Tv2000
porta il teatro in tv

la domenica ore 15.20

“Chi è di scena”:

ciclo con Pirandello, Verga e Martoglio
Dal 26 settembre

Tv2000 porta il teatro in tv. A partire dal 26 settembre, ogni domenica alle 15.20, va in onda “Chi è di scena”, un ciclo con le opere di Giovanni Verga, Luigi Pirandello e Nino Martoglio.
Si comincia con ‘I Malavoglia’ di Giovanni Verga, a 140 anni dalla prima edizione del romanzo. Seguono ‘Uno, nessuno, centomila’ di Luigi Pirandello (3 ottobre), ‘L’aria del continente’ di Nino Martoglio, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte (10 ottobre), ‘Mastro don Gesualdo’ di Giovanni Verga (17 ottobre), ‘La patente’ di Luigi Pirandello e ‘L’uomo dal fiore in bocca’ di Luigi Pirandello (24 ottobre), ‘Il contravveleno’ di Nino Martoglio (31 ottobre).

26 settembre
I MALAVOGLIA di Giovanni Verga
A 140 anni dalla prima edizione del romanzo.
Regia di Guglielmo Ferro, con Enrico Guarneri

Questa messinscena de I Malavoglia centra il racconto sugli eventi più significativi che segnarono la vita della Famiglia Toscano di Acitrezza, lì dove, più di ogni altro passaggio narrativo, Verga punta a violare ogni speranza di emancipazione dei suoi personaggi.
Il cinismo di quello che passa alla storia come l’ideale dell’ostrica verghiano – (come l’ostrica che vive sicura finché resta avvinghiata allo scoglio dov’è nata, così l’uomo di Verga vive sicuro finché non comincia ad avere manie di miglioramento) – assume i toni di un’oscura fatalità. E in questa visione la riscrittura teatrale pone al centro dell’azione drammaturgica la Natura. Scandendo lo spettacolo nei passaggi narrativi delle tempeste, delle morti in mare: la tempesta dove si perde il carico dei Lupini e muore Bastianazzo, la morte di Luca su una nave in guerra, la tempesta dove Padron ‘Ntoni si ferisce ed è poi costretto a vendere la Provvidenza.
In questo impianto narrativo si inseriscono le vicissitudini di ‘Ntoni, nipote di Padron ‘Ntoni, uno dei personaggi descritti da Verga per raccontare un altro tipo di violenza, quella sociale, di quella società cittadina aliena al mondo marinaro de I Malavoglia.

3 ottobre
UNO, NESSUNO, CENTOMILA di Luigi Pirandello
Regia di Antonello Capodici, con Pippo Pattavina

