Lunedì-sabato: 8.30, 12, 14.55, 18.30 e 20.30. Domenica: 18.30 e 20.30

assadAssad non si tocca. Qualsiasi decisione per fermare la guerra in Siria e smantellare il terrorismo dell’ISIS, non deve prevedere un rovesciamento del presidente siriano, così come tentato dall’opposizione quando nel marzo 2011 innescò il conflitto. Allora, ancora doveva entrare in scena il fondamentalismo islamico.

A Vladivostok, in Russia, a margine dell’Eastern Economic Forum, il presidente russo Vladimir Putin ha dettato le condizioni per sconfiggere quello che è diventato il nemico comune: l’ISIS, la rete del terrore che è subentrata nella guerra siriana per poi allungare i propri tentacoli dal Medio Oriente al nord Africa.

“Vogliamo veramente creare una coalizione internazionale per combattere il terrorismo e l’estremismo in Siria – ha dichiarato Putin –. E per conseguire questo obiettivo – ha aggiunto – ci siamo consultati con i nostri partner americani. Personalmente ho parlato al telefono con il presidente degli Stati Uniti. Ne ho parlato con il presidente della Turchia, con i leader dell’Arabia Saudita, con il re di Giordania e con il presidente dell’Egitto”.

Ma c’è di più sul futuro della Siria. Sempre stando alle dichiarazioni di Putin, “il presidente siriano è d’accordo a tenere a breve elezioni anticipate, stabilendo contatti con l’opposizione cosiddetta sana, portandola nel Governo”. E Mosca, soprattutto con il sostegno di Teheran, è “pronta a facilitare questo dialogo all’interno della Siria”, da sempre loro alleata.

 

Le ultime elezioni si sono tenute nel maggio 2012 e le prossime erano in programma per il 2016. Quindi si tratta di anticipare un passaggio politico che ponga le basi di un’alleanza interna e internazionale in grado di sconfiggere l’Isis e di fermare una guerra che finora ha ucciso 250mila persone e ha fatto scappare dalle proprie case 11 milioni di siriani su 18 milioni di abitanti. Molti hanno trovato riparo soprattutto nei paesi confinanti: circa 2 milioni in Turchia, 1.400.000 in Giordania e oltre un milione e mezzo in Libano. Lo sguardo dei profughi è rivolto sempre verso la propria terra, dove hanno lasciato tutto. Ma ora in Siria è impossibile vivere, quindi è meglio volgere lo sguardo dove è possibile ritrovare il diritto a vivere.

Maurizio Di Schino

4 Settembre 2015