Santa Lucia in Selci

Il 13 dicembre la Chiesa ricorda Santa Lucia: martirizzata a Siracusa intorno all’anno 304 sotto la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, è una delle figure più care alla devozione cristiana. Andremo oggi alla scoperta della chiesa che le fu dedicata a Roma, un gioiello nascosto e sconosciuto ai più, quasi inaccessibile: Santa Lucia in Selci.

Questa antichissima diaconia risale ai tempi di Papa Simmaco (498-514) e fu poi restaurata da Onorio I (625-638) e Leone III (795-816). La chiesa ebbe il titolo cardinalizio fino a quando le fu tolto da Sisto V (1585-1590) e fra i cardinali titolari ci fu Cencio Camerario di casa Savelli che fu poi papa con il nome di Onorio III (1216-1227). E’ ora gestita dalle Suore Agostiniane di S. Lucia ed è aperta dalle 9.30 alle 10.30 per la messa domenicale.

Il nome “in Selci” deriva dagli antichi resti di lastricato romano (silices) appartenenti all’antico Clivus Suburanus. I clivi erano nell’antica Roma le strade in salita ed erano piuttosto numerosi se consideriamo la situazione orografica della città. Tra questi, il Clivus Suburanus attraversava il quartiere della Suburra per salire fino al Cispio in direzione di quella che oggi è nota come piazza di San Martino ai Monti.

Il luogo era anche detto “in Orphea” per la presenza, sulla sommità del clivo, della Fontana di Orfeo (Lacus Orphei) menzionata dai cataloghi regionari e rappresentata nella pianta marmorea di Roma antica, ma della quale finora non ne sono stati ritrovati i resti. Proprio dalla pianta, sappiamo che era costituita da una grande vasca rotonda del diametro di 5/6 metri, affiancata a sinistra e a destra da altre due del diametro di circa 3 metri. Il monumento era completato da un edificio retrostante, il che fa supporre che la fontana fosse la mostra di un acquedotto, forse l’Aniene Vecchio, restaurato da Augusto verso l’11 a.C. Sappiamo, grazie ad un epigramma di Marziale che era ornata di due gruppi scultorei, uno col giovane Ganimede rapito dall’aquila e l’altro raffigurante Orfeo contornato dalle fiere ammansite dalla sua musica.

Ma entriamo attraverso l’atrio ricostruito da Carlo Maderno, che nel 1604 diede alla chiesa l’aspetto che oggi possiamo ammirare. L’interno è un’aula rettangolare con volte a botte, con due piccole cappelle per lato (in realtà poco profonde, con lo spazio occupato quasi completamente dall’altare). Sul lato sinistro, quella più vicina all’entrata è la Cappella Landi, prima opera di un genio dell’architettura: Francesco Borromini. Siamo di fronte ad una delle prime realizzazioni del barocco. L’opera, infatti, era già compiuta nel 1633 e precede di alcuni anni la realizzazione di S. Carlo alle Quattro Fontane. Gli angeli presenti sulle colonne sono la firma del grande artista, essendo presenti in tutte le sue opere, fin da quando arrivò a Roma per decorare il vestibolo di S. Pietro in Vaticano.

Mauro Monti


 

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12 Dicembre 2015

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