma lo aggiungo sulla base di elementi di fatto e processuali di particolare consistenza, che l’agenda rossa sia stata fatta sparire proprio per evitare che quei sospetti, potessero dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, trovare una conferma documentale in quell’agenda”.
“E certamente – ha proseguito Di Matteo -, penso che lo possiamo affermare secondo un criterio di buon senso e logica ed esperienze di chi da molti anni si occupa di processi di mafia, l’agenda rossa non può essere stata fatta sparire dai mafiosi che hanno partecipato alla strage ma con ogni probabilità da uomini di uno Stato deviato che già in quel momento hanno voluto nascondere elementi importanti per la ricostruzione del movente dell’uccisione del giudice e degli agenti della scorta”.

 

Papa, Di Matteo: “Cristiani e mafiosi sono incompatibili. Basta alibi”
Il Pm del processo sulla trattativa Stato-mafia al Tg2000: “Parole importanti che mi hanno dato ulteriore speranza e conforto”.

“Nessuno può avere dopo le parole di Papa Francesco a Palermo l’alibi di pensare che l’essere mafioso e l’essere cristiano siano concetti compatibili”. Lo ha detto il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, storico magistrato del pool che ha istruito il processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in un’intervista realizzata da Paolo Borrometi per il Tg2000, il telegiornale di Tv2000 presentando il suo libro ‘Il Patto sporco’ scritto con il giornalista Saverio Lodato.
“Le parole di Papa Francesco – ha aggiunto Di Matteo – da siciliano, italiano, cittadino, magistrato e da cristiano mi hanno suscitato una grande speranza e un ulteriore conforto. Sono state parole importanti pronunciate con toni diversi rispetto alla famosa invettiva di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi nel 1993 ma pronunciate nella sostanza con altrettanta fermezza”.
“Ho apprezzato moltissimo – ha proseguito Di Matteo – come la maggior parte dei fedeli quelle parole. Ho una speranza e un sogno che quelle parole, quelle prese di posizioni così nette, forti, e belle di Papa Francesco diventino quotidianamente sul territorio soprattutto nel territorio della nostra Sicilia parole, azioni e prese di posizioni quotidiane di tutti: dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i cristiani. Non devono rimanere parole pronunciate il 15 settembre in occasione dell’anniversario della morte di Padre Pino Puglisi, devono rimanere un faro che spero possa guidare l’azione quotidiana di tutti i cristiani e non solo. Non c’è nulla di più contrario al messaggio cristiano dell’ essere mafioso, di avere una mentalità mafiosa, di avere una mentalità che accetti la mafia, la corruzione e il malaffare come un male necessario”.

Intervista integrale e trascrizione:

“Dal 20 aprile del 2018 abbiamo una sentenza di primo grado che certifica che la trattativa ci fu e che uomini dello Stato si resero complici dei vertici di Cosa Nostra nel ricatto nei confronti di quattro diversi governi della Repubblica. Per la giustizia ci sono voluti 25 anni per affermare con una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano quello che era accaduto ma mi chiedo, e con Saverio Lodato ci siamo chiesti in questo libro con una certa amarezza, se quanto oggi consacrato in una sentenza dei giudici non era conosciuto ben prima da soggetti, ambienti della politica e delle istituzioni che invece di denunciare quello che era accaduto o quello che stava allora accadendo hanno preferito tacere, hanno preferito nascondere, hanno addirittura preferito cercare di cancellare le prove di quel terribile connubio. Ecco perché oggi possiamo essere soddisfatti del risultato a cui è arrivata la magistratura ma non cancella questa soddisfazione l’amarezza della reticenza, oserei dire dell’ omertà istituzionale che ha caratterizzato ampi settori della politica e delle istituzioni rispetto a un tema così delicato e così strettamente intersecato con quello delle stragi che hanno insanguinato la Sicilia e l’Italia intera tra il ‘92 e il ‘93”.

