Palermo – La strage di via D’Amelio 31 anni dopo: corteo, messa e concerti per ricordare il magistrato Paolo Borsellino e Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina,  gli agenti della scorta uccisi con lui nell’attentato mafioso. Riportiamo i testi integrali della dichiarazione del presidente della Repubblica  Sergio Mattarella e dell’omelia di monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, che ha officiato la messa alla chiesa Santa Maria della Pietà alla Kalsa, alla presenza delle autorità, civili e militari, di personale della polizia di stato e dei familiari dei caduti. 

La dichiarazione  di Mattarella

«Nell’anniversario della strage di via D’Amelio la Repubblica si inchina alla memoria di Paolo Borsellino, magistrato di straordinario valore e coraggio, e degli agenti della sua scorta – Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina – che con lui morirono nel servizio alle istituzioni democratiche.

Quel barbaro eccidio, compiuto con disumana ferocia, colpì l’intero popolo italiano e resta incancellabile nella coscienza civile. Il nome di Paolo Borsellino, infatti, al pari di quello di Giovanni Falcone, mantiene inalterabile forza di richiamo ed è legato ai successi investigativi e processuali che misero allo scoperto per la prima volta l’organizzazione mafiosa e ancor di più è connesso al moto di dignità con cui la comunità nazionale reagì per liberare il Paese dal giogo oppressivo delle mafie. 

Borsellino e Falcone avevano dimostrato che la mafia poteva essere sconfitta.

Il loro esempio ci invita a vincere l’indifferenza, a combattere le zone grigie della complicità con la stessa fermezza con cui si contrasta l’illegalità, a costruire solidarietà e cultura dove invece le mafie puntano a instillare paura.

In questo anniversario, desidero rinnovare i sentimenti di cordoglio e vicinanza ai familiari di Paolo Borsellino e degli altri servitori della Stato che pagarono con la vita la difesa della nostra libertà».

