S. Francesca Romana e il Monastero di Tor de’ Specchi

Monastero di Tor de' Specchi - Mauro Monti

Il 9 marzo viene aperto al pubblico un tesoro che rimane inviolato per tutto il resto dell’anno: il Monastero fondato da Santa Francesca Romana, l’amata “Ceccolella”, compatrona di Roma insieme a San Pietro, San Paolo e San Filippo Neri.

Francesca Bussa de’ Buxis de’ Leoni, nacque a Roma nel 1384 da una nobile e antica famiglia che abitava nella zona di piazza Navona; il suo desiderio più grande era quello di votarsi a Dio ma a 12 anni il padre, secondo la consuetudine del tempo, combinò per lei un matrimonio con il nobile Lorenzo de’ Ponziani; dopo un periodo di totale rifiuto, riuscì attraverso la preghiera ad accettare la sua nuova vita e a 16 anni ebbe il primo di tre figli dei quali solamente uno arrivò all’età adulta. Insieme alla cognata Vannozza si dedicò ai poveri e agli ammalati, arrivando a vendere, con il consenso del marito, tutti i suoi vestiti e gioielli, lasciando per sé abiti umilissimi con i quali si muoveva per i vicoli di Roma. Era conosciuta ed ammirata da tutta Trastevere e insieme ad un gruppo di donne che la seguiva, prese a coltivare un campo nei pressi di San Paolo, da cui venivano ricavati frutta e verdura con i quali sfamava i più bisognosi. Incurante delle critiche e dell’ironia della nobiltà, si fece mendicante per i poveri, chiedendo per loro l’elemosina davanti alle chiese; “la poverella di Trastevere” – così veniva chiamata dal popolo – non trascurava la preghiera e, come risulta dalle trascrizioni del suo confessore Giovanni Mariotto, parroco di Santa Maria in Trastevere, riceveva dal Signore il dono di celesti illuminazioni. Francesca cominciò a guidare spiritualmente il gruppo di amiche che la aiutavano nella carità quotidiana e il 15 agosto del 1425, davanti all’altare della Vergine, nella chiesa di Santa Maria Nova, nei pressi del Colosseo, si costituirono in associazione con il nome di “Oblate Olivetane di Maria” pronunciando una formula di consacrazione che le aggregava all’Ordine Benedettino.

Nel marzo del 1433 si riunirono sotto un unico tetto a Tor de’ Specchi e il 21 luglio dello stesso anno, papa Eugenio IV eresse la comunità in Congregazione, con il titolo di “Oblate della Santissima Vergine”, in seguito poi dette “Oblate di Santa Francesca Romana”.

Francesca morì il 9 marzo 1440 nel palazzo Ponziani a Trastevere, dove si era trasferita per assistere il figlio gravemente ammalato; le sue spoglie mortali furono esposte per tre giorni nella chiesa di Santa Maria Nova e tutta Roma le rese omaggio; fu sepolta sotto l’altare maggiore della chiesa che avrebbe poi preso il suo nome. Da subito ci fu un afflusso di fedeli tale che la ricorrenza del giorno della sua morte, con decreto del Senato del 1494, fu considerato giorno festivo. Fu proclamata santa il 29 maggio 1608 da papa Paolo V.

Il monastero, situato ai piedi del Campidoglio, è conosciuto anche con il nome di Tor de’ Specchi, da una torre che una ricca famiglia di Campitelli fece passare per quella legata alla leggenda di uno specchio attraverso il quale consoli e senatori dell’antica Roma controllavano il mondo; la torre diede il nome alla famiglia e alla zona e rappresenta uno dei misteri della toponomastica romana. Secondo altre fonti il nome di torre degli Specchi è attribuito o alla forma rotonda delle finestre di un’antica torre oppure al nome degli attrezzi per la filatura e la cardatura della lana, usati dai numerosi artigiani presenti in questa zona della città. La via di Tor de’ Specchi sulla quale affacciava l’edificio, è scomparsa in seguito alle demolizioni che portarono alla realizzazione, nel ventennio fascista, della via del Mare che successivamente prese il nome di via del Teatro di Marcello.

Attraverso un portale in pietra sormontato da un affresco del XVIII secolo raffigurante la Madonna con il Bambino tra Santa Francesca e San Benedetto, si accede ad un locale anticamente adibito a stalla, dove è collocata una copia del gruppo marmoreo di Giosuè Meli (1866) raffigurante Santa Francesca Romana e l’Angelo, il cui originale è nella Confessione di Santa Maria Nova.

