La Battaglia di Algeri. Com’è nata quella fotografia di Marcello Gatti

La Battaglia di Algeri.
Com’è nata quella fotografia

di Marcello Gatti

Come è nata la fotografia de “La Battaglia di Algeri” nel racconto di Marcello Gatti, direttore della fotografia, scomparso nel 2013. Il grande Gatti ripercorre momenti poco conosciuti che riguardano la lavorazione del film di Gillo Pontecorvo. Ecco uno stralcio della sua riflessione, inedita e postuma, concessa dal figlio Alessandro Gatti per tramite lo storico Virgilio Ilari tra i 30 autori del volume War Films. Interpretazioni storiche del cinema di guerra che sarà pubblicato nei prossimi giorni dalla Editrice Acies di Milano.

Gatti

La fotografia del film che mi ha dato più riconoscimenti  “La battaglia di Algeri”  (1966), nasce, da esperienze tecniche e fotografiche diverse, maturate in precedenza con molti altri registi. Ho iniziato ad occuparmi e ad amare la fotografia cinematografica molto giovane, a sedici anni nel 1940, negli stabilimenti di Cinecittà, nel reparto direttori della fotografia, all’epoca operatori, ho respirato il clima della guerra e poi quello del grande cinema italiano del dopoguerra. I primi frutti di questa lenta maturazione avvennero in me solo nel 1960 quando vinsi il mio primo Nastro d’argento per la fotografia per un documentario sulla deportazione degli ebrei romani del ghetto, 16 ottobre ’43 (1960) diretto da Ansano Giannarelli. È da lì che nasce la mia tecnica di ripresa cinematografica, che consiste nel trattare la pellicola in sovraesposizione. Negli anni la tecnica si evolve, ma continua su questo stesso binario: crudo, realistico, granoso, come quei cinegiornali, che hanno il sapore della realtà, della vita reale o di quelle guerre che sono ancora vicine a noi.

Continuai ad usare lo stesso sistema di fotografia per il film “Le italiane e l’amore” (1961), nell’episodio ‘Lo sfregio’ diretto da Piero Nelli, per Un giorno da Leoni (1961) di Nanni Loy, poi  ancora, per il film che i distributori francesi titolarono “La bataille de Naples”, “Le Quattro giornate di Napoli”, diretto sempre da Nanni Loy nel 1961. Fu un successo, ebbe una distribuzione internazionale curata dalla Metro Goldwyn Mayer e circolò nelle sale di tutto il mondo, comprese quelle algerine in versione francese, il mio nome cominciò a girare anche ad Algeri.

Nel 1961, Nanni, amico e uomo colto, che conosceva le mie caratteristiche fotografiche fece di tutto per affinarle. Un mese prima delle riprese del film, mi organizzò date e appuntamenti per andare a Parigi all’agenzia  Magnum per studiare le foto documentaristiche di Robert Capa, autore di fotografie iconiche della guerra. Immagini imitate negli anni e molto innovative, granose e nitide nello stesso tempo. Robert Capa fondò in seguito la Magnum con Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Gisèle Freund. Morì a quarantun anni durante un reportage in Indocina, in rivolta contro il dominio coloniale francese. Quello che segue è tratto da un mio diario dell’epoca

Sul set di “Tunis Top Secret”, tra le comparse i partigiani algerini 

Durante le riprese del film Tunis Top Secret (1959), diretto da Bruno Paolinelli, la produzione di questo film a basso costo, era alla ricerca di comparse ovunque, purché a prezzi stracciati. Non c’era nessuna logistica o uffici collocamento spettacolo a Tunisi, come può avvenire in Italia, quindi, il lavoro dell’ufficio casting era affidato all’intuito e al caso. Molti di questi figuranti erano convalescenti partigiani appena dimessi o trovati negli ospedali di Tunisi. Da qui nacque il primo incontro con personaggi anche di spicco della resistenza algerina, allora in corso, che venivano a Tunisi a farsi curare. Come capita su qualunque set ci si conosce, si mangia insieme, si stringono amicizie e questo gruppo di reduci nei momenti di pausa ci racconta-va in francese cosa stava capitando ad Algeri. A film concluso scambiai gli indirizzi con tutti i miei amici algerini. Con l’impegno di la-vorare ancora insieme.

A Roma cinque anni dopo

Nel 1964 mi cercarono, erano arrivati a Roma, per provare a realizzare con maestranze e tecnici italiani quella che era la loro storia più recente, che aveva messo fondamenta al loro nuovo paese. Ci incontrammo a Piazza del Popolo al bar Rosati, mi trovai di fronte persone molto cambiate, determinate e con le idee chiare. Avevano un copione con loro, molto stringato. Mi proposero, di firmare la regia di un film sulla resistenza algerina, “Marcello vogliamo fare come La bataille de Naples” mi dissero in uno stentato francese. Sorridendo rifiutai, spiegandogli che però avrei lavorato alla fotografia molto volentieri. Gli promisi di contattare Nanni Loy per un incontro. Pochi giorni dopo nella sua bella casa al quartiere Parioli, Nanni ci ricevette ma rifiutò la regia. Era stufo di film di genere, voleva fare altre cose, più leggere ma soprattutto legate alla realtà italiana. E come dargli torto: i suoi film e i successi personali che seguirono non smentirono le sue nuove idee di cinema e commedia.

I miei amici algerini che a Roma rappresentavano la loro casa di produzione La Casbah Film erano un po’ delusi, ma non demordevano, li portai dopo pochi giorni da Gillo Pontecorvo con cui avevo lavorato nel suo “Kapò” (1960), non posso dire che quel primo incontro andò meglio, Gillo li tempestò di domande, voleva capire meglio, intuivo che il progetto gli interessava. Lesse il copione algerino che trovò semplice e un po’ a senso unico, quasi di propaganda. Prima propose di cambiare titolo, Nascita di una nazione, come il film di Griffith, oppure Tu partorirai con dolore, furono rifiutati all’istante, il primo incontro finì con una promessa di Gillo, gli avrebbe dato a breve una risposta. Durante il secondo incontro la risposta arrivò, Gillo propose un patto a Yacef Saadi il responsabile de la Casbah Film, sia lui che lo sceneggiatore Franco Solinas, dovevano avere le mani libere per scrivere una storia che leggesse la rivolta da vari punti di vista, come succede nella realtà. Franco e Gillo, si documentarono molto, andando due volte ad Algeri, annusando la realtà del dopoguerra, ospiti di Yacef Saadi, che poi ebbe anche un ruolo da attore nella battaglia. Cominciarono a capire gli algerini e le loro ragioni. Così lentamente con l’esperienza diretta sul campo, nacque la sceneggiatura.