The Pride – ricerca dell’identità, dell’amore, della felicità.

foto THE PRIDE - diretto e interpretato da Luca Zingaretti .04Se il teatro è il luogo deputato delle domande, allora The Pride (in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 6 dicembre e poi in tournée fino a febbraio) assolve pienamente a questo compito. Se poi questo testo del drammaturgo e attore americano di origini greche, Alexi Kaye Campbell, pretende di innescare riflessioni che possano illuminare e regalare epifanie alla coscienza, allora la missione è solo parzialmente compiuta. Dopo due ore e venti di spettacolo se ne esce banalmente divertiti e profondamente perplessi nonostante l’ecclettismo e la straordinaria capacità mimetica di tutti gli interpreti, in grado di avvicendarsi senza soluzione di continuità in personaggi diversi, e nonostante il tema della pièce intrecci inquietudini e problematiche attuali e cruciali: l’omosessualità, la fedeltà, il perdono, la ricerca dell’identità, dell’amore, della felicità.

Un linguaggio a dir poco crudo e schietto e di certo vietato alle educande per un opera che ruota vorticosamente fino ad avvitarsi su stessa e lancia in platea con forza centrifuga innumerevoli schegge della prismatica e complessa questione omosessuale: dalla stigmatizzazione degli equivoci e prurigini sulla realtà articolata del mondo gay, all’immancabile problema dell’omofobia, all’ironia sul colorito e gaio “gay pride” ridotto a parata, sfilata di moda, mera esibizione più che orgogliosa reazione, alla figura di una moglie perennemente sull’orlo di una crisi di nervi alle prese con un marito che ha negato e sepolto la sua tendenza omosessuale, salvo poi farla esplodere con inevitabile violenza, alla lacerante crisi di chi rivendica e brandisce in nome dell’amore la propria omosessualità.

The Pride offre una trama chiara ma sviluppata su due piani temporali e due storie parallele all’interno di un’unica città: Londra 1958 e 2015. Protagonisti negli anni ‘50 una tradizionale coppia borghese, marito e moglie: lui, Philip (un credibilissimo Luca Zingaretti, privo di colpi di genio però come regista dello spettacolo), agente immobiliare, razionale e accomodante, senza sogni e con un segreto adolescenziale inconfessabile e rimosso; lei, Sylvia (un’impareggiabile Valeria Milillo), ex attrice, con un esaurimento nervoso alle spalle, una maternità agognata e mai raggiunta e un presente di illustratrice di romanzi tra cui quello del terzo personaggio, lo scrittore Oliver (un impeccabile Maurizio Lombardi), il classico “io fra di voi” che rompe il fragile equilibrio dei coniugi creando una relazione segreta con Philip. La seconda storia, quella contemporanea, entra di continuo in dissolvenza sulla prima, i personaggi si chiamano nello stesso modo, a interpretarli sono gli stessi attori e, pur con situazioni, ambientazioni e dinamiche differenti, i quesiti restano identici e le questioni sempre aperte e confuse: abissi di solitudine e desideri di amore, aneliti di purezza e istinti lascivi, menzogne e agnizioni. Trait d’union fra passato e presente, fra un’umanità frustrata e un’omosessualità dichiarata è comunque la paura. Sono tutti “prigionieri della paura”, come esterna nel finale Sylvia, la moglie, a cui non resta che far le valigie e partire. Anime in pena, immerse in una vita senza tregua, e soprattutto, come direbbe don Tonino Bello, “senza spinte verticali”.

 di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire