Il card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano, si racconta a #Soul nell’intervista di Monica Mondo

Dopo la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi e l’apertura dei cieli aerei per Papa Francesco, il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin spiega a SOUL, in un’intervista esclusiva a Tv2000, che la Santa Sede continua a lavorare sui dossier relativi a Cina e Vietnam ma che “i tempi non vanno affrettati”, che “la pazienza raggiunge tutto, ottiene tutto”. “Abbiamo constatato durante i secoli – spiega – che non è mai stato facile, ci sono stati tentativi molto seri che non hanno portato risultati significativi, sostanziosi. Noi continuiamo a lavorare, sperando che si aprano anche queste vie di terra; ci mettiamo un po’ nella prospettiva che chiede a tutti il Signore, di fare la nostra parte, di farla con tanta generosità, senza nessun risparmio, sapendo che i tempi conosce lui. Dicono in America Latina, che i tempi di Dio sono perfetti. Forse non dobbiamo affrettare, nella speranza del giorno in cui possano essere risolti i problemi che abbiamo con questi Paesi, anche se ognuno ha le sue situazioni e le situazioni sono differenti. Aspettare che arrivino i tempi di Dio senza troppe impazienze, ma quanto mi addolora e mi dispiace la sofferenza di tante persone”.
A colloquio per 30 minuti con Monica Mondo, il primo ministro del Papa, talento dello studio e della diplomazia, invita a non abbassare la guardia rispetto al pericolo che le ideologie rappresentano oggi per la Chiesa. “Lo vedo, lo vedo in atto, il pericolo. Lo vedo – dice – dove non c’è una chiara visione della centralità della persona umana, della sua dignità, dei suoi diritti e dei suoi doveri, che deve essere invece collocata al centro dell’azione politica. Quando sono altri gli interessi, gli scopi si rischia di imporre un’ideologia sulla realtà e di far soffrire le persone. E anche nella Chiesa c’è questo rischio: la Chiesa l’ha sempre conosciuto fin dai primi giorni della sua esistenza, basterebbe scorrere le pagine degli Atti degli Apostoli. E’ una tentazione che si supera nel momento in cui si è consapevoli di quanto diceva Benedetto XVI nellaDeus caritas est, ripresa anche all’inizio dell’Evangelii gaudium di Papa Francesco: all’inizio dell’esperienza cristiana non c’è una decisione etica, non c’è un’idea o un complesso di idee, ma un incontro, l’incontro con un avvenimento, con una persona. Se noi viviamo la nostra fede in questa dimensione c’è molto meno pericolo che le ideologie possano diventare prevalenti e fonte di conflitto all’interno della Chiesa.”
Sulla scarsa volontà di ricomporre i conflitti spesso mostrata dagli organismi internazionali, il Segretario di Stato Vaticano sottolinea: “fatto un bilancio dei pro e dei contro mi sembra molto importante esserci e continuare a svolgere il nostro compito all’interno di questi organismi. Senza nasconderci le difficoltà, i rischi, le strumentalizzazioni. Ci vuole una presenza serena, ma non una presenza ingenua, e sappiamo bene quali sono le difficoltà. La firma di un accordo con lo stato di Palestina si colloca esattamente in questa ottica, di contribuire in maniera concreta alla realizzazione di un disegno che permetterebbe a due popoli di avere il proprio Stato, di vivere all’interno di ciascuno con confini sicuri e internazionalmente garantiti. Non dobbiamo mai scoraggiarci, ma continuare a fare. A volte qualche segno, impercettibilmente, si vede. Magari sono passi molto limitati, molto piccoli, che non sembrano corrispondere allo sforzo che si è fatto, però ci sono. Non dobbiamo lasciarci prendere da un pessimismo eccessivo perché il pessimismo e la paura bloccano. Invece a noi è chiesto di continuare con determinazione ad andare avanti su questa strada.”
Passando in rassegna le tappe più importanti del percorso che lo ha portato, per anni, in giro per il mondo al servizio della Santa Sede, il porporato cita l’America Latina, Paese di cui ricorda i martiri che con la propria testimonianza hanno scatenato la rabbia della criminalità e del narcotraffico. Il suo pensiero va anche a mons. Oscar Romero, il vescovo di San Salvador brutalmente assassinato nel 1980 mentre celebrava la messa e che viene proclamato beato proprio oggi. “Ho sentito tanti che l’hanno conosciuto, ho sentito testimonianze dirette. La sua era una scelta di fede, non ideologica, e questo è un punto fondamentale anche nel panorama odierno. Certo è difficile parlare di martirio qui seduti, in una bella sala, tranquillamente. Ma è vero che il martirio fa parte della vita e della testimonianza della Chiesa. Credo che sia una grazia perché se pensiamo alle nostre debolezze, alle paure, a tutti i timori, a mente fredda sentiamo solo una repulsione totale quando ci chiediamo cosa faremmo al posto dei nostri fratelli. Eppure l’ ha detto Gesù nel Vangelo: “Vi darò la forza per rispondere, per essere miei testimoni” e questa testimonianza può arrivare fino all’effusione del sangue. Io mi ricordo una risposta che hanno dato due suore francesi in Algeria ai tempi del terrorismo e delle uccisioni di cristiani, come i famosi monaci di Tibhirine. Quando è stato chiesto loro: “Non avete paura di poter essere uccise?” Hanno risposto “ Abbiamo paura, umanamente parlando, ma non di dare la nostra vita, perché la stiamo dando giorno dopo giorno”. Questo è bellissimo. Il martirio è una grazia, solamente il Signore può darcela, ed è una grazia cui ci si prepara giorno dopo giorno facendo dono nelle circostanze ordinarie o straordinarie della nostra vita.”
Nell’intervista trovano spazio anche il racconto di sé, della sua città natale, Schiavon, nel vicentino, dei fratelli e degli amici con cui da bambino giocava a celebrare la Messa, e della sua “naturale” vocazione al sacerdozio. “Fin da piccolo – racconta – non mi sono mai pensato in un ruolo, in una vita diversa se non quella del prete”.

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