“Ci siamo scontrati con difficoltà di ogni tipo, non quelle naturalmente connesse alle indagini che colpiscono anche settori delle istituzioni quelle difficoltà ce le potevamo aspettare, ci siamo scontrati con una diffusa omertà istituzionale e con una resistenza anche delle parti sane del Paese che pensavano fosse inopportuno che lo Stato processasse sé stesso. Pensavano fosse inopportuno screditare con un’accusa così pesante settori dello Stato come l’Arma dei Carabinieri, settori dei servizi segreti e uomini politici. Ma noi ci siamo resi conto subito che ovviamente il nostro era un processo a singoli appartenenti a quei corpi, a quei settori, a quei partiti politici e non voleva criminalizzare nessun ambiente. Siamo andati avanti seguendo un principio: uno Stato che ha paura di far venire fuori e far emergere anche responsabilità dei propri esponenti rispetto fatti così gravi è uno Stato che non può essere autorevole. Non può pretendere la collaborazione dei cittadini che subiscono quotidianamente le vessazioni mafiose, uno Stato che poi vuole nascondere la polvere sotto il tappeto e vuole lavare i panni sporchi in famiglia. Noi siamo andati avanti seguendo semplicemente un criterio di doverosità dell’indagine e poi dell’accusa in dibattimento. Ci siamo scontrati con un’opinione pubblica che non voleva sentire parlare di questa inchiesta e con Saverio Lodato abbiamo pensato a un certo punto che scrivere questo libro era doveroso. Voleva e vuole essere un piccolo segno di testimonianza rispetto a quanto è stato accertato giudiziariamente in primo grado, doveroso perché attorno il silenzio è rimasto assordante. Dopo la sentenza del 20 aprile i principali quotidiani, le principali testate televisive hanno parlato per un giorno di questo processo e di questa sentenza. Dopo il deposito delle motivazioni che è venuto il 19 luglio del 2018 le stesse testate giornalistiche hanno parlato per mezza giornata di quelle motivazioni. Il tema è stato rimosso e questo Paese non può diventare rispetto a fatti così importanti un Paese senza memoria. Perché un Paese senza memoria, ne sono convinto da cittadino prima ancora che da magistrato, è un Paese senza futuro e senza coscienza dell’ importanza e della memoria. Noi non possiamo accettare che su questa vicenda cali il silenzio. Noi possiamo accettare e abbiamo accettato tutti i tipi di critica, possiamo certamente sostenere il dialogo con chi continua a sostenere che la nostra impostazione accusatoria è sbagliata. Tutte le critiche sono legittime ma quello che ci preoccupa da cittadini prima ancora che da magistrati è il silenzio, è la rimozione del dato. Oggi quella sentenza sulla trattativa è come se non esistesse più. Oggi quelle 5552 pagine della motivazione del presidente della Corte d’Assise, Alfredo Montalto, (per alcuni ndr) devono sparire dal dibattito e questo non è proprio di un Paese civile che si vuole confrontare in maniera seria con la sua storia recente”.

