Film, “In un mondo migliore”. Giovedì 10 marzo alle 21.00

Christian non ride e non perdona mai. Rimasto orfano si trasferisce in Danimarca con il padre, nella nuova scuola incontra Elias, timido, pestato dai bulli d’ordinanza, genitori perfetti sul lavoro e meno nella coppia. I due scolaretti cominceranno insieme un cammino verso il male sotto gli occhi impotenti dei pur coscienziosi genitori. Di Susanne Bier, con Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen.

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Non sappiamo se l’auspicio della Bier si realizzerà, se vivremo domani In un mondo migliore. Di certo il cinema della regista danese ha fatto un bel passo avanti. Non è nuovo il suo film, bensì attuale. L’attualità non è il contenuto ma il gesto, l’atto di chi vuol afferrare il reale totalmente: cinema-mondo.
In gioco non tanto il presente, ma le modalità con cui la Cultura, l’Autore, possono e devono farsene carico. Se è vero – per la Bier certamente lo è – che il mondo è sprofondato nel caos, al momento fondativo e originario, tutto deve essere azzerato e rimesso in discussione, compresi assoluti morali e categorie di giudizio con cui siamo abituati a decifrarlo. Come se all’apice della sua complessità – che poteva ancora suggerire uno sguardo analitico, periferico e situazionale – il reale fosse esploso di colpo, disintegrando quadro, etica e cornice.
La Bier va oltre lo schianto, non si accontenta di registrare le macerie, ma vuol ricomporre, ri-edificare. Assistita dal solito Thomas Jensen (sceneggiatura), si chiede quale prezzo siamo disposti a pagare per difendere gli ideali; che efficacia può avere l’educazione in un mondo rassegnato alla violenza; che futuro consegnare al futuro. In breve circoscrive vulnus e destino dell’Occidente. Senza per questo rinunciare al suo stile eccitabile e arrovellato, al cote familiare, alla meccanica della passioni. Marchi di fabbrica verrebbe da dire, se non fossero grumi di un clima diffuso, tutto mal di pancia e frenesia, emotività e (melo)dramma. E se lo script non lesina scorciatoie drammaturgiche, è il cinema a fare la differenza, ad autenticare tutto grazie alla partecipazione con cui la regista danese aderisce ai conflitti dei suoi personaggi, alle piaghe del loro vissuto personale, alla fragilità di modelli e progetti di vita. Non trascura nessuno – padri e figli, mogli e mariti – quasi che l’estasi e il tormento di ciascuno fosse in fondo anche il suo.
La scena sembra frazionata, è interiorizzata, si rivela intrecciata: il bullismo e la scuola, la separazione e il lutto e, per tutti, fatica di vivere, riottosità sociale (che mina autorità e sistemi educativi: del resto come porgere l’altra guancia quando gli altri conoscono solo la legge del pugno?), l’indisponibilità degli affetti, il livore comunitario. Siamo in Danimarca, potremmo essere ovunque. Eppure il ritorno in patria ha giovato alla Bier che, dopo il mezzo passo falso americano (Noi due sconosciuti), ritrova cuore, viscere e macerazione in un dramma morale che interpella lo spettatore mettendolo a disagio, tirandolo in mezzo. Da osservatore a osservato. Decisiva la scelta di eludere il racconto di formazione classico, utilizzando l’infanzia come termometro dei conflitti che agitano il presente.
Questi figli – questi, non i citrulli del cinema italiano, il cui respiro, al confronto, somiglia a un rantolo – sono la posta in gioco di domani. La Bier intercetta un malessere reale, ne prende parte, si schiera. Alterna tensione e quiete, dilata tempi e temi, compone immagini, musica e fotografia in un affresco impressionista e kantiano. Cerca dentro i suoi personaggi – e negli attori diretti alla perfezione – una legge morale (ancora) possibile.
Nei cieli stellati presagi dell’avvenire. Il suo, continuando così, sarà di sicuro radioso.

Gianluca Arnone

Da Cinematografo.it

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