Massimo Recalcati e la psicanalisi che diventa una strada per tutti (foto)

Massimo Recalcati e Monica Mondo
Massimo Recalcati e Monica Mondo

Psicanalista, docente universitario in varie facoltà, attualmente di psicopatologia dei comportamenti alimentari a Pavia, Massimo Recalcati è l’ospite di Soul  sabato 9 luglio alle 12.20 e 20.30:  un  intellettuale e un  uomo di scienza affascinante e con la rara capacità di uno sguardo ampio all’uomo, costituzionalmente proteso all’infinito, al mistero. La psicanalisi diventa con lui una strada per tutti, non una disciplina snob per eletti, grazie al progetto Jonas Onlus, un centro di clinica psicanalitica alla portata economica di tutti, dislocata anche nelle periferie delle nostre città.

Ecco alcune cose che mi ha detto:

“… non chiudiamo le porte a nessuno perché il costo della psicanalisi viene calibrato a seconda delle possibilità del paziente. Nessuno è mai stato rifiutato da me a causa di difficoltà economiche, di solito non è così. Per questo nasce il progetto, per riportare la psicanalisi, scienza che può apparire borghese, nel cuore della città. Faccio questo in virtù di una concezione solidale della vita, ed è questo il cuore della psicanalisi”.

 

“La psicanalisi è una scienza 1×1, una scienza molto femminile perché le donne hanno il senso della relazione, più degli uomini che sono sempre in divisa. Il femminile esalta la singolarità e infatti la psicanalisi vede ogni paziente come una singolarità e unicità irriducibile e irriproducibile, questo è molto femminile…nella cura è indispensabile lavorare sull’individualità, considerando il paziente non comparabile e rifiutando le generalizzazioni. Con ogni paziente siamo davanti a una storia unica. La verità, non è quella della filosofia o quella astratta dell’universale, è una storia che ha un volto e un nome proprio. Questo per me è il nucleo cristiano che deve essere a fondamento della psicoanalisi”.

 

“Una della più grandi malattie dell’essere umano è l’essere troppo attaccati al proprio Io…Bisogna entrare in un rapporto di amicizia con la nostra mancanza, con la nostra vulnerabilità. Viceversa, la persona che crede di essere un Io, è molto attaccato al proprio Io tanto da credere di essere padrone della sua esistenza. Questa è la forma più subdola della malattia”.

 

“Il nostro è un tempo in cui si ritiene che la salvezza sia nel Nuovo: il nuovo oggetto, il nuovo partner, la nuova sensazione, la nuova esperienza. In realtà lo psicoanalista realizza ogni volta che dietro questa ricerca affannosa del Nuovo si riproduce sempre la stessa insoddisfazione. L’errore del nostro tempo è proprio quello di pensare che il Nuovo sia l’opposto dello Stesso, mentre la psicanalisi dimostra che il Nuovo non è che una piega dello Stesso: è nello Stesso che si ripete, non è in opposizione ad esso. Per esempio il Nuovo non è l’altro partner ma è la possibilità di incontrare il proprio partner ogni volta come se fosse un altro…I rapporti non durano perché vengono interpretati oggi come concetto di merce: a scadenza. Il miracolo dell’amore è invece di rendere lo stesso sempre nuovo e la fedeltà è l’effetto dello Stesso che diventa Nuovo. Non è scritto da nessuna parte che un amore sia per sempre, anche se quest’ultima è la parola dell’amore. Però ogni vero amore, che sia degno di questo nome, punta all’eterno”.

 

Il desiderio è la manifestazione di una mancanza. Noi oggi viviamo un periodo storico rappresentato da un’eclissi del desiderio. Questo perché la mancanza, da cui sorge lo stesso desiderio, è continuamente otturata e riempita dell’illimitata offerta di oggetti che hanno il compito di colmare la mancanza. È proprio questa otturazione della mancanza che spegne il desiderio… Uno dei dati più sconcertanti del nostro tempo è che la depressione non è più una patologia che accompagna la vita negli anni del suo declino ma attraversa soprattutto la giovinezza. E perché la depressione colpisce i nostri figli oggi? Perché i nostri figli non hanno più contatto con il desiderio. C’è tanto godimento, dappertutto, ma c’è poco desiderio”.

 

“C’è stato un tempo in cui esisteva la figura del padre autorevole, in cui bastava uno sguardo per far calare il silenzio fra i figli. Questo tempo del padre padrone, del padre disciplinare, del padre che sa qual è la distinzione fra il bene e il male, che ha l’ultima parola sul senso della vita – per fortuna – è finito. Non esisterà più, salvo la follia dei fondamentalismi che recuperano questo modello di padre. Oggi si ha sempre bisogno del Padre ma bisogna ripensare la sua figura dai piedi, come Papa Francesco fa con la Chiesa: ripensa dai piedi, dal basso le istituzioni. Oggi il padre è colui che testimonia che la vita può avere un senso attraverso la propria vita: generativa, capace di realizzazione, capace di progetto e di impresa. I figli hanno bisogno di questa testimonianza”.

