“Il lavoro schiavo”

28 giugno 2019

Padre Emmanuel Parvez, ospite in studio di Gennaro Ferrara, ha 68 anni, è parroco a Pensara, diocesi di Faisalabad nel Punjab pakistano.

Ha tradotto in urdu diverse vite di santi e ha scritto diversi libri di spiritualità e mistica, ma soprattutto aiuta i cristiani più poveri, costretti dal debito a lavorare nelle fornaci di mattoni.
Ad oggi, ha riscattato trecento famiglie cristiane e musulmane indebitate e in condizioni di schiavitù legalizzata da generazioni nelle fornaci di mattoni dei feudatari locali. Ha dato loro una terra, costruito case e scuole. La sua parrocchia comprende 38 villaggi per circa duemila fedeli. Organizza da 20 anni il torneo di calcio interreligioso a khushpur, paese natio di Shahbaz Bhatti, ministro cristiano ucciso nel 2011. Una kermesse che unisce giovani tramite lo sport e che abbatte barriere tra cristiani e musulmani.

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Il lavoro schiavo
Aggiungo una parola su un’altra particolare situazione di lavoro che mi preoccupa: mi riferisco a quello che potremmo definire come il “lavoro schiavo”, il lavoro che schiavizza. Quante persone, in tutto il mondo, sono vittime di questo tipo di schiavitù, in cui è la persona che serve il lavoro, mentre deve essere il lavoro ad offrire un servizio alle persone perché abbiano dignità. Chiedo ai fratelli e sorelle nella fede e a tutti gli uomini e donne di buona volontà una decisa scelta contro la tratta delle persone, all’interno della quale figura il “lavoro schiavo”.

La compassione per il mondo
È importante parlare dei fratelli ma ci sono due vie per parlare dei fratelli o benedire i fratelli cioè parlare bene dei fratelli o chiacchierare, sparlare di loro. Chiacchierare – in questo senso – è una cosa brutta, non è di Gesù. Gesù mai chiacchierava. Invece parlare, sì. E la preghiera è parlare a Gesù dei fratelli, dire: “Signore, per questo problema, per questa difficoltà, per questa situazione…”. E questo è un cammino di unione, di comunità. Invece sparlare degli altri è un cammino di distruzione.
3. È bene, in questo giorno della solennità del Sacro Cuore di Gesù, ricordare il fondamento della nostra missione, come ha fatto Bettina (Argentina). Si tratta di una missione di compassione per il mondo, potremmo dire un “cammino del cuore”, cioè un itinerario orante che trasforma la vita delle persone. Il Cuore di Cristo è talmente grande che desidera accoglierci tutti nella rivoluzione della tenerezza. La vicinanza al Cuore del Signore sollecita il nostro cuore ad avvicinarsi con amore al fratello, e aiuta a entrare in questa compassione per il mondo. Siamo chiamati ad essere testimoni e messaggeri della misericordia di Dio, per offrire al mondo una prospettiva di luce dove sono le tenebre, di speranza dove regna la disperazione, di salvezza dove abbonda il peccato.

Insegnare a pregare
La preghiera personale o comunitaria ci stimola a spenderci nell’evangelizzazione e ci spinge a cercare il bene degli altri. Dobbiamo offrire ai giovani occasioni di interiorità, momenti di spiritualità, scuole della Parola, affinché possano essere entusiasti missionari nei diversi ambienti. Così scopriranno che pregare non li separa dalla vita reale, ma li aiuta a interpretare alla luce di Dio gli avvenimenti esistenziali. Insegnare a pregare ai bambini. A me fa dolore quando vedo tanti bambini che neppure sanno farsi il segno della croce. Dico: “Fai il segno della croce” e fanno così [un gesto confuso]… Non sanno. Insegnare a pregare ai bambini. Perché loro arrivano subito al cuore di Gesù, subito. Gesù li vuole. E ai giovani, insegnare che la preghiera è un grande cammino per andare avanti nella vita. Grazie, Suora, per quello che Lei fa. Grazie.

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