“Sono tante le linee guida di quella sentenza, mi vengono in mente 4-5 punti che mi permetto di ricordare. Il primo: la trattativa ci fu e il dialogo con i vertici di Cosa Nostra venne iniziato e venne cercato da esponenti dello Stato. La trattativa non evitò altro sangue, anzi provocò un ulteriore inasprimento della linea stragista. Riina in particolare quando seppe che attraverso Ciancimino alcuni ufficiali dei Carabinieri del Ros avevano cercato i vertici di Cosa Nostra si convinse che quello era il momento per fare altre stragi, per buttare sul piatto della bilancia della trattativa la violenza di altro sangue. Si è giunti poi a un’altra conclusione importantissima: la trattativa certamente non può ritenersi lecita perché non si è trattato del contatto con un esponente di Cosa Nostra in funzione di indurlo alla collaborazione, in funzione dell’acquisizione di notizie confidenziali. Si è trattato del contatto con l’organizzazione Cosa Nostra a cui in quel momento è stata implicitamente riconosciuta l’autorità e il ruolo di organizzazione che può dialogare con lo Stato. È molto importante quello che è stato scritto a proposito dell’effetto che la trattativa può aver giocato sull’ accelerazione improvvisa dell’ intenzione di uccidere il dottor Borsellino. Borsellino probabilmente aveva, se non saputo, cominciato ad intuire qualcosa sull’ esistenza della trattativa. È assolutamente plausibile che qualcuno avesse da temere che Borsellino avesse annotato quei suoi sospetti nell’agenda rossa che portava sempre con sé. È assolutamente plausibile, questo lo aggiungo io ma  sulla base di elementi di fatto e processuali di particolare consistenza, che l’agenda rossa sia stata fatta sparire proprio per evitare che quei sospetti, potessero dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, trovare una conferma documentale in quell’agenda. E certamente, penso che lo possiamo affermare secondo un criterio di buon senso e logica ed esperienze di chi da molti anni si occupa di processi di mafia, l’agenda rossa non può essere stata fatta sparire dai mafiosi che hanno partecipato alla strage ma con ogni probabilità da uomini di uno Stato deviato che già in quel momento ha voluto nascondere elementi importanti per la ricostruzione del movente dell’uccisione del giudice e degli agenti della scorta”.

“Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi avevamo già una sentenza che ha condannato definitivamente il senatore Dell’ Utri per concorso in associazione mafiosa che stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’ Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno e che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992. Questa sentenza di primo grado della trattativa va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’ Utri è proseguita anche attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconi anche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. E c’è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’ imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo. Si ritiene, da parte dei giudici, provato il dato che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa Nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio. Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa Nostra. Rispetto a queste a tante altre conclusioni in questo Paese è importante conoscere. In questo Paese è sicuramente legittimo non condividere le conclusioni dei giudici. In questo Paese è fondamentale dibattere. In questo Paese ritengo invece essere grave la rimozione dell’argomento. Ecco perché un libro, un piccolo contributo può servire spero a stimolare l’approfondimento che ritengo essere doveroso per ogni cittadino. Ci dobbiamo rendere conto che non parliamo soltanto fatti di 25 anni fa ma fatti che coinvolgono la gestione del sistema di potere pubblico negli ultimi decenni con delle proiezioni certamente ancora nell’ attualità. Discutiamo, non tutti possono essere d’accordo con lavoro che abbiamo fatto noi ma ignorare è peggio che certe volte essere pregiudizialmente contro”.

“Da siciliano, italiano, cittadino e magistrato e mi permette dire anche da cristiano le parole di Papa Francesco a Palermo mi hanno suscitato una grande speranza e un ulteriore conforto. Sono state parole importanti pronunciate con toni diversi rispetto alla famosa invettiva di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi nel 1993 ma pronunciate nella sostanza con altrettanta fermezza. Nessuno può avere dopo le parole del Papa l’alibi di pensare che l’essere mafioso e l’essere cristiano siano concetti compatibili. Ho apprezzato moltissimo, come la maggior parte dei fedeli, quelle parole. Ho una speranza e un sogno che quelle parole quelle prese di posizioni così nette, forti, belle di Papa Francesco diventino quotidianamente sul territorio soprattutto nel territorio della nostra Sicilia parole, azioni e prese di posizioni quotidiane di tutti: dei vescovi, dei sacerdoti e di tutti i cristiani. Non devono rimanere parole pronunciate il 15 settembre in occasione dell’anniversario della morte di Padre Pino Puglisi dal Papa a Palermo, devono rimanere un faro che spero possa guidare l’azione quotidiana di tutti i cristiani e non solo. A ricordare sempre che non c’è nulla di più contrario al messaggio cristiano dell’ essere mafioso, di avere una mentalità mafiosa, di avere una mentalità che accetti la mafia, la corruzione e il malaffare come un male necessario”.