San Luigi dei Francesi e il Caravaggio della misericordia

San Luigi dei Francesi - Mauro Monti

Nel XV e XVI secolo a Roma vennero costruite molte chiese cosiddette “nazionali” attorno alle quali si svolgeva la vita delle diverse comunità straniere. La colonia francese era solita riunirsi in una cappella dedicata a S. Ludovico (poi SS. Sudario) nei pressi di S. Andrea della Valle ma ben presto si sentì la necessità di avere una sede più grande e decorosa. Il Cardinale d’Estouteville, allora, si interessò del problema ottenendo in cambio della piccola cappella, un terreno situato nella zona tra il Pantheon e Piazza Navona, di proprietà dell’Abbazia di Farfa, dove si trovavano le chiesette di S. Maria de Cellis, S. Benedetto e S. Andrea.

Sisto IV approvò il 2 aprile 1478 la permuta riunendo le chiese in una sola parrocchia sotto il nome della Vergine e dei Santi Dionisio e Luigi. Il 1 settembre 1518 il cardinale Giulio de’Medici (che divenne poi papa con il nome di Clemente VII) pose la prima pietra della nuova chiesa di S. Luigi dei Francesi.

La costruzione andò molto a rilento a causa del Sacco di Roma e di altri successivi avvenimenti. Fu ultimata e consacrata il 9 ottobre 1589 anche se le opere di abbellimento proseguirono nel corso dei secoli tanto che l’ampliamento dell’abside e la decorazione interna di stucchi, pitture e rivestimenti marmorei, furono ultimati soltanto nel 1756.

Dei diversi architetti che parteciparono alla costruzione della chiesa, l’unico confermato dalle ricevute dei pagamenti è stato Domenico Fontana, che risulta architetto della fabbrica nel 1585.

La facciata, realizzata da Giacomo Della Porta, presenta una struttura originale formata da due ordini sovrapposti di uguale larghezza. Nelle nicchie sono presenti 4 statue raffiguranti Carlo Magno, S. Luigi, e le due regine francesi Clotilde e Giovanna di Valois.

San Luigi dei Francesi - Mauro MontiL’ampio interno è diviso in tre navate con volta a botte ed è un trionfo di marmi colorati: diaspro di Sicilia, pavonazzetto, giallo antico e raccoglie molti ricordi di cardinali, prelati e personaggi illustri, tutti naturalmente francesi.

Nella prima cappella a sinistra il visconte di Chateaubriand, considerato il fondatore del Romanticismo letterario francese, ricordò con una lapide l’amatissima Pauline de Beaumont, morta giovane a causa di una malattia allora molto diffusa: la tisi.

Nella seconda cappella a destra è possibile ammirare le “Storie della vita di Santa Cecilia” dipinte dal Domenichino.

In fondo alla navata sinistra, la cappella dedicata a S. Matteo, affrescata nella volta dal Cavalier d’Arpino, ospita tre capolavori del Caravaggio: sull’altare “S. Matteo ispirato dall’Angelo” e alle pareti laterali la Vocazione e il Martirio dell’Evangelista e Apostolo.

San Luigi dei Francesi - Mauro Monti

Questo ciclo, dipinto tra il 1599 e il 1602 costituisce per il Caravaggio la prima commissione pubblica, ed è espressione di un unico linguaggio pittorico. In particolare puntiamo l’attenzione sulla “Vocazione di San Matteo”, un quadro legato al Giubileo della Misericordia e allo stesso Papa Francesco visto che racchiude anche il significato del motto scelto dal papa per il suo Pontificato: “Miserando atque eligendo”.

Dall’intervista di padre Antonio Spadaro a Papa Francesco, pubblicata il 19 settembre 2013 su La Civiltà Cattolica, sappiamo che quando era ancora cardinale e soggiornava a Roma alla Casa del Clero, in via della Scrofa, Bergoglio visitava spesso la chiesa di San Luigi dei Francesi, e in particolare andava a contemplare proprio il quadro della vocazione di San Matteo del Caravaggio. Era colpito dal dito di Gesù puntato verso Matteo e dal gesto di quest’ultimo nell’afferrare i soldi sul tavolo.

“Matteo – dice il Papa – afferra i suoi soldi, come a dire: no, non me! No, questi soldi sono miei!. Ecco, questo sono io: un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”. Proprio dall’episodio evangelico della vocazione di san Matteo, il Papa ha preso spunto per il suo motto e in particolare dal passaggio di un’omelia di san Beda il Venerabile, il quale, commentando questo episodio, scrive: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi». Nella stessa intervista il papa dice: “Il gerundio latino miserando mi sembra intraducibile sia in italiano sia in spagnolo. A me piace tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando”.

Mauro Monti

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