L’omelia di mons. Lorefice

“Il Signore disse: «Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto
come gli Egiziani li opprimono. Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il
mio popolo, gli Israeliti!». Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire
gli Israeliti dall’Egitto?». Rispose: «Io sarò con te”.
Gesù nel Nuovo Testamento è il Figlio di Dio uscito dal seno del Padre, fattosi carne,
venuto sulla terra a far sue le sofferenze degli uomini amati da Dio. Egli è il Messia che salva
scendendo e prendendo (condividendo) su di sé le sofferenze degli uomini, compreso il
travaglio della creazione intera che anella ad “essere lei pure liberata dalla schiavitù della
corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,21).
Lo stile di vita manifesta il sentire interiore e le sue motivazioni: il Gesù di questa pagina
evangelica che innalza la lode al Padre perché la sua logica scardina quella umana, perché
nasconde queste cose ai sapienti e ai dotti e le rivela ai piccoli (cfr Mt 11,25), è pienamente
coinvolto nella vicenda, nelle angosce e nelle attese degli uomini, nonostante
l’incomprensione dello stesso Giovanni il Battista. Rinchiuso in carcere da Erode invia i suoi
discepoli a domandare a Gesù: “sei tu il veniente” (Mt 11,3). Ma anche nonostante l’ostilità e
il giudizio della sua generazione, delle città di Corazin, Betsaida e Cafarnao dove lui aveva
operato guarigioni e annunziato la bella Notizia del Regno dei cieli, nonostante la decisione
del potere religioso e politico di eliminarlo. Ma lo sconforto e la rabbia – v. 21: “Guai a te,
Corazin! Guai a te, Betsàida”, invettiva e lamento assieme, “guai” ed “ahimè”, è il doppio
senso dell’esclamazione usata –, non impediscono a Gesù di rimanere dalla parte degli uomini,
dei piccoli, degli affaticati e degli oppressi (cfr Mt 11,25.28).
È anche un grande insegnamento di umanità: non far finta che tutto vada bene,
ingannando sé stessi e gli altri, venendo meno alla propria responsabilità, ma non smettere di
operare e progettare il bene dell’altro, anche di chi non ascolta e non cambia.
L’incontro di Paolo Borsellino con il Dio “Totalmente Altro” e completamente solidale
con la storia dell’uomo, ha trasformato e indirizzato tutta la sua vita. Siamo convenuti nella
chiesa dove lui è stato immerso nelle acque battesimali, immerso nella fede nel Dio di Gesù
Cristo. Tutta la sua esistenza – compresa la sua morte! – è una risposta alla chiamata della
fede. La fede è una conoscenza – nella Bibbia conoscere significa relazione, si evince nella
pagina evangelica odierna: “nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il
Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Mt 11,27) – [la fede] non è uno
snocciolare formule di preghiera o un’arida ripetizione di formule dottrinali. È una Presenza
che accompagna e sostiene tutta la vita: «Io sarò con te» (Es 3,12). Una forza di vita che ti
spinge dal di dentro. È la Presenza di un Dio che ascolta sempre il grido dell’oppresso e che si
coinvolge in un’opera di liberazione umana. L’incontro autentico con Dio – la fede che fa
amare Dio «con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la
tua mente» – porta sempre all’incontro con l’uomo, affida una missione: «amerai il prossimo
tuo come te stesso» (Lc 10,27).
Di fronte a un Dio che ascolta il grido dell’uomo, se ne prende cura, scende per liberarlo,
la fede, la relazione con Dio alimentata dalla preghiera – il libro dei Salmi sul comodino di
Paolo Borsellino, la sua fedeltà alla messa domenicale, alla fractio panis, al gesto di Gesù che
spezza il suo corpo per darlo come cibo di vita e di vita eterna, la sua costanza al sacramento
della confessione, fino a pochi giorni prima di essere ucciso – fa entrare in una dinamica
proesistenziale l’intera vita (cittadino, sposo, padre, magistrato, amico). Essa, la vita, diventa
sguardo ampio, ascolto profondo, responsabilità professionale indefettibile, cura attenta per
l’uomo, impegno indefesso per una città liberata da ogni forma di esercizio e di concentrazione
di potere. E, a scanso di equivoci, ogni esercizio di potere di uomini su altri uomini è mafioso
e alimenta la mafia, è potere criminale, e si alimenta alla fonte degli intrighi e delle connivenze
omertose, delle protezioni e delle impunità.
Ogni incontro con Dio, al cuore della vita divenuta tempio della sua presenza (Es 3,1-2:
«mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro… L’angelo del Signore gli apparve in una
fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto»), richiede sempre obbedienza e piena responsabilità
in un cammino carico di dovere e di oneri, in una missione. Ogni preghiera non è solo attardarsi
“nel roveto di Dio”, ma è lasciare che questo roveto accenda tutta la nostra vita della stessa
compassione di Dio. Di questo amore salvifico di Dio in noi. La fede di un vero uomo o di una
vera donna – a maggior ragione di un magistrato o di un agente di polizia – consacra alla
giustizia, consacra a riscattare la vita della città umana da tutto quello che la disumanizza, la
opprime, non la rende a misura dei piccoli e dei bambini.
Nel Salmo 11,3 si legge: «Quando le fondamenta sono state scosse, cosa può fare il
giusto?». Quando i malvagi distruggono i fondamenti dell’umanità, solo l’azione dei Giusti
può evitare che il loro disegno perverso possa avere successo. Per questo nel Talmud
babilonese, parlando dei Giusti, viene detto che chi uccide un uomo è come se uccidesse il
mondo intero, e chi salva un uomo è come se salvasse il mondo intero.
La Memoria che oggi rinnoviamo in questa data drammatica per il nostro Paese deve
diventare sempre più misura del nostro vivere gli impegni umani e sociali e il nostro servizio
alle Istituzioni che oggi rappresentiamo; e molto più, il nostro obiettivo educativo e formativo
per le nuove generazioni, parte integrante del compito istituzionale che ci siamo assunti.
Teniamo desta la memoria dei Giusti, di questi nostri memorabili e amabili Giusti, uccisi
nella strage di via D’Amelio 31 anni fa, che hanno dato la vita per una Sicilia libera dal
maledetto, nefasto e antievangelico potere mafioso: Paolo Borsellino Emanuela Loi, Claudio
Traina, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Agostino Catalano. Oggi ci è chiesto di
onorare questi nostri martiri della giustizia e della legalità con un rinnovato impulso di fedeltà
corresponsabile di tutti agli impegni sanciti dalla nostra Costituzione e, soprattutto, dei
«cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche” poiché «hanno il dovere di adempierle con
disciplina e onore» (Costituzione, art. 54). Lo dobbiamo anche ai familiari delle vittime.
Sul limitare del 1942, in uno scritto destinato agli amici più cari (Dieci anni dopo),
Bonhoeffer traccia un bilancio di dieci anni di resistenza al regime di Hitler. Usa parole
pesanti, maturate a contatto con l’esperienza della sofferenza, dell’ingiustizia e della morte.
Ma anche piene di speranza che solo chi ha una fede grande può dare. Vorrei terminare dando
la parola a questo martire della fede e della giustizia:
«Noi ci troviamo al centro di un processo di involgarimento che interessa tutti gli strati
sociali; e nello stesso tempo ci troviamo di fronte alla nascita di un nuovo stile di nobiltà che
unisce uomini provenienti da tutti gli strati sociali finora esistiti. La nobiltà nasce e si mantiene
attraverso il sacrificio, il coraggio e la chiara cognizione di ciò cui si è tenuti nei confronti di
sé e degli altri; esigendo con naturalezza il rispetto dovuto a sé stessi e con altrettanta
naturalezza portandolo agli altri, sia in alto che in basso. Si tratta di riscoprire su tutta la linea
esperienze di qualità ormai sepolte, si tratta di un ordine fondato sulla qualità. La qualità è il
nemico più potente di qualsiasi sorta di massificazione. Dal punto di vista sociale questo
significa rinunciare alla ricerca di posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare
liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta della cerchia intima
degli amici; significa saper gioire di una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica.
Sul piano culturale l’esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio al libro,
dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla
riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla
misura. Le quantità si contendono lo spazio, le qualità si completano a vicenda».

19 Luglio 2023

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