Davide Van de Sfroos: da sempre cerchiamo tutti la password di Dio

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Davide Van De Sfroos

Domenica 17 luglio a Soul   un grande artista, un cantautore, un poeta, erroneamente definito “dialettale”: perché Davide Bernasconi, in arte  van de Sfroos, canta in una lingua antica, quella del suo lago di Como di manzoniana memoria. Lingua di pescatori, di operai ed emigranti. E perché non  canta solo in lumbard, ma come dice il suo nome, “va di frodo”, è   dal punto di vista musicale un contrabbandiere, un rapinatore di suoni, parole, storie. Un abbattitore di  alcune frontiere, di dogane che molte volte si possono incontrare nella vita di tutti i giorni. Il suo ultimo lavoro, l’ennesimo successo, di critica e pubblico: e un atto di coraggio, trasformare nella sua Synfuniia,  raccolta e concerti in tour, i suoi pezzi storici  folk di chitarra e voce, in una prova d’orchestra, per un concerto di armonie nuove.

Laghée è il termine dialettale per dire “lacustre: il ramo del lago di con i suoi lati selvaggi , a pochi passi dal confine svizzero. In passato una persona veniva chiamata col termine laghée  in modo dispregiativo, per indicare quei musicisti che venivano dalle colline e suonavano con la salopette e l’armonica a bocca quasi come l’hillybilly americano.

Io sento moltissimo  e con orgoglio quest’appartenenza. Sono nato a Monza, ma all’età di tre anni ero già sul lago. Mamma era lariana e, quindi, laghéè, mentre mio padre comasco. Mi sono subito radicato a questo territorio, ho preso tanto dalle sue acque e montagne, ma soprattutto dalle sue ombre”.

 

Synfuniia: è stata un’esperienza molto bella per la quale ringrazio l’intervento del Maestro Vito Lo Re , giovane compositore, direttore d’orchestra che, da fan, ha voluto prendere una rosa di quattordici canzoni per arrangiarle in chiave sinfonica. Canzoni nate dall’osteria o in riva al lago tutto d’un tratto sono diventate sinfoniche. Non si tratta di musica classica, ma di un arrangiamento realizzato usando tutte le sfumature delle colonne sonore del cinema. Si è permesso alla musica di andare alla ricerca di se stessa, di cambiare, di evolversi, di sperimentare. Se non le si permette tutto questo la si uccide. È come se si impedisse al figlio di uscire di casa perché poi, magari, potrebbe tornare cambiato”.

 

“Ho cercato ovunque le storie da raccontare. Sono uscito dalla Lombardia, dall’Italia. Come un antropologo sono andato alla ricerca di altri ritmi, altri usi e costumi, altre religioni e credenze perché credo che la visione del falco, quella globale e panoramica, permetta di scendere meglio nel dettaglio di quello che è il propri io”.

“Nelle mie storie c’è sempre un po’ di malinconia perché credo faccia parte del mio carattere, del carattere delle persone che, costantemente, sono costrette a specchiarsi davanti a un lago che in superficie può sembrare anche piuttosto liscio, non sempre ondoso, ma che è uno dei più profondi  d’Italia e quindi porta a compiere un viaggio nell’anima, che mette in contatto con eventi passati, con i cambiamenti con la memoria di  quello che non c’è più. Non posso e non devo permettermi di descrivere il  lariano come un maniaco depressivo, ma ci sono sicuramente delle ombre, delle onde che lo attraversano costantemente.

La natura aiuta molto. Con me ha sempre giocato il ruolo di madre. Attraverso i luoghi e ritrovo anche quello che sono stato da bambino”.

“Altro che leghista, come qualcuno continua a definirmi…io canto alle feste della lega come a quelle dell’Unità, canto dove mi chiamano. Sono stato sempre molto anarchico e non sono mai riuscito a convertirmi alla politica anche se l’ho incontrata e conosciuta da ragazzino. Cantavo, con lo stemma dei The Clash sulla maglietta, per il fronte di liberazione Farabundo Martì, senza sapere neanche cosa fosse realmente. Andando avanti il mio ateismo politico, purtroppo, è diventato sempre più forte”.

