La chiesa di San Teodoro al Palatino, segno d’amicizia fraterna tra Roma e Costantinopoli

san teodoro al palatino

Come ricordato ieri (6 dicembre 2015) all’Angelus da Papa Francesco, il 7 dicembre del 1965 alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, con una Dichiarazione comune del Papa Paolo VI e del Patriarca Ecumenico Atenagora, venivano cancellate dalla memoria le sentenze di scomunica scambiate tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli nel 1054. “E’ davvero provvidenziale – ha detto Papa Francesco – che quello storico gesto di riconciliazione, che ha creato le condizioni per un nuovo dialogo tra ortodossi e cattolici nell’amore e nella verità, sia ricordato proprio all’inizio del Giubileo della Misericordia”.

C’è una chiesa a Roma che segna in modo tangibile l’amicizia fraterna tra il Vescovo di Roma e il Patriarca di Costantinopoli ed è legata proprio a quella dichiarazione di Paolo VI e Atenagora: è la chiesa di San Teodoro al Palatino. San Giovanni Paolo II la concesse alla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e con queste parole si rivolse a Bartolomeo I, in visita a Roma in occasione della festività dei Santi Pietro e Paolo nel 2004, quando il Patriarca di Costantinopoli consacrò la chiesa al culto ortodosso: “Un altro importante avvenimento di questi giorni è per me motivo di speciale gioia: l’aver avuto l’opportunità di concedere in uso al Patriarcato Ecumenico la chiesa di san Teodoro al Palatino, nel cuore di Roma antica. Ciò consentirà ai fedeli dell’Arcidiocesi Greca Ortodossa in Italia di avere una presenza significativa e continuativa vicino alla tomba dell’Apostolo Pietro”.

La chiesa è intitolata al santo milite morto sotto Massimiano in Amasea nel Ponto, che un tempo riscosse una devozione pari a quelle per San Sebastiano e San Giorgio.

È situata nella via omonima che si affaccia sul Foro Romano, tra il Campidoglio e il Circo Massimo, una strada che ricalca l’antico vicus Tuscus, la via degli etruschi che dal Foro portava al Velabro e al Tevere.

Sorta nel VI secolo sui resti degli horrea Agrippiana, (i magazzini per le derrate alimentari fatti costruire da Agrippina fra il 33 e il 12 a.C.) fu quasi interamente ricostruita da Niccolò V (1453 – 1454). La piazzetta antistante e la scala a due rampe furono realizzate da Carlo Fontana nel 1703-1705. L’interno è circolare e la cupola è di tipo rinascimentale fiorentino, la prima del genere realizzata a Roma. Nell’abside è presente l’unico mosaico rimasto della decorazione originaria e raffigura il Redentore tra i santi Pietro, Paolo, Teodoro e Cleonico.

C’è una tradizione legata a questa chiesa, nella quale si intrecciano, come accade molto spesso nella Città Eterna, paganesimo e fede: così come nell’antica Roma le madri erano solite portare i figli malati nel tempio di Romolo e Remo, le donne cristiane presero l’abitudine di portare i loro bambini a questo santo, nella chiesa che il popolo aveva preso a chiamare Santo Toto. Nel Medioevo, le balie di Roma celebravano ancora la loro festa, il giorno di San Teodoro, in quello stesso luogo in cui la leggenda poneva la tomba della lupa-nutrice di Romolo e Remo. È questa infatti la zona, prossima al Velabro, nella quale la cesta con i due gemelli terminò il suo viaggio lungo il fiume. E fu proprio in questa chiesa che secondo alcune fonti, fu conservata, nel XVI secolo, la Lupa Capitolina, simbolo della città, che ora è in Campidoglio.

Sacro e profano, passato e presente: tutto si intreccia in questa città che solo agli occhi attenti di un pellegrino, svela i suoi mille volti.

Mauro Monti

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