San Clemente, dove fiorisce l’albero della vita e l’Occidente incontra l’Oriente

San Clemente - Mauro Monti

Il complesso architettonico della Basilica di San Clemente che esternamente potrebbe apparire come una costruzione settecentesca, è in realtà una straordinaria sovrapposizione di secoli di storia. Una basilica costruita tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, poggia sopra una chiesa paleocristiana e, ancora più giù, sopra una serie di ambienti ed edifici di età romana tardoantica, con un mitreo e i resti di quelli che potrebbero essere magazzini della zecca imperiale.

Alla fine dell’XI secolo Roma venne sconvolta da due eventi a dir poco apocalittici: il Sacco dei Normanni del 1084, guidato da Roberto il Guiscardo, e il terremoto del 1091. Il cardinale titolare della basilica, il monaco benedettino Rainiero di Bleda, cercò di restaurare quello che ancora restava in piedi dell’edificio, ma alla fine decise di costruire una nuova chiesa 5 metri sopra la precedente, sfruttando quest’ultima come fondamenta. Prima dell’inizio dei lavori, nella basilica che oggi chiamiamo inferiore, si tenne il conclave che elesse papa proprio Rainiero di Bleda, che prese il nome di Pasquale II.

Partendo da questa chiesa, con gli artigiani e gli artisti richiamati dal nuovo pontefice, iniziò la rinascita di Roma. Basta ammirarne il pavimento cosmatesco, forse il più bello di Roma, sicuramente quello meno modificato, ma soprattutto la magnificenza del mosaico absidale nel quale è raffigurato il trionfo della Croce. Qui viene raccontata l’intera storia della salvezza centrata sull’incarnazione del Figlio di Dio e sul suo sacrificio. La croce fiorisce su un verde e lussureggiante cespo di acanto, dal quale si dipartono numerosissimi girari che si estendono in tutte le direzioni, con fiori e frutti. Sui bracci della croce sono disposte dodici bianche colombe a rappresentare i dodici apostoli, mentre ai piedi, in atteggiamento raccolto di preghiera, ci sono Maria, l’Addolorata, e Giovanni, il discepolo prediletto.

San Clemente - Mauro Monti

In alto, sulla croce, la mano del Padre offre una corona di gloria al Figlio obbediente, vittorioso sulla morte. Alla base di questa rigogliosa pianta di acanto c’è un piccolo cervo, che combatte il serpente del male. E dalla pianta che sostiene la croce scaturisce una sorgente d’acqua zampillante, che dà origine a quattro ruscelli, simbolo dei quattro Vangeli, ai quali si dissetano i fedeli, come fanno i cervi alle sorgenti di acqua viva.

La più bella descrizione di questo mosaico la dà lo scrittore inglese Gilbert Keith Chesterton che in un suo scritto degli anni ‘30 afferma: “Solo un pazzo può stare di fronte a questo mosaico e dire che la nostra fede è senza vita o un credo di morte. In alto c’è una nube da cui esce la mano di Dio; sembra impugni la croce come un’elsa e la conficchi nella terra di sotto come una spada. In realtà però e tutt’altro che una spada, perché il suo contatto non porta morte, ma vita. Una vita che si sprigiona e irrompe nell’aria, in modo che il mondo abbia sì la vita, ma l’abbia in abbondanza”.

Per capire l’importanza di questa basilica nel panorama ecclesiale del Medioevo e poi del Rinascimento dobbiamo pensare al fatto che in quel periodo l’unica strada che portava da S. Pietro al Laterano, percorsa dai papi durante tutte le più importanti processioni, passava proprio davanti alla facciata di questa chiesa, per poi girare verso i SS. Quattro Coronati e raggiungere dunque San Giovanni. Furono perciò molti i Papi che si interessarono al suo restauro e abbellimento. Ed ecco spiegato il motivo della realizzazione di quello che è un vero gioiello del Rinascimento: la Cappella di Santa Caterina d’Alessandria.