“In questi tempi parliamo sempre di password, di codici. Non ci rendiamo conto che da sempre cerchiamo tutti la password di Dio. Le divinità di ogni religione sono espressione della stessa e unica ricerca atavica dell’uomo, che ha bisogno assolutamente di sentirsi in contatto con una presenza superiore. Non so quanto un dio abbia bisogno dell’uomo, ma so quanto l’uomo abbia bisogno di pregare. Ci sono preghiere che non rientrano nei canoni che conosciamo e magari sono anche recitate con la disperazione, la bestemmia, ma sono comunque dei richiami verso un’energia che va oltre. L’anima è un baratro necessario, una profondità necessaria che noi conteniamo,  che lo si voglia o meno, che lo si riconosca o no.”

 

Sono di fede cattolica, la condivido con mia moglie, cerco di educare nella fede i miei figli. È una tradizione non solo familiare, ma  proprio del mio paese di provenienza. Da bambino vedevo tanti uomini- orchi con le rughe, sfiancati dal lavoro,  a volte capitava persino che bestemmiassero o si ubriacassero. Ricordo, però, che non nascondevano una loro spiritualità. Quando arrivava la domenica indossavano tutti il vestito della festa, c’era una ricerca costante di spiritualità non del tutto dichiarata.   Quando guardavano un tramonto ringraziavano  con uno sguardo il creato e lo fanno tuttora. Quando arrivava e arriva una tempesta di una certa portata, che sul lago può essere molto spaventosa, c’era l’imprecazione o il timore, il cosiddetto timore di Dio. La campana della Madonna del Soccorso aveva una funzione specifica, quella di suonare contro le forze del male o, appunto,  contro le tempeste”.

Ho sempre vissuto in costante ricerca. Ci sono maestri in tutti i campi. A volte non sono maestri, ma illusioni. Molte volte abbiamo anche dei maestri del male. Il male è quel vuoto che si crea e può trascinarti in fondo. Ho conosciuto l’ansia, il panico, la depressione. Le persone sensibili hanno molta probabilità di cadere in problemi del genere. Il momento più duro non era tanto quello dell’attacco di panico che, senza dubbio, spaventa, quanto quello in cui non provavo più emozione per nessuna cosa. Non c’era più amore, non c’era più odio. Mi sentivo completamente svuotato, inutile. Ero come una foglia destinata a cadere in una pozzanghera per poi essere travolta da un autobus. In quei momenti ho capito cose significhi essere illuminati dal miracolo presente, che non è altro che il vivere stesso. Bisogna chiedere aiuto e avere il coraggio di imparare da un bambino, da una persona che ha avuto delle difficoltà maggiori, da un disabile, da chiunque  sia stata colpita duramente, dal reduce, dal poverissimo. Bisogna imparare da loro, dalla luce che riescono a trasmettere pur essendo stati molto maltrattati dalle macine del tempo e della vita”.

 

“Papa Francesco è come se fosse un inviato dei reparti speciali di Dio, un commando dall’alto. Si è reso conto che oggi il linguaggio doveva assolutamente cambiare rispetto a determinate formule importanti, sacre e sante, ma anche pericolose perché capaci di far relegare tutto dentro una scatola dorata che qualcuno non riesce ad aprire. Papa Francesco, dal primo giorno in cui ha preso in mano un microfono e si è rivolto alla gente, ha dimostrato che sarebbe sceso direttamente in campo, che non si sarebbe nascosto dietro ad una formula o a un vestito. Ha cercato di abbattere determinate barriere, che sono quelle che facevano insospettire di più il popolo nei confronti de Vaticano e della Chiesa stessa. Quando una persona ti abbraccia così eludendo la propria sicurezza ti rendi conto che non sta barando. È un bravo innestatore di una miccia che si spera che un giorno possa far esplodere sempre più persone”.