Buongiorno professore, ancora in classe con Andrea Monda e i ragazzi dell’ Liceo Classico Albertelli di Roma. Domenica alle 9.20 e lunedì alle 19.30

Finiti i dieci comandamenti spostiamoci sul linguaggio di Gesù, che parla in parabole. Che significa? E soprattutto perché Gesù parla in parabole? Gesù è il centro del racconto, e nonostante questo racconta a sua volta, continuamente, tanto che se sommiamo le parabole sparse nei quattro Vangeli sono un’infinità. Ne citiamo una in particolare, dove un dottore della legge chiede a Gesù quali sono i comandamenti più importanti. Gesù risponde con una domanda, dicendo: cosa ci trovi scritto nella Legge? La risposta sarà: Ama Dio e ama il prossimo. Ma chi è il mio prossimo? Gesù allora risponde raccontando la parabola del buon Samaritano.  Gesù non parla come i predicatori, che fanno discorsi astratti; non spara teorie o dà risposte esatte, ma si esprime con i fatti, esponendo fatti concreti. Ti aiuta a entrare nel mistero con un racconto concreto, narrando azioni e gesti di alcune persone. Una risposta astratta e teorica non può essere interpretata, a differenza di una vicenda. La matematica ad esempio non è per niente interpretabile: la professoressa dà un risultato e noi dobbiamo andare esattamente lì. Mentre il campo della fede non è un’equazione, non siamo nel campo della necessità ma della possibilità, quindi della libertà. Quando viene raccontata una storia possiamo interpretarla. Possiamo non ascoltarla, oppure possiamo farci catturare. Ma non è come un fuoco d’artificio, non seduce, ma parte dalla vita.  Gesù racconta delle storie che ci affascinano, che ci interpellano nella nostra libertà: quindi “chi ha orecchie intenda”. San Bernardo diceva che noi abbiamo due orecchie e una bocca per parlare la metà e ascoltare il doppio. Un grande teologo invece diceva che noi siamo uditori della parola. La parabola del buon samaritano è importante: il figlio chiede tutta la sua eredità e li sperpera in tutti i piaceri possibili, dilapidando un enorme patrimonio, riducendosi nelle peggiori condizioni. Per lui il padre è morto, ma per il padre il figlio non muore mai: ecco la dignità, che lui ha perso ma non agli occhi del Padre. Nel cammino di ritorno il figlio riconosce di non essere degno di essere trattato come figlio, ma il padre non permette lui nemmeno di pronunciare questo discorso. Vedendolo da lontano ordina di far uccidere il vitello più grasso, rivestirlo delle vesti migliori, mettergli l’anello d’oro. Il padre addirittura lo accoglie ancora prima del suo arrivo, stando tutti i giorni alla finestra per vedere se stava tornando, e quando arriva gli corre incontro. E non sappiamo nemmeno come va a finire. Il Padre gli dice lui era morto, ed è tornato in vita, e per questo dobbiamo fare festa.  Questa è la misericordia. Pensiamo alla lavanda dei piedi del Papa: siamo proprio nell’ultima cena, al capitolo 13 di Giovanni dove Gesù, avendo amato i suoi amici, li amò fino alla fine. Non si può amare al 50%, con riserve, ma l’amore è donazione totale, bisogna amare fino alla fine. Abbracciare, perdere anche la dignità. Lavare i piedi, uscire di casa per accogliere il figlio smarrito. Tutti e due trattano il padre come un padrone perchè la loro mentalità è quella contabile. Ma non bisogna seguire i dieci comandamenti in maniera cieca, smarrendo quello che è più importante: la misericordia, la benzina del cuore, l’amore divino.

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