San Clemente - Mauro Monti

Fu affrescata da Masolino da Panicale su commissione del cardinale Branda Castiglioni, cardinale titolare della basilica di S. Clemente tra il 1411 ed il 1431. Masolino la affrescò tra il 1428 e il 1431, forse con la collaborazione di Masaccio, visto l’utilizzo delle ombre e il fatto che fu lui il primo ad introdurle in pittura.

Sulla parete destra sono affrescate storie di Sant’Ambrogio, sulla sinistra storie di Santa Caterina d’Alessandria, e nella parete di fondo la Crocifissione. All’esterno della cappella Masolino ha dipinto l’Annunciazione: Dio Padre, al centro, guarda la Vergine Maria, quasi attendendo il suo assenso. Maria, a sua volta, sembra guardare verso l’affresco della Crocifissione in fondo alla cappella. Nella volta sono presenti i quattro evangelisti, i quattro dottori della Chiesa e i dodici apostoli.

San Clemente - Mauro MontiNell’ultima cappella della navata di destra, sono custodite le reliquie di S. Cirillo, evangelizzatore, insieme a Metodio, degli Slavi. Inviati, nell’863, dall’imperatore bizantino Michele III ad evangelizzare la Moravia, su richiesta del re, i due fratelli, originari di Tessalonica, insegnavano in slavo e tradussero la Sacra Scrittura e la liturgia nella lingua di quei popoli. Cirillo inventò l’alfabeto glagolitico che solo in seguito all’opera di San Clemente d’Ocrida, evolse nel cirillico.

Nel corso di una precedente missione San Cirillo aveva ricevuto e ritrovato nel 861 le reliquie di papa Clemente e l’áncora, lo strumento del suo martirio. Terminata la loro missione in Moravia, i due fratelli, su invito del Papa, vennero a Roma nel 867, portando i resti di San Clemente che furono sepolti in questa Basilica.

Il 14 Febbraio 869, San Cirillo morì e Metodio chiese l’autorizzazione a riportare il corpo del fratello in Grecia. Ma di fronte al dispiacere del papa e del popolo romano, Metodio finì per cedere, pur presentando un’ultima richiesta che fu accettata: Cirillo sarebbe stato sepolto nella Basilica di San Clemente.

Per motivi storici, le reliquie furono trasferite dalla basilica e successivamente, se ne persero le tracce. Negli anni ’60 i Padri Domenicani irlandesi riuscirono a ritrovare un frammento di tali reliquie.

Papa Paolo VI collocò personalmente il detto frammento nella Basilica di San Clemente nella speranza di rinsaldare i legami tra la Sede di Pietro e tutte le comunità cristiane.

Questo un breve passaggio del discorso che Paolo VI pronunciò il 14 novembre 1963 proprio in quella occasione:

Codesta reliquia rappresenta perciò una storia che si fa tradizione. Sarà per Noi dovere e sarà insieme conforto riconoscere in un segno così espressivo di spirituali memorie e di secolari vicende un vincolo pio e cordiale, che collega tempi lontani col nostro, paesi lontani con questa alma Roma, popoli lontani con la grande famiglia, ch’è la Chiesa di Cristo.

Il 31 dicembre 1980, San Giovanni Paolo II proclama i Santi Cirillo e Metodio patroni d’Europa e il 14 febbraio 1981 nella Messa celebrata proprio nella Basilica di San Clemente, al termine dell’omelia, recita questa preghiera chiedendo la loro intercessione per l’unità delle due Chiese sorelle, Cattolica e Ortodossa:

O santi Cirillo e Metodio,
che con ammirevole dedizione
avete portato ai popoli
assetati di verità e di luce la fede;
fate che la Chiesa tutta
proclami sempre
il Cristo crocifisso e risorto,
Redentore dell’uomo!

O santi Cirillo e Metodio,
che nel vostro difficile
e duro apostolato missionario
siete rimasti sempre
profondamente legati
alla Chiesa di Costantinopoli
ed alla Sede Romana di Pietro;
fate che le due Chiese sorelle,
la Chiesa cattolica e quella ortodossa,
superati nella carità e nella verità
gli elementi di divisione,
possano raggiungere presto la piena unione auspicata!

