Sabato 24 febbraio ore 12.50 e 20.45; domenica 25 ore 12.20 e 20.30 – L’artista Mimmo Paladino e il predicatore degli esercizi spirituali del Papa, Jose Tolentino Mendoça sono gli ospiti di Soul, il programma d’interviste condotto da Monica Mondo su Tv2000. Mimmo Paladino: pittore, scultore, incisore, regista teatrale e cinematografico. Un artista contemporaneo dei più importanti nonché uno degli esponenti più rilevanti della Transavanguardia, movimento che nasce nel 1980 teorizzato da Achille Bonito Oliva. Un’arte tradizionale che guarda al futuro quella di Mimmo Paladino che ricalca le figure degli archetipi per poi accentuarli con simboli etruschi, paleocristiani, greci e romani. Un mondo che si compone di dialogo tra scultura pseudo figurativa e una pittura monocromatica, arrivando poi al vertice attraverso l’inserimento di oggetti nelle tele, arrivando quindi alla composizione in tre dimensioni. La Biennale di Sidney, lo Zeitgeist di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, sono solo alcuni dei più importanti musei che hanno ospitato le opere dell’artista. Ma quelle che più restano nel cuore, sono le composizioni a cielo aperto, visibili a tutti e dal profondo significato sociale. È sua la “Porta di Lampedusa”, posta sul primo scoglio che i migranti, arrivando con i barconi, avvistando una volta giunti nella nostra terra. Il luogo dove l’Italia finisce, ma dove per molti la vita ricomincia.

Cos’è l’opera d’arte per un artista? Difficile dare una risposta, come lo stesso Paladino afferma, che si può spiegare come “un lungo cammino che l’uomo ha sempre fatto, il mistero è proprio quello che l’uomo ha continuato a tracciare dei segni con qualunque mezzo. L’artista stesso non smette mai di stupirsi e probabilmente di stupire chi guarda”.

E l’arte è qualcosa per l’artista o per un pubblico che ammira il suo operato? Deve essere per tutti l’arte? “La necessità primaria è sicuramente per l’artista, altrimenti ogni giorno smetterebbe di stupirsi che ci sia sempre qualcosa di nuovo su una tela, un foglio, una nuova materia. Però è ovvio che poi diventa per tutti”.

Su questi presupposti nasce spontaneo chiedersi qual è il significato dell’arte: “il significato è qualcosa che è assolutamente nascosto anche all’artista stesso. Poi succede questa alchimia misteriosa, che come diceva Don Chisciotte, lui vede ciò che gli altri non vedono, ma poi quando la cosa è fuori, esposta e palesata è chiaro che poi il pubblico legge delle cose che l’artista stesso non riesce a leggere”.

L’arte è sempre stata veicolo di conoscenza, a volte di riproduzione della realtà, ma spesso diventa letteralmente mediatrice del mondo reale. Questo il significato della Porta di Lampedusa, ma anche Corale per onorare la memoria di Falcone e Borsellino. Un compito o una responsabilità dell’arte? “Nel caso di Corale è un omaggio sotto l’emozione delle immagini che vedevo dal punto di vista televisivo. Ho sempre visto il lato corale di quest’opera. La Porta viene invece da una richiesta di fare un monumento per questa povera gente che approda nel nostro Paese e poi muore. Da una parte un omaggio a queste persone, dall’altra una porta dell’Europa, una porta aperta”.

E prendendo spunto dai nuovi migranti che arrivano da noi portando anche nuove culture, si può ancora parlare di differenze tra l’arte occidentale e quella orientale? “La cultura è planetaria. Oggi i confini si sono ampliati, per cui l’esperienza orientale può oggi diventare utile per gli occidentali e viceversa. Può essere visto come una forma per omologare tutto, però penso che se apro il mio bagaglio di esperienze visive ci ritrovo i longobardi, la romanità, l’arte arcaica, della quale mi servo. Per me sono esperienze visivamente vissute importanti per poi procedere con i miei segni, se costruisco una immagine è perché parto dal mio passato culturale visivo”.

Jose Tolentino Mendoça

è voce letteraria e poetica del suo Portogallo, voce di una cultura europea dove conta amicizie e sintonie inedite. È vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona, consultore del Pontificio Consiglio della Cultura, studioso della Bibbia, ma anche di Pessoa, Saramago, Pasolini e Flannery O’ Connor. Nato a Madeira, isola sospesa tra l’oceano e il cielo, ha respirato il mare e le montagne, l’esotismo dei suoi frutti e della sua gente.

“Madeira è un luogo letterario, sembra un luogo sognato, potrebbe essere il paradiso terreste: la sua “sospensione” è tattile e affascinante”

“Sono figlio di pescatori e i pescatori hanno una professione artigianale, sono vicini alla natura, al silenzio delle grandi notti sull’oceano e questo definisce un temperamento e uno sguardo.
Se qualcosa mi definisce è il sostantivo “lettore”. Lettore del mondo, cioè ricercatore del senso, dello stupore, della rivelazione del reale che giunge sempre attraverso l’altro.”