La scena è abbacinante. Di un bianco perfetto, luminoso, totale. Una scatola bianca. Ricorda lo spazio scenico che Bicchi ha disegnato per “Lehman Trilogy” di Ronconi. Ma ad una visione più attenta capiremo che le pareti non sono così “innocenti” come sembrano.
Vitangelo è solo in scena : un’overture dalla quale si dipanano sia la vicenda che il suo commento. Siamo in molti luoghi, cioè in nessuno. La mente del Protagonista, certo. Ma anche una cella, una stanza d’ospedale o di manicomio. E’ un luogo “non-luogo”, che però si riempie subito di visioni. Ecco, allora, che le pareti della scatola, risultano sì bianche, ma come calcinate. Intonacate da materiale denso, grumoso, impervio.
Su queste superfici proiettiamo dense pennellate che rimandano ai quadri/istallazione di Fausto Fiato o Elena Ciampi : diventano luminescenti. Irreali. Riverberano di colori acidi e contrasti.
Via via, il monologo si trasforma in “piece” vera e propria. Spettacolo. Commedia.
Da ampie aperture laterali (simili a saracinesche) carrellano in scena i vari ambienti. Insieme ai personaggi che li animano : la casa di Gegè, gli uffici della Banca, il Convento di Maria Rosa, la casa dei Di Dio, la stanza d’ospedale, la strada.
I personaggi sono grotteschi, iperrealistici : Firbo, Quantorzo, Dida, Maria Rosa, il Padre, Marco Di Dio e Diamante, il Notaio Stampa, Padre Sclepis, il Giudice, il Suocero.
Vitangelo ha pure il suo doppio in scena : un Gegè anagraficamente in “parte”; alcuni episodi sono “vissuti” da questa proiezione giovanile, altri da Vitangelo maturo, in un gioco drammaturgico e scenico di incastri e rimandi. Su tutto, la straordinaria eleganza formale di un Maestro come Pattavina. Fine dicitore. Spensierato narratore in “flash-back”. Furente doppio di sé stesso nelle vicende più dolorose. Nell’auto-sostituirsi, c’è persino il possibile riscatto all’impotenza originaria, all’inanità di una esistenza precedente, inconsapevolmente sprecata.
Gli attori, volutamente, si trasformano in una sequenza di personaggi, traghettando, dall’uno all’altro, le caratteristiche comuni, i caratteri più evidentemente condivisi. Così, in un evocativo esperimento alla “Moreno”,Pattavina – a colloquio con il “sé stesso” Gegè – diventa il suo proprio Padre e poi Suocero. L’attore che interpreta Firbo, diventa il Notaio Stampa e poi Padre Sclepis. Quello che interpreta Quantorzo, poi il Vescovo, ed il Giudice. Una sola attrice interpreta sia Dida (ingenuamente provocante, nelle lecite vesti di moglie legittima) che Maria Rosa, provocantemente ingenua, in maniera speculare, costretta com’è nel suo disturbo “evitante”. A proposito del termine “evitamento”, concludo con una considerazione sulla natura “psicoanalitica” del romanzo.

10 ottobre
L’ARIA DEL CONTINENTE di Nino Martoglio
Regia di Antonello Capodici, con Enrico Guarneri

Rappresentata per la prima volta nel 1915 al Teatro Argentina di Roma, la commedia è la fonte di un vastissimo universo, non solo teatrale, ma sopratutto letterario, ideologico e persino iconografico. Da essa discendono le considerazioni di Brancati, di Patti, di Sciascia, di Camilleri : il sempiterno complesso di inferiorità dei siciliani nei confronti dei “continentali”, le cui scaturigini sono visibili nei mille luoghi comuni del vissuto popolare; la placida, indolente accettazione di una civiltà “altra” ed anche “alta” in perpetua contrapposizione all’arretratezza “locale”; ma – contemporaneamente (e paradossalmente) – pure uno smisurato orgoglio, un frainteso senso di appartenenza ad un buonsenso robusto quanto salvifico, sentimenti che di fatto impediscono ogni possibile progresso sociale e culturale. Il ritratto – più che di un luogo geografico – di una condizione dell’anima.
E – va da sé – anche di un umorismo, di una ironia, di una comicità assurda e paradossale che va dagli eroi tratteggiati da Musco per Pirandello, Martoglio e Capuana fino al Montalbano televisivo.
Figure, figurine, personaggi schizzati, abbozzati; oppure completi, complessi, variegati che hanno dato un senso ed un orientamento, non solo ai difetti degli isolani, ma anche alle pulsioni più profonde degli italiani in genere.
Martoglio scrive per un pubblico borghese (medio ed alto) , naturalmente perbenista e conservatore : per ingraziarselo ricorre all’arma sicura del populismo e del moralismo. Sono le ragioni della “cassa”. Ma tuttavia si intuisce sotto come un fondo di rimpianto. Un non detto che ci costringe a tifare per Cola Duscio persino quando il baratro del ridicolo s’è spalancato sotto i suoi piedi. La Sicilia alla quale torna a fine vicenda ci appare così com’è : claustrofobica, miserabile, sessista, arretrata appunto. E forse era meglio starsene a Roma.
Non una tragedia, ma il piccolo dramma di un uomo ridicolo. Con la differenza che il nostro Eroe – sospettiamo – ha sempre saputo di esserlo. Quanto meno intuito. E’ Pirandello (complice dell’ originale stesura martogliana, ricordiamolo) che riaffiora nel suo complessivo sguardo d’insieme.
Cola Duscio è affidato alla straordinaria bravura di Enrico Guarneri; bravura che ci spinge al tentativo di un nuovo progetto drammaturgico : comico ma delicato. Una vicenda completa e modernissima, che ci aiuti a ridisegnare le promesse non mantenute della vita : la giovinezza perduta sempre troppo presto, l’amore che si è sognato da bambini. La felicità che non risiede né nelle cose, neppure nei luoghi, ma solo in altri esseri umani.

