San Nicola in Carcere, la chiesa dei tre templi

San Nicola in Carcere - Mauro Monti

In via del Teatro di Marcello sorge uno dei monumenti romani più caratteristici per formazione architettonica e storica: la chiesa di San Nicola in Carcere. Questa, infatti, ingloba nella sua struttura ben tre templi e una torre medievale trasformata in campanile.

L’area su cui sorge è quella dell’antico Foro Olitorio: il mercato, cioè, delle erbe, dove in età repubblicana furono costruiti appunto i tre templi in questione.

Guardando la facciata, a sinistra sorgeva il Tempio della Speranza (rimangono incastrate sul fianco sinistro della chiesa sei delle undici colonne di uno dei lati lunghi), al centro il Tempio di Giunone Sospita (sono visibili sulla facciata tre colonne che appartenevano al pronao) e a destra il Tempio di Giano (sette colonne e un pilastro, cioè quasi tutto il lato sinistro, è inglobato nel fianco destro della chiesa).

In antichità si credeva che gli avanzi romani appartenessero al Tempio della Pietà, edificato in onore di una matrona che col suo latte nutriva il padre condannato e rinchiuso in quel luogo; in particolare i sotterranei furono giudicati fin dal XIV secolo gli avanzi di un carcere, confusi poi con quelli del Tullianum (o carcere Mamertino) situato in realtà ai piedi del Campidoglio. Da qui l’appellativo della chiesa.

Fu una delle più antiche diaconie. Nel 1599 assunse l’aspetto attuale sotto il restauro di Giacomo della Porta che ne realizzò anche la facciata. Nel 1932 fu liberata dagli edifici che le erano stati costruiti intorno e restaurata la torre-campanile nella quale furono poste due campane fuse nel 1286.

All’interno conserva interessanti memorie antiche, tra le quali una lunghissima iscrizione del 1088 con l’elenco dei doni fatti alla chiesa al tempo di Urbano II.

È la chiesa regionale dei pugliesi e dei lucani.

In occasione della festa di San Nicola, il 6 dicembre, in questa chiesa venivano donati ai fedeli i cosiddetti pani di S. Nicola che il Belli prese ad esempio in uno dei suoi sonetti (Le gabbelle nove, 1833) per sottolineare la “tircheria” dei fornai:

   Bbasta, o ccorpa der forno, o dde la mola,

er fatto sta cche la paggnotta ar forno

sce la danno ppiú ppiccola oggiggiorno

de cuelle de San Biascio e Ssan Nicola

Mauro Monti

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