Sulla sinistra, c’è il passaggio alla cosiddetta Scala Santa, che sale tra dipinti raffiguranti la Madonna con il Bambino, tra Santa Francesca e San Benedetto, e Cristo uscente dal Sepolcro, attribuiti ad Antoniazzo Romano, lo stesso che ha realizzato il celebre ciclo di affreschi dell’oratorio quattrocentesco, chiamato dalla comunità monastica, “Chiesa Vecchia”. Questo ambiente è completamente circondato da 25 riquadri nei quali sono raffigurate scene della vita e delle opere di santa Francesca, descritte da testi didascalici in volgare quattrocentesco romano. Si distinguono tra tutti il magnifico riquadro centrale, con santa Francesca e l’angelo e san Benedetto ai lati della Madonna e la singolare rappresentazione dell’inferno, dipinta in una nicchia della parete di ingresso.

Le immagini sono di grande interesse non solo per l’aspetto artistico ma anche per quello storico perché testimoniano la vita della città nel Quattrocento raffigurando i luoghi principali nei quali la Santa operò (S. Maria Nova, il Tevere, il rione). Il soffitto ligneo è completamente dipinto con colori vivaci a motivi floreali. Tra le scene: l’Oblazione della santa e delle sue compagne, i miracoli del vino e del grano, la santa che risana il giovane annegato, l’apparizione del figlio Evangelista, le esequie in S. Maria Nova.

Adiacente all’oratorio, e in cima alla Scala Santa, c’è una vasta sala decorata da 10 riquadri disposti su due file, realizzati con la tecnica a fresco con terrette monocrome, di dominante verde, che raffigurano le storie delle tentazioni della Santa narrate, come nel caso dell’oratorio, in lingua volgare. Sia la realizzazione della sala, utilizzata dalla comunità come refettorio, che la decorazione della stessa, risalgono agli anni immediatamente seguenti la morte di Santa Francesca.

Fin dalla canonizzazione, è stato sempre stretto il rapporto tra i papi e il Monastero di Tor de’ Specchi: il primo pontefice ad inaugurare la visita nel giorno della festa del 9 marzo, che sarebbe poi diventata una consuetudine, fu Innocenzo X. Nel 1645, subito dopo la sua elezione, il nuovo pontefice vi celebrò la Messa con particolare solennità e compose l’orazione per l’Ufficio di santa Francesca tuttora recitata dalle oblate. La visita divenne una prassi abituale anche per i successori: Innocenzo XII (1694), Clemente XI (1702, 1708), Benedetto XIII (quasi ogni anno tra il 1726 e il 1756), Clemente XIII (cinque visite dal 1759 al 1765), Pio VI (1775), Pio VII (1804). Papa Pio IX a causa della breccia di Porta Pia, non riuscì a compiere l’antica consuetudine e neanche ad assistere alla cerimonia di vestizione della nipote, ospite del monastero, che divenne oblata con il nome di Maria Pia. La consuetudine delle visite ufficiali venne ripresa il 2 marzo 1960 da Giovanni XXIII e il 12 febbraio 1964 da Paolo VI.

Questi sono alcuni passaggi dei discorsi degli ultimi due papi che hanno visitato il Monastero di Tor de’ Specchi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI:

 

L’anno centenario della vostra fondatrice mi ha già offerto l’opportunità di aprire il mio animo nella lettera a voi indirizzata nello scorso mese di gennaio e di rievocarne la luminosa ed esemplare figura di sposa, di madre e di religiosa, e, in particolare, la sua prodigiosa attività in favore dei poveri, dei malati e degli oppressi nella Roma del primo Rinascimento profondamente divisa tra opposte fazioni e duramente provata da profondi mali morali e sociali. Fu talmente ammirevole l’opera caritativa che la santa svolse a sollievo dei bisognosi di Roma da conquistarsi il titolo onorifico di “Advocata urbis”.

(Visita di Giovanni Paolo II al Monastero – Domenica, 29 aprile 1984)

 

Qui si vive un singolare equilibrio tra vita religiosa e vita laicale, tra vita nel mondo e fuori dal mondo. Un modello che non è nato sulla carta, ma nell’esperienza concreta di una giovane romana: scritto – si direbbe – da Dio stesso nell’esistenza straordinaria di Francesca, nella sua storia di bambina, di adolescente, di giovanissima sposa e madre, di donna matura, conquistata da Gesù Cristo, come direbbe san Paolo. Non per nulla le pareti di questi ambienti sono decorate da immagini della vita di lei, a dimostrare che il vero edificio che Dio ama costruire è la vita dei santi.

(Visita di Benedetto XVI al Monastero – Lunedì, 9 marzo 2009)

 

Mauro Monti

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