Quando la scienza è donna: Marica Branchesi

Soul

Quando si parla di scienziati l’immagine che salta subito in mente è quella del classico cliché: occhiali spessi, camice, capelli scompigliati. Se lo scienziato è pure donna, alla figura si aggiungono trasandatezza e scarsa avvenenza. Marica Branchesi è una bella e  giovane  astrofisica, mamma, ed è tra le dieci persone più influenti del 2017 secondo la classifica “Ten people who mattered this year” della rivista scientifica Nature. Non è abituata ai riflettori e alle luci della ribalta, piuttosto alla luce che emanano le stelle. Questo il suo campo, o meglio cielo, di studio. Una laurea in astronomia, un dottorato in radioastronomia all’Università di Bologna e un’esperienza al California Institute of Technology. Dal 2009, prima come ricercatrice presso l’Università di Urbino e poi come professore associato presso il Gran Sasso Science Institute partecipa al progetto internazionale LIGO/Virgo, nell’ambito del quale si occupa di fisica delle onde gravitazionali e dei segnali elettromagnetici associati alle sorgenti di segnali gravitazionali.  Nel 2016 la svolta, con il conferimento del Breakthrough Prize per aver collaborato alla scoperta delle onde gravitazionali, che conferma quanto ipotizzato da Albert Einstein. Guardare l’universo mediante l’utilizzo di dati matematici è qualcosa di “romantico e poetico” perché ci permette di scoprire e comprendere la nostra stessa esistenza. Uno sguardo dolce quello di Marica, semplice e pervaso dall’entusiasmo per il suo lavoro, una passione che la porta sempre con lo sguardo rivolto verso il cielo.

Per i più l’argomento risulta innegabilmente ostico, cosa sono dunque queste onde gravitazionali? “Sono delle increspature dello spazio tempo, che si propagano nello spazio. Quando ci sono due oggetti estremamente densi che si muovono uno attorno all’altro, che accelerano e cambiano la loro forma, quello che avviene è che si creano delle onde. Queste onde si propagano nello spazio, e quelle che riusciamo a rilevare oggi sono le onde gravitazionali che si generano da buchi neri, fusione di buchi neri e fusioni di stelle di neutroni”.

E a cosa serve studiarle? “Serve perché ci permettono di capire l’universo, ed è proprio un modo nuovo di osservare l’universo. Queste onde interagiscono molto debolmente con la materia, ci permettono di arrivare dove non si riusciva ad arrivare con la luce. Oggi abbiamo un nuovo modo di osservare oggetti e di andare in zone dove la luce non può uscire. Queste onde gravitazionali ci permettono di esplorare i tempi passati. Gli eventi che abbiamo rivelato sono eventi estremamente lontani nel tempo. L’evento dello scorso agosto, che sono riuscita a captare e che ha generato entusiasmo nella comunità scientifica, cioè la fusione di due stelle di neutroni, proviene da 130 milioni di anni”.

Possiamo alla luce di tali scoperte comprendere come l’universo si è formato? “Attualmente i rivelatori LIGO/Virgo osservano un universo che è relativamente vicino, quindi non riusciamo ad arrivare fino al Big Bang, in futuro avremo rivelatori in grado di studiare le onde gravitazionali vicino a quest’ultimo”.

Marica Branchesi è un caso raro nel mondo scientifico: ha il dono di mettere insieme, di far comunicare ambiti spesso totalmente distinti e incompatibili, incapaci di lavorare insieme. In questo caso il mondo della fisica e quello dell’astronomia. Forse perché ha un marito fisico, il padre die suoi due bambini, ha saputo svolgere il ruolo di “merger maker”, di mediatrice, che ha prodotto le scoperte eccezionali di cui è stata protagonista.

Ambientata benissimo a L’Aquila, lei nata ad Urbino; lo sguardo alle montagne, anziché ai dolci colli, riesce a gestire benissimo il suo lavoro e la sua vocazione principale, quella di madre: è una donna convinta che le donne possono, è nella loro natura essere tenaci e insieme tenere, capaci di multifunzioni e soprattutto di creare unità.

 “Al momento di scegliere l’università ho pensato che l’universo era qualcosa che mi interessava tantissimo, e che studiarlo mi avrebbe portato ad avere delle risposte, sia sull’universo che su me stessa. Era una sfida, provare a fare qualcosa che mi spiegasse quello che è stato il passato e l’universo. In fondo è vero che siamo polvere di stelle, siamo formati da materia che viene dall’ interno delle stelle”.

Guardare alle stelle, in passato, simboleggiava la ricerca di risposte ai grandi interrogativi dell’uomo. Guardare alle stelle significa anche porsi il senso del limite e ciò che non si può scoprire? “C’è un senso del limite però anche la voglia di capire. Secondo me il lavoro dello scienziato aiuta a riempire le proprie curiosità. In un certo senso sai che c’è un limite però cerchi di superarlo e appagare la tua curiosità. Ci sono talmente tante cose da scoprire…già quello che si osserva e si riesce a capire, già quello è appagante, è un limite che non fa dolore”.