San Giorgio al Velabro e la leggenda del drago

S. Giorgio al Velabro - Mauro Monti

La chiesa di San Giorgio sorge in una zona magica e deserta, distante solo pochi metri dalla fila chiassosa dei turisti che attendono il proprio turno per farsi immortalare davanti alla Bocca della Verità. Il nostro sguardo può spaziare dall’Arco degli Argentari alla maestosità dell’Arco di Giano, ai vicini templi di Portunus e di Ercole Vincitore in quella zona chiamata Velabro che la tradizione indica come il luogo dove si fermò la cesta con Romolo e Remo.

Qui, appartata e quasi nascosta, sorge la chiesa di San Giorgio, una delle più antiche diaconie romane. L’istituto della diaconia, importato dall’oriente, venne creato per svolgere attività caritativa e di assistenza ai poveri. Intorno al V – VI secolo d.C. a causa delle guerre e delle invasioni successive alla caduta dell’Impero romano, queste istituzioni trovarono in Italia terreno fertile, andando a ricoprire un ruolo che l’autorità civile non poteva più svolgere. Proprio in questo importante centro commerciale dell’antica Roma, vennero erette 17 delle 18 diaconie presenti in quel tempo in città. La chiesa di San Giorgio sorgeva proprio al centro del Velabro, in un crocevia di importanti strade cittadine, come attesta l’Arco di Giano e il vicino Arco degli Argentari, e nelle vicinanze del porto fluviale. Era dunque il posto più indicato dove costruire un centro per lo stoccaggio e la distribuzione di provvigioni per i più poveri.

Non c’è da stupirsi del fatto che la chiesa fu intitolata ad un santo orientale, perché tutta questa zona era chiamata schola graeca per la vicinanza con il Palazzo imperiale, dove risiedevano i rappresentanti dell’impero bizantino, e da tanti uffici popolati da dignitari e funzionari dello stato. Molti monaci orientali, inoltre, si rifugiarono a Roma, scegliendo un luogo già abitato da greci e bizantini, per fuggire dalle persecuzioni monotelite e iconoclaste che avvenivano in patria.

La chiesa venne dedicata, dunque, a un martire orientale: S. Giorgio di Cappadocia, uno dei santi più venerati di tutto il mondo, intorno al quale sono nate favolose leggende ma di cui la storia sembra lasciare poche tracce. L’episodio più celebre e suggestivo della leggenda nata attorno alla sua figura è senz’altro l’uccisione del drago e il salvataggio di una principessa. Tutte le notizie riguardanti la sua Passione, nel corso dei secoli, hanno contribuito a costruire una delle figure che più ha colpito l’immaginazione popolare.

La prima notizia storica riguardante la chiesa risale al tempo di Leone II (682-683) che, come scritto nel Liber Pontificalis, costruì un tempio dedicato a S. Sebastiano e S. Giorgio. Solo dopo che papa Zaccaria (741-752) fece portare nella chiesa la reliquia della testa di S. Giorgio, il culto di quest’ultimo ebbe il sopravvento su quello per S. Sebastiano. Una traccia di questa doppia dedicazione è nell’affresco dell’abside nel quale è rappresentato Cristo, la Madonna e S. Pietro e ai lati, appunto, S. Giorgio e S. Sebastiano.

Nel XIII secolo la chiesa subì dei grandi restauri: venne rialzato il livello del pavimento, costruito il portico esterno, e affrescato l’abside ad opera del Cavallini o della sua scuola.

Sul lato sinistro del portico e parzialmente incorporato ad esso, c’è l’arco degli Argentari eretto nel 204 d.C. in onore dell’imperatore Settimio Severo, di sua moglie Giulia Domna e dei figli Caracalla e Geta, dalla potente corporazione dei banchieri. L’interno della chiesa conserva la spoglia semplicità caratteristica del periodo della costruzione, illuminata da una scarsa luce proveniente dalle finestre della navata mediana. Le colonne sono di spoglio e sormontate da capitelli di epoche e fatture diverse. Il catino absidale è decorato da un affresco raffigurante Cristo benedicente affiancato a sinistra dalla Vergine e da S. Giorgio e a destra da S. Pietro e S. Sebastiano. Fu in passato attribuito a Giotto ma dopo la scoperta degli affreschi del Cavallini a S. Cecilia, gli esperti lo hanno assegnato proprio all’artista romano o alla sua scuola. Il ciborio del XII secolo rappresenta una delle più belle creazioni dei marmorari romani dell’epoca; alla base dell’altare maggiore si apre la fenestrella confessionis costituita da tre aperture, una centrale ad arco e due laterali. All’interno è custodita la reliquia di metà della testa di San Giorgio.

Basta chiudere gli occhi, nel silenzio nel quale è avvolta la chiesa, per tornare con la mente indietro nel tempo e non sarà difficile immaginare Cola di Rienzo (1313-1354), che qui presiedeva le funzioni religiose come rappresentante del Comune, spiegare al vento la bandiera che raffigurava San Giorgio che uccide il drago, prima di muovere alla conquista del Campidoglio.

Mauro Monti

 

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