17 ottobre
MASTRO DON GESUALDO di Giovanni Verga
Regia di Guglielmo Ferro, con Enrico Guarneri

Il Mastro don Gesualdo, interpretato da Enrico Guarneri, attore che ha magistralmente superato la ‘fase popolare’ della sua carriera conquistando il favore di un vasto pubblico ed entrando
profondamente nel cuore dei catanesi. Guarneri, dotato di una innata vis comica e tecnicamente
assurto al ruolo di attore poliedrico, si è dimostrato, nel corso di questi anni, capace di passare dal registro drammatico a quello grottesco con grande maestria interpretando molti dei personaggi che hanno fatto la storia della drammaturgia teatrale siciliana ed europea.
Enrico Guarneri è dotato quindi tutte le qualità fisiche ed interpretative necessarie ad incarnare perfettamente Gesualdo Motta, il manovale che è riuscito a ‘farsi’ da solo, divenendo ricco con il proprio lavoro, odiato da tutti, trattato ora con disprezzo ora con ironia.
Guarneri come Mastro -don Gesualdo è un uomo senza riposo.
La messinscena dello spettacolo è affidata al regista Guglielmo Ferro, figlio di Turi Ferro interprete del Mastro -don Gesualdo nel 1967, che, da anni, si dedica alla drammaturgia contemporanea adottando una tecnica registica di respiro europeo. La sua profonda conoscenza del teatro contemporaneo, il gusto minimalista e moderno delle sue messinscene sono indispensabili per un’operazione culturale che mira, nel rispetto assoluto del valore storico-letterario del testo verghiano, ad una trasposizione più attuale del Mastro – don Gesualdo. La rielaborazione drammaturgica di Micaela Miano intende ricontestualizzare il ‘concetto di roba’, che permea il romanzo, l’incessante e frenetica attività di speculazione di un mondo di estremo materialismo, dove non c’è posto per i sentimenti, in un mondo senza spazio e tempo, in cui i personaggi sono ‘fotografati’ come una marionetta non può fare altro che andare incontro al proprio destino, che niente e nessuno potrà cambiare. Non c’è alcuna visione positiva della vita, che emerge come un vicolo cieco, inesorabile.