O santi Cirillo e Metodio, che, con sincero spirito di fraternità,
avete avvicinato i popoli diversi
per portare a tutti
il messaggio di amore universale
predicato da Cristo,
fate che i popoli del continente europeo,
consapevoli del loro comune
patrimonio cristiano,
vivano nel reciproco rispetto
dei giusti diritti
e nella solidarietà
e siano operatori di pace
tra tutte le nazioni del mondo!

O santi Cirillo e Metodio,
che, spinti dall’amore di Cristo,
avete abbandonato tutto
per servire il Vangelo;
proteggete la Chiesa di Dio:
me, successore di Pietro nella Sede Romana;
i Vescovi, i sacerdoti,
i religiosi, le religiose,
i missionari, le missionarie,
i padri, le madri,
i giovani, le giovani,
i bimbi, i poveri,
gli ammalati, i sofferenti;
che ognuno di noi,
là dove lo ha posto la provvidenza divina,
sia un degno “operaio”
della messe del Signore!

Amen!

Sulle lastre in marmo della schola cantorum è presente il monogramma di Johannes (il sacerdote Mercurio, diventato papa nel 533 con il nome di Giovanni II, primo papa a cambiare nome dato che Mercurio era il nome di una divinità pagana).

Scendendo al livello della basilica paleocristiana, possiamo ammirare tra gli affreschi dell’XI secolo che narrano episodi della vita di San Clemente, la storia (a fumetti) del pagano Sisinnio e della moglie Teodora che si convertì al cristianesimo. Questa cominciò di nascosto ad andare in chiesa; il marito, geloso, non sapendo dove andasse, cominciò a spiarla. Durante una Messa celebrata da S. Clemente, Sisinnio decide di punire la moglie e di prelevarla con la forza, ma accade un miracolo: giunto in chiesa, diventa cieco e non può portare a termine il suo disegno.

Ma la storia non si ferma qui. Clemente accetta di andare a casa di Sisinnio ma lui è ancora più adirato ed ordina di legarlo e trascinarlo via. E qui si verifica un secondo prodigio che vediamo rappresentato nell’affresco. Clemente esce dicendo: “Duritiam cordis v(est)ris saxa traere meruistis” (“per la durezza del vostro cuore meritaste di trainare un sasso”). Succede infatti che invece di catturare Clemente, gli uomini di Sisinnio legano una colonna e cercano di trainarla.

Quello che leggiamo nell’affresco è, dopo le Carte di Capua, il documento più antico che attesta l’uso del volgare italiano; Sisinnio grida: “Fili dele pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle” (“Avanti, figli di male femmine, tirate. Su, Gosmari e Albertello, tirate. Tu, Carvoncello, fatti sotto con la leva”). Secondo la leggenda, Sisinnio infine si convertì per le preghiere della moglie e di San Clemente e morì martire per la fede.

Scendendo ancora arriviamo al livello degli edifici romani anche se, in realtà esiste un quarto livello più profondo: quello degli edifici che furono rasi al suolo dopo il grande incendio del 64 d.C. sotto Nerone.

La parte più interessante è quella dell’antico mitreo, costituito da un vestibolo e dalla sala cultuale vera e propria o triclinio. I mitrei erano piccoli edifici che contenevano al massimo venti o trenta persone. All’interno c’erano dei banchi dove ci si stendeva, triclini appunto, e si venerava Mitra, una divinità solare legata ad Apollo, dio del Sole, che per portare la vita al mondo deve uccidere un toro.

Ma c’è ancora un’ultima cosa da osservare, o forse sarebbe meglio dire da ascoltare: il rumore dell’acqua convogliata in condotte verso il Colosseo, quell’acqua che una volta scorreva libera e alimentava il lago della Domus Aurea, che fu prosciugato per costruire il più grande anfiteatro della storia.

Mauro Monti

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