Un soldato racconta l’inferno della Grande Guerra

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L’orrore del vuoto. Horror vacui. L’orrore della guerra e il vuoto dei valori. Bastano queste poche stigmatizzanti, laconiche espressioni per introdurre Trincea, l’ultimo spettacolo di Marco Baliani (che ha debuttato nella scorsa stagione al festival delle Colline Torinesi) il primo di un trittico di messinscene (ora al Teatro India di Roma fino a martedì 24) sull’inferno della Grande Guerra. Dal punto di vista prettamente scenografico la scelta originale e azzeccata di Maria Maglietta, che cura la regia, e di Lucio Diana artefice di luci e scene, rispecchia coerentemente il terrore del nulla: all’interno di una grande pagina bianca, infatti, tutta da “scrivere” si muove, si dimena, persino balla, con evocazioni da danze macabre, l’interprete e autore di questo testo-flusso di coscienza collettiva. Baliani, dopo varie e caleidoscopiche esperienze nel teatro di regia, torna alla narrazione monologante e lui, icona e capostipite dell’affabulazione, conosce bene i rischi del “teatro civile” quando con le sue tesi crea condivisione ma non divisione nella coscienza della platea. Allora intelligentemente ingabbia la dimensione narrativa all’interno di un’analisi cruda, oggettiva, priva di enfasi e incastonata in una visione claustrofobica e corporale. Si assiste pertanto a un agghiacciante sfogo contro la disumanità e l’insensatezza della pratica bellica di un anonimo soldato di una qualunque nazionalità, un classico “milite ignoto” che però non ignora affatto le dinamiche di potere all’origine di quell’assurda mattanza del ’15-’18. Infarcita di cruenti dettagli è la descrizione della “non vita” di quel «budello profondo neanche un metro» che è la trincea: topi e pidocchi che tormentano indifferentemente corpi morti e viventi ammassati nella fanghiglia, bisogni fisiologici e istinti di sopravvivenza che annichiliscono e mortificano ciò che resta di un uomo. Un uomo privato di dignità che si interroga sul silenzio di Dio di fronte a simili atrocità e guarda le «stelle che continuano a brillare senza far rumore».

Ma se tutto ciò è in parte già visto e sentito ci sono altri momenti in cui invece Baliani sorprende, giganteggia e interroga con la sua arte interpretativa, mimica ed espressiva: quando ad esempio apre la rappresentazione con un ballo tragico, grottesco e disarticolato, con movenze ispirate a Grotowski e all’arte pittorica di Francis Bacon, come ci svela lo stesso Baliani. Una coreografia che sintetizza, sulle stridenti note di “Amami Alfredo” della Traviata di Verdi (il brano più ascoltato ai grammofoni dai soldati in trincea insieme al Nabucco, vedi il finale), tutto il nonsense di una guerra che di “grande” ha avuto solo la perdita di senso. Spiazzante poi è Baliani quando dialoga con lo sfigurato cadavere che diviene suo confidente, oggetto di gratuita compassione e meritevole di degna sepoltura. Insuperabile è Baliani quando i suoi movimenti parossistici si sincronizzano con le sonorità e da soldato diviene burattino. Inquietante infine l’attore-autore quando chiude lo spettacolo con un consapevole pugno allo stomaco: sullo sfondo la proiezione di un montaggio, che volutamente sconfina in un horror movie, purtroppo per nulla fittizio, di volti di militari deturpati, sfigurati; in primo piano l’invocazione disperata e accorata di un «soldato dalla testa perduta» la cui voce sempre più strozzata e convulsa viene progressivamente sovrastata dal “Va, pensiero”. È qui che l’incanto evocativo del teatro si manifesta pienamente e il verso verdiano “Oh mia patria sì bella e perduta!” dice meglio di qualunque saggio sull’alienazione e strumentalizzazione del concetto di nazione.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire

FotoBlog di Michele Sciancalepore: BACKSTAGE “TRINCEA”