24 ottobre
LA PATENTE di Luigi Pirandello
Regia e protagonista Pippo Pattavina

Luigi Pirandello scrisse la commedia in un atto unico “La Patente” nel 1917 destinandola alla rappresentazione teatrale in lingua siciliana con il titolo “A’ Patenti” per l’attore Angelo Musco. La trama è tratta dalla novella omonima composta nel 1911 e raccolta in “Novelle per un anno”. La vicenda ruota attorno al personaggio di Chiarchiaro il quale si presenta in tribunale, poiché in paese corre voce che lui sia un menagramo e che porti irrimediabilmente sfortuna a tutti; dunque, Chiarchiaro pretende una “patente” che legalizzi la sua tetra figura e gli possa procurare un vero e proprio lavoro da iettatore. Il giudice D’Andrea, seriamente convinto che la iella non esista, vuole rendere giustizia al pover’uomo così ingiustamente messo al bando dalla società per una sciocca superstizione e quindi si rifiuta non solo di concedere la patente ma è anche disposto a dar ragione a Chiarchiaro contro i comportamenti scaramantici usati contro di lui dal figlio del sindaco e da un assessore. Proprio mentre Chiarchiaro pretende ad alta voce la sua patente di iettatore, un colpo di vento fa cadere la gabbia dove, ormai morto per la caduta, si trova un cardellino, unico ricordo della defunta cara mamma del D’Andrea. I giudici del collegio giudicante hanno assistito muti e sbigottiti all’accaduto: concedono la patente a Chiarchiaro che così potrà ufficialmente esercitare la sua professione.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA di Luigi Pirandello
Regia e protagonista Pippo Pattavina

Il protagonista è un uomo malato di un epitelioma, un tumore (il fiore in bocca), quindi quest’ultimo è prossimo alla morte; questa sua situazione lo spinge a indagare nel mistero della vita e a tentare di penetrarne l’essenza. Per
chi, come lui, sa che la morte è vicina, tutti i particolari e le cose, insignificanti agli occhi altrui, assumono un valore e una collocazione diversa. L’altro personaggio è un avventore del caffè della stazione, dove si svolge tutta la scena; un uomo qualsiasi, che la monotonia e la banalità della vita quotidiana hanno reso scialbo, piatto e vuoto a tal punto che il dialogo tra lui e il protagonista finisce col diventare un monologo, quando quest’ultimo gli rivela il suo terribile
segreto.
L’opera è incentrata sulla morte prevista e quella imprevista. La vita non ha nessun valore in sé, ma quando l’individuo – sulla strada della morte – la osserva, anche i gesti quotidiani insignificanti acquistato un valore vitale. Immaginarsi
simili alla stoffa significa affidarsi a cose che sembrano eterne. La vita non si conosce, però si sente il bisogno di viverla e a disprezzarla quando la morte è prevista, in modo da potersene andare con meno dolore.

31 ottobre
IL CONTRAVVELENO di Nino Martoglio
Regia di Antonello Capodici, con Enrico Guarneri

“Il contravveleno” è una delle ultime opere di Martoglio. E forse quella che più lo rappresenta. Rappresentata per la prima volta nel 1918 con il titolo U Contra, racconta la vita in uno dei quartieri più veraci della Catania degli anni ’20, la Civita, durante l’imperversare della piaga del colera. Così, le comari Sara la Petrajana, sua figlia Tina, Cicca Stonchiti e Cuncetta Pecurajanca trascorrono le loro giornate intente a stendere i panni al sole, a preparare il pasto frugale e battibeccare tra loro per un nonnulla, mentre Don Cocimu Binante e Don Procopiu Ballaccheri con aria smargiassa millantano le loro presunte conoscenze in ogni settore della scienza e cercano di spiegare pseudo- scientificamente la causa della pestilenza. Un baddista è convinto che a diffondere il morbo siano le polpette avvelenate, l’altro “colonnista” che questo sia portato dalle correnti d’aria. La comicità grottesca, tipica del teatro martogliano, scaturisce da una indigestione di Don Procopio che viene scambiata da tutti per la temuta malattia, e curata dal dottor Anfusu con del laudano, a cui si vuole attribuire valore di pozione miracolosa. Nonostante il suo cognome, Don Procopiu, cerca di tenere fede ad una certa onestà arrabattandosi in piccoli lavori che gli consentano di vivere o sopravvivere di stenti. Lo stesso non si pu dire di Don Cocimu che, venuto a conoscenza della mistura in suo possesso, non si lascerà scappare l’occasione di un guadagno facile, la quale si presenta nel momento in cui la ricca za’ Petra gravemente ammalata, reclamerà qualche goccia della preziosa pozione.