Umberto Curi: filosofi e monaci, in comune la dedizione a qualcosa.. La laurea in filosofia non consente in quanto tale di trovare lavoro (foto+video)

Quarantuno anni ad insegnare Filosofia, all’Università di Padova. Oltre 40 titoli pubblicati e tradotti in diverse lingue. Un sodalizio filosofico e politico con Massimo Cacciari, da quando erano ragazzi. Un maestro. Appassionato di cinema letto con spirito filosofico, Umberto Curi è presidente della giuria dl Film festival di Siloe, unica rassegna di cortometraggi di respiro internazionale che si svolge in un monastero. La comunità di Siloe, dal nome della piscina evangelica che sanava le ferite e l’anima, una comunità nuova e vivace, unica in Maremma. Il Festival, che ha una giuria composta in gran parte di giovani di tutte le regioni d’Italia, offre il 7 e 8 luglio due giorni di incontri che vedono protagonisti artisti e intellettuali e naturalmente monaci.

Umberto Curi
Il filosofo Umberto Curi intervistato da Monica Mondo

Curi è l’ospite di Soul sabato 2 luglio alle 12.20 e alle 20.30 su Tv2000 e alle 19 su In Blu Radio.

Dice:

“Come può un filosofo non occuparsi di cinema, non soltanto perché tra le arti del 900 è quella che compendia in sé una molteplicità di linguaggi e quindi   richiede quella profondità di analisi e di esplorazione insita nell’indagine filosofica. Ma anche perché credo che sia arrivato da tempo il momento di superare la convinzione che esistano testi filosofici e testi non filosofici. Troppo a lungo nel nostro paese il cinema è stato considerato solo una forma di intrattenimento, per cui studiare il cinema, occuparsi in chiave filosofica del cinema  era considerata  una occupazione subalterna, un segno di scarsa serietà. Non era così Oltralpe. Direi che tutto il Novecento francese è scandito dall’interesse che grandi personalità della filosofia contemporanea hanno manifestato nei confronti del cinema.”

“Tra i miei autori di riferimento con Platone e Heidegger ci sono anche Clint Eastwood e Christopher Nolan. l film più riuscito di Nolan è Memento, che obbliga lo spettatore a intervenire nella costruzione del racconto cinematografico  così come fa in un’altra opera non adeguatamente valorizzata di Nolan, The Prestige:  solo alla fine lo spettatore si accorge che il regista lo ha coinvolto nella costruzione del racconto cinematografico.”

“Il monastero di Siloe è un’esperienza difficile da descrivere perché convergono una molteplicità di aspetti diversi, tutti provvisti di una forte carica suggestiva. Anzitutto i monaci che mi hanno sorpreso, non solo per la genuinità della loro testimonianza sul piano della fede, ma anche per la straordinaria competenza   sia nel campo della filosofia che nel campo del cinema, con una serietà di impegno e una maturità di giudizio speciali. Poi il luogo è carico di fascino, persino un po’ di mistero, sulla sommità di un colle nell’entroterra maremmano, con la scelta tra l’altro di una costruzione del convento conforme ai criteri più moderni, più avanzati, seguendo la bioarchitettura. I monaci coltivano la terra, producono olio, marmellate, conserve assolutamente biologiche.  Si vede  quindi l’esercizio dell’ora et labora nel modo migliore. E poi è l’atmosfera complessiva, in cui la fede la si respira un po’ da per tutto-”

”Un filosofo e un monaco hanno in comune forse la dedizione esclusiva a qualcosa. Qualcosa che non si esaurisce nel raggio di una esperienza umana limitata ma che allude a un piano, a un livello non necessariamente attinto;  certamente cercato, cercato dal monaco, cercato da un filosofo che non si accontenti di fare il burocrate della storia del pensiero.”

“Cerco da molti anni di essere un filosofo, anche se devo avere l’umiltà di riconoscere, questo è un obiettivo più che una meta già raggiunta”

“I miei allievi sanno perfettamente due cose: che la laurea in filosofia non consentirà in quanto tale di trovare un’occupazione e sanno poi quello che si dice abitualmente della filosofia, cioè che è inutile, salvo che è proprio questa inutilità che fa la peculiarità della filosofia. Quando mi trovo alle prime lezioni con gli studenti sottolineo loro che è proprio vero, la filosofia non serve a nulla, nel senso che non è serva,  ambisce ad avere un valore, un significato, una funzione di per se stessa e non in rapporto, in funzione agli altri.”

Umberto Curi
Monica Mondo durante l’intervista al filosofo Curi

Studiano filosofia lo stesso,  i giovani , anche se hanno perfettamente capito che da tempo si è rotto il rapporto lineare tra studio e lavoro, che non esistono più quei percorsi rettilinei che consentivano    a quelli della mia generazione di sapere che, intraprendendo un certo percorso di studi, si poteva poi raggiungere qualche obiettivo occupazionale. Allora tanto vale, questo mi dicono, impiegare i tre o  cinque anni del percorso di studi universitari per studiare ciò che interessa, ciò che appassiona, ciò che si ritiene importante.”

“Ho fatto quanto era in me nella mia vita per poter diventare un maestro. Un maestro è quello che ha ancora la disposizione ad imparare  nonostante abbia fatto tante esperienze, tanti studi, tante ricerche;    chi ritiene che, in particolare nel rapporto dialogico con gli altri, c’è sempre qualcosa che si può approfondire maggiormente”

“Il sacro è una dimensione che non può essere né ignorata né sottovalutata per chi affronti con serietà e fino in fondo il significato dell’indagine filosofica.  Io continuo a pensare che la filosofia corrisponda ancora a quello che ne diceva Platone, cioè un rendere ragione; salvo che un compiuto rendere ragione di tutto non è possibile, non è accessibile, c’è un margine, c’è un’eccedenza, c’è qualcosa intorno a cui si avverte un limite e questo limite in qualche modo io avverto essere rappresentato dal sacro.”

“Rendere ragione dell’impossibilità di un completo rendere ragione. Credo che l’indagine filosofica alla fine possa condensarsi in questo, nel riconoscimento di un limite insuperabile della condizione umana: ma al tempo stesso questo riconoscimento non può indurci ad evitare di interrogarci costantemente, rimettere in questione lo stesso limite, tentare di superarlo con la consapevolezza, io credo, che tuttavia un superamento completo non è attendibile.”

Deluso dalla politica?

“Si certamente, se la politica vuol dire che cosa è successo nel nostro Paese, nel sistema politico italiano, negli ultimi venti anni. In maniera particolare più che la delusione prevale la rabbia, l’indignazione, per molti aspetti anche lo stupore per come non si sia capito con la necessaria tempestività che era necessaria una profonda riforma sistematica della struttura del sistema politico in quanto tale.”

“Non ho mai avuto nostalgie, ho sempre cercato di guardare avanti e credo insieme ad altri, come Massimo Cacciari, di avere colto immediatamente come elemento simbolico che il crollo del muro di Berlino apriva davvero una fase storica nuova. Purtroppo si ha la consuetudine di parlare di nuove fasi storiche a ogni piè sospinto col rischio di non cogliere le vere svolte. Quella dell’89 è stata una svolta radicale, esigeva una riformulazione di tutti i soggetti in campo.

Curi
Umberto Curi con Monica Mondo

Ha scritto diversi saggi sulla guerra, sul suo rapporto con la politica:

“La cosa più importante da sottolineare è la trasformazione nella stessa morfologia della guerra rispetto al modo in cui la guerra ha funzionato nel suo rapporto con la politica per molti secoli, direi dall’inizio della storia dell’umanità. Non dobbiamo dimenticarlo, una volta le guerre si combattevano tra eserciti, che si affrontavano in campo aperto, per lo più il combattimento durava dall’alba al tramonto, non si combatteva di notte, qualche volta accadeva che per stabilire chi avesse vinto bisogna contare i morti; per ripetere quello che diceva Manzoni, “era un affare dei soldati”, riguardava gli eserciti e i combattimenti in campo aperto. Quell’orizzonte oggi è completamente cambiato:  le guerre riguardano e coinvolgono soprattutto le popolazioni civili e coloro che sono più sicuri di restare immuni dalle conseguenze di eventi bellici sono proprio i soldati.  In un mio scritto recente cercavo di indicare due termini che fanno capire bene la nuova morfologia della guerra: da un lato i droni , cioè armi potentissime di carattere distruttivo che non prevedono neppure la presenza di un essere umano a bordo degli aerei, dei droni invisibili che agiscono, e dall’altro invece il giovane terrorista che usa il suo corpo come arma fasciandosi di esplosivo. Sono in qualche modo i due estremi che ben circoscrivono questa nuova forma assunta dalla guerra e il coefficiente di terrore che è letteralmente inscritto nella nuova morfologia della guerra.”

La compassione cos’ha a che vedere con la condizione dell’uomo di oggi? “Se si guarda a quello che accade alle frontiere dell’Europa bisognerebbe chiedersi che ne è stato della compassione, che non è solo un sentimento nobile, è anche una delle espressioni più compiute della condizione umana ed è anche una delle espressioni più significative dell’essere umano. Gli animali non compatiscono, patiscono ciascuno individualmente. Ma di questa compassione sia nell’accezione forte con cui compare nei testi biblici, sia in un senso non necessariamente religioso, non si ha quasi più traccia. Quando si vede che la fiumana di disperati che affluiscono alle frontiere dell’Europa viene accolta con i fili spinati, i muri, gli idranti, le manganellate o con delle vere e proprie azioni belliche, c’è da domandarsi dove sia andata a finire la compassione. “

“Sia nella componente greco latina che in quella giudaico cristiana, che confluiscono a dar vita alla cultura occidentale, è centrale il riferimento alla compassione (…) così in Aristotele, e in quello straordinario Discorso delle Beatitudini in cui, tra coloro di cui si dice che sono beati, vi sono i misericordiosi, anzi è l’unica beatitudine nella quale ciò che avranno in cambio coincide con ciò che viene dato: coloro che saranno misericordiosi otterranno misericordia. E’ un passaggio di grande intensità concettuale.”

“Il punto decisivo a mio giudizio è riconoscere che non è che vero che ci sia una netta distinzione tra la sfera razionale e quella emotivo-patetica.  Per troppo tempo si è accreditata l’idea che la filosofia coincidesse con questo esercizio direi gelidamente asetticamente razionale come se la filosofia e il filosofo dovesse essere apatico, cioè privo di passioni. Non è così . Chiunque di noi può verificare come le domande che ci poniamo scaturiscono quasi sempre da forti esperienze emotive, sentimentali, affettive. La distinzione che si è instaurata  per ragioni di carattere accademico tra razionalità e emotività non ha una sua ragion d’essere.”

“La grande lezione dei classici ci dice che dalle sofferenze vengono le conoscenze.”

Anche sulla morte: Platone dice che la morte è un cambiamento di casa solo che non specifica in quale casa nuova andremo. Seneca in una sua lettera si domanda cosa sia la morte e si risponde “o fine o passaggio”. Sono entrambe formule unilaterali, schematiche: la morte, intesa come processo del morire, è qualcosa di molto più complesso di quanto non sia traducibile in singole espressioni come quella citata da Seneca.”

“Credo che (la morte) sia un’esperienza e come esperienza abbia un significato profondo proprio perché conferisce un senso alla condizione umana”

La bellezza: “ E’ difficile dare una definizione univoca. Una cosa appare abbastanza evidente: che non c’è, almeno nel mondo greco classico, un’accezione estetica della bellezza. La bellezza non è necessariamente una forma privilegiata. (…) Bella può essere perfino nella mentalità greca la morte.”

“Può essere bella una cosa falsa? Non è possibile. Allora anche se non riusciamo ad attingere la verità in sé, proprio per questa sua costante trascendenza rispetto al piano umano, possiamo dire che nel cercare la verità ci s’imbatte anche, come guida nel percorso verso la verità,   nelle bellezze. E’ così che ne parla Platone.”

Un bel film:. “Io protesto quando si dice che un film è bello o brutto. C’è per caso qualcuno a cui venga in mente di fronte a Guernica di Picasso di dire che è un bel quadro? Oppure ascoltando la musica di Stravinsky o di Luigi Nono di dire che è una bella musica nonostante le programmatiche dissonanze e nonostante la rottura della forma espressiva che troviamo in Picasso? E’ oramai acquisito che l’arte contemporanea non ha nulla a che vedere con la nozione tradizionale e armonica di bellezza, e allora perché usiamo queste categorie ancora per un film? Secondo me un film è riuscito o non riuscito, interessante o poco interessante, ben costruito oppure costruito in maniera approssimativa, ma limitarci a dire che è bello o brutto vuol dire praticamente non dirne nulla.”