 

“Una delle lezioni fondamentali del cristianesimo è porre la relazione con il Padre come fondamento per tutte le altre relazioni. Nella vita siamo liberi di fare molte cose, di compiere molte scelte avendo comunque la libertà di non compierle. Ma una condizione dalla quale nessuno può prescindere è quella di essere figlio. Essere figlio è la condizione dell’uomo e questo significa che noi non siamo padroni della nostra vita. Noi riceviamo la vita a partire da un dono: la nostra vita proviene sempre dall’altro. Ogni uomo per parlare di sé deve necessariamente parlare di tutti gli altri che lo circondano. Questo significa che noi siamo fatti, costituiti e attraversati dall’altro”.

 

“Io amo molto la figura di Papa Francesco…Ai miei occhi noto una discontinuità fra questa figura e chi lo ha preceduto. Chi lo ha preceduto rappresentava più la figura del Padre della dottrina, di una verità dogmatica. Papa Francesco rappresenta il Padre testimone: è la testimonianza di cosa può essere oggi un Padre nell’epoca della sua evaporazione. L’interpretazione che Papa Francesco fa della paternità non è affatto autoritaria o assolutistica, al contrario è un’interpretazione debole e fragile, che non ha paura di mettere in rilievo questa debolezza e fragilità del gesto. Questo è stato chiaro a partire dal suo esordio: piuttosto che guidare il suo popolo ha invitato il suo popolo a pregare per lui. Questo è un gesto sconvolgente”.

 

Il perdono è asimmetrico, non dipende da una reciprocità. È un gesto atroce per l’essere umano e difficile, solo Gesù sulla croce perdona subito chi l’ha ucciso. L’uomo invece ha bisogno di tempo e di dolore. Il perdono nella vita umana assomiglia al dolore del lutto: quando perdiamo una persona cara abbiamo necessità di tempo per elaborare questo dolore. Io dico, laicamente, che il perdono è la sola esperienza per l’essere umano che ci permette di toccare qualcosa della Resurrezione, perché nel perdono noi facciamo esperienza di qualcosa che è morto e grazie al perdono ritorna in vita”.

Massimo Recalcati e Monica Mondo
Massimo Recalcati e Monica Mondo

 

“La condizione necessaria per poter trasmettere un sapere vivo è che l’insegnante desideri ciò che insegna. Solo attraverso questa condizione un maestro riesce a contagiare l’allievo trasformandolo in amante dell’oggetto della lezione. Questo va al di là della tecnica o del metodo: il desiderio di sapere c’è o non c’è. Una delle aberrazioni del nostro tempo riguarda lo smussarsi del ruolo dell’insegnante: lo stesso insegnante tende oggi a diventare più un confidente che non un maestro nel vero senso della parola. Facendo questo dimentica che se lui avesse davvero cura della vita degli allievi, al di là della scuola, il modo per essere più utile non sarebbe quello di raccogliere le loro confidenze, facendo il cattivo psicologo, ma quello di far bene il proprio mestiere…. Io ho avuto grandi maestri nel mio percorso scolastico e di vita. Ma alla fine degli anni ‘70 ho incontrato la maestra Giulia Terzaghi che mi ha veramente salvato la vita. Mi rapì cominciando a parlare dei poeti.”.

 

La paura restringe la vita. Per me un grande insegnamento cristiano è quello di non aver paura. Gli esseri umani a volte invece di giocare la partita della vita, esponendosi al rischio, mettono il loro talento in cassaforte. In questo modo rendono l’albero sterile… Il delirio narcisistico del nostro tempo fa pensare all’uomo di essere padroni di sé stessi. Ma nessuno in realtà lo è, noi non abbiamo mai in mano nulla, e la condizione della vita umana è una condizione di non padronanza per definizione. Le paure amplificano questa condizione di vulnerabilità propria dell’essere umano. Pensiamo a un albero che non si giudica dalla sua origine, dalla sua razza, dal suo ceto sociale ma dalla sua capacità di generare e di fruttificare. Allora, secondo me, il miglior antidoto alla paura dell’uomo è fare frutti”.

 

“Ho avuto una formazione cattolica, poi abiurata negli ani giovanili, aderendo al marxismo, quindi all’ateismo. Poi sono tornato alle mie radici quando nacque mio figlio, cosa che la scienza medica riteneva impossibile. Con questa sentenza di sterilità vivemmo io e mia moglie il dono di Tommaso, nel 2004. Io sono laico, non dovrei creder ai miracoli, ma la sua venuta al mondo è stata inattesa, e questo mi ha fatto superare la mia coscienza, facendomi tornare alla Bibbia, alla parola di Gesù..che è sempre stato un mio eroe. Gesù e Telemaco da bambino erano i miei eroi”.