“Cerco nella letteratura i ribelli, quelli che guardando il mondo capiscono che quel che vedono non è tutto. Pasolini ad esempio è un maestro di dissidenza, nei confronti di una cultura dominante, acritica, piegate a logiche disumane. Mi interessa per la revisione critica della modernità e perché ci mostra la forza originale, creativa, della parola. Era certamente un credente, di frontiera, inquieto, come devono esserlo tutti i credenti.”

“La mia prima biblioteca è stata mia nonna, che era analfabeta. Ma c’è una letteratura orale che è comunque letteratura: le prime poesie è stata mia nonna ad insegnarmele, a memoria. Questo modo di arrivare alla lettura ha lasciato un segno ed una capacità di ascolto che è stata fondamentale per la lirica”

“Ho queste due vocazioni in me, poeta e sacerdote, ma sono un’unica strada. Sono poeta da sempre nel modo di guardare il mondo, ma da sempre ho avuto una visione religiosa del mondo e nel cammino, nella scoperta delle bibbia e della teologia, questa vocazione è diventa la mia passione più chiara. Ho capito che la poesia è anche un’espressione di te, un servizio, un rapporto con la realtà, perché tu stai con la nudità della tua parola davanti a Dio e aiuti gli altri a cercarlo restando in silenzio.”

“La tradizione cristiana ha una grande responsabilità culturale. Noi siamo una comunità di lettori: ci raduniamo per ascoltare una parola che è vertiginosamente divina, perché il logos si è fatto carne. La parola cristiana è uno scandalo perché è teomorfica, è forma di Dio, quindi il provvisorio della parola umana ha la forma dell’eterno e questo genera una responsabilità nei confronti della parola, che abbiamo dimenticato. Abbiamo tolto alla parola la capacità di generare mondi, l’evidenza del mistero. L’abbiamo ridotta a puro slogan. Siamo tutti dei chiacchieroni, anche i preti, i pastori. L’uso della parola aveva un tempo una solennità, un’economia, quasi un timore. Quando facciamo silenzio la parola non può essere mai banale, ma porta in sé la rivelazione.”

“Amo molto la definizione di mistica di Michel Certeau: “mistico è colui che non smette di camminare”. Tutti i cristiani sono mistici, così è la nostra appartenenza a Cristo. Questo rimanere nel mistero di Cristo avviene però nella quotidianità, nella vita comune, ordinaria. Per me l’istante è un grande sacramento di Dio, perché è l’attimo fuggente, il vero tempo in cui Dio si può scoprire.”

“C’è una pedagogia, meglio una mistagogia per introdurci nel mistero e i nostri sensi sono la prima chiave d’ingresso. Oggi non sappiamo più vedere, dire, gustare, sentire gli odori, toccare la realtà. È una responsabilità dell’evangelizzazione ricordare che la gloria di Dio è l’uomo vivente, come dice Ireneo, cioè l’uomo che fa un’esperienza di pienezza sulla terra. È l’anima carnale di cui parlava Péguy ed è vero che il cristianesimo è una religione materialista, nel senso che la carnalità del mondo è dimora di Dio.
La vista e l’udito sono i sensi della distanza. Il tatto invece è il primo dei sensi, quello della prossimità, dell’incontro. Il gusto poi è il senso della maggior intimità. Sapere e sapore hanno la stessa etimologia per assaggiare le cose le mettiamo in bocca. Quindi il sapere non è l’esteriorità delle cose nella mente, ma l’unità delle cose al nostro essere più profondo. E Dio profuma, anzi secondo me puzza perché il profumo di Dio è il profumo del povero, delle vittime della storia.”

“È vero che oggi virtù come la perseveranza e la costanza sono trascurate, ma noi dobbiamo andare controcorrente, i cristiani devono essere alternativi ma in positivo, non per combattere il mondo, ma per un cammino di umanità portando i loro valori senza paura di essere minoritari. La grande patologia della Chiesa è l’autoreferenzialità, ha ragione il Papa, quando cioè si chiude in se stessa, nelle sue piccolezze, nei suoi drammi interni e perde la capacità di essere sale e luce nel mondo.”

“La bellezza è la verità, ma che riguarda comunque l’umano. Può essere anche una parete bianca, ma è quel che di sé porta una verità a dare senso ad uno sguardo che fissa. Esiste certamente la bellezza eterna, ma la bellezza delle opere dell’uomo è sempre circostanziale. Leonardo da Vinci è la bellezza, ma se è cristallizzato, riprodotto, massificato può diventare quasi banale. Mentre l’arte contemporanea può avere un’essenzialità, una nudità, una distanza nei confronti della bellezza che è il modo necessario oggi per trovarne la nuova icona”

“I miei maestri sono i poeti, i ribelli, gli esploratori, i santi, gli uomini e donne di ogni giorno che con la loro capacità di resistere e di andare avanti lasciano sulla terra il segno di un incontro che non muore.”

“Nel Vangelo c’è un cammino di scoperta, stupore, sconcerto, anche drammatico, della figura di Gesù. Chi è costui? Perché parla con autorità? Perché ha scelto quegli uomini? Il ritratto di Gesù nei Vangeli non c’è. Solo nel cammino dei segni e delle domande si capisce piano piano chi è Gesù come pure nelle lacrime dei peccatori. Per questo una chiesa farisaica che si allontana dal mondo perché è un mondo di peccatori non è capace ad arrivare al vero ritratto di Gesù”

22 Febbraio 2018

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