“Il Prezzo” secondo Massimo Popolizio e Umberto Orsini

Il Prezzo - foto Filippo Milani
Il Prezzo – da sinistra: Elia Schilton,Umberto Orsini, Alvia Reale e Massimo Popolizio – foto di Filippo Milani

Quando al National Theatre di Londra Umberto Orsini scoprì The price di Arthur Miller e ne comprò i diritti per allestirlo in Italia ha fatto un gran bene al teatro e a noi che abbiamo assistito alla prima all’Argentina di Roma. Il prezzo possiede il dono, tipico delle opere del grande drammaturgo americano, di riuscire a innestare drammi privati in contesti sociali e risulta profetico quando apre spaccati sulle nuove povertà o sulla tendenza di una generazione incline alla provvisorietà e refrattaria al senso di responsabilità. La crisi economica e la logica del profitto fanno da sfondo e da propellente alle problematiche familiari che vengono enucleate e il titolo del testo ha una duplice valenza: “il prezzo” non è solo quello che un perito deve stabilire per comprare tutta la mobilia di una casa in demolizione, ma anche quello che due fratelli stanno pagando per le scelte di vita compiute. Dopo 16 anni, infatti, Victor e Walter Franz si incontrano per vendere gli oggetti dell’appartamento del loro padre defunto e segnato in passato dal famigerato crollo della Borsa del ’29. Solomon, un broker ebreo novantenne, viene chiamato per farne la stima.

Dov’è il dramma? Nei livori mai sopiti, nei dolori mai assorbiti, nei rancori latenti e ancora brucianti, nelle recriminazioni reciproche dei due fratelli: da un lato Victor che ha sacrificato studi e talenti per assistere il papà depresso, dall’altro Walter che ha troncato ogni legame familiare per emanciparsi e fare carriera. Ma il nodo è molto più aggrovigliato di quel che sembra: tra agnizioni, svelamenti, tesi e antitesi che si incalzano il sacrificio di uno si colora di impotenza, la fuga dell’altro di necessità e la figura del padre di infantile egoismo. I chiaroscuri abbondano e lo sguardo di Miller è come sempre una sapiente alchimia di spietatezza e compassione. Massimo Popolizio come regista sfrutta pienamente tutte le peculiarità del testo e come interprete di Victor è penetrante e ficcante, forse solo a tratti un po’ compiaciuto.

Intelligentemente semplice, ai confini del didascalico, la scenografia di Maurizio Balò in cui giganteggia la montagna di cose (e di simbolici scheletri negli armadi) nascosta da cupi e grigi teli. Efficace e coerente anche Elia Schilton nei panni di Walter; così come incisiva Alvia Reale abile a dare credibilità alla fulminea metamorfosi di Esther, il suo personaggio, moglie nevrotica, depressa e assillante di Victor che si rivela alla fine coniuge solidale e comprensiva. Superbo infine Orsini nel dare anima e corpo all’arzillo ed effervescente broker ebreo Solomon, una sorta di fool, al di sopra e al di fuori delle conflittuali dinamiche della famiglia Franz, e che ricorda per tenerezza, brio e sapienza “il violinista sul tetto” di Shalom Aleichem. E incantevole il suo assolo che chiude la pièce in cui accenna passi di danza su ballabili d’annata. Trovata geniale che proietta la dura verbosità del testo in una dimensione rarefatta e onirica donando al suo personaggio una doppia finalità: quella di un angelo della vita o della morte che stende un velo pietoso di leggerezza sulle ferite della lacerata famiglia e balla sopra le macerie di una terra desolata.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire