Buongiorno professore, domenica 10 aprile alle 9.20 e in replica lunedì 11 aprile alle 19.30

Siamo arrivati al quinto comandamento: “Non uccidere”. Forse non è un caso che questa parola sia proprio al centro dei Dieci Comandamenti. Se il Decalogo sono dieci parole che Dio rivolge all’uomo per una vita buona, piena, felice, è allora giusto che al cuore ci sia l’affermazione della bellezza e sacralità della vita. Che la vita sia bella, un bene da custodire e che quindi la mano dell’uomo non si debba alzare sul fratello apparentemente è un concetto che mette tutti d’accordo; raramente capita di incontrare persone che non siano in totale accordo con il “non uccidere”, almeno formalmente. Eppure la nostra vita viene toccata, quasi quotidianamente, da situazioni opposte. Infatti questo è il comandamento che trova più eccezioni: pensiamo alla legittima difesa, alla guerra, alla pena di morte, all’aborto, all’eutanasia. Questi sono solo esempi del potere che l’uomo pensa di avere sulla vita. Potere che gli permette di poter decidere in autonomia quando e come mettere un fine alla vita stessa, interrompendola per sempre. Ma da dove proviene questo potere, chi siamo noi per decidere della vita e della morte? La vita è qualcosa di più grande di noi, più grande dell’uomo. È qualcosa di sacro nel senso di intangibile e prezioso che ci è stato donato. Se invece non viene considerata come un dono allora è chiaro che si può avere un “potere” sulla vita, propria o altrui. Eppure tutti noi siamo profondamente attaccati alla nostra vita, e quasi istintivamente pensiamo che sia giusto essere contro ogni tipo di violenza, contro ogni tipo di prepotenza… ma ne siamo davvero convinti?

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