Ermanna Montanari vertiginosa Maryam per Doninelli

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Mistico e misterioso hanno una comune etimologia che rimanda al verbo greco ” myein”, “tacere”. Ed entrambi questi aggettivi basterebbero a qualificare le peculiarità di Maryam, l’ ultimo lavoro del Teatro delle Albe, demiurghi e minatori della scena italiana. Maryam, scritto da Luca Doninelli in modo potente, profondo e lineare, ha preso vita scenica grazie alla storica coppia Marco Martinelli – Ermanna Montanari, il primo nella consueta veste registica e la seconda come protagonista superba e ieratica, sola e immobile sul palcoscenico dell’Elfo Puccini di Milano (prossime repliche il 17 e il 18 al Teatro Due di Parma) a dare la sua eclettica, ancestrale voce a quattro figure femminili: la dura e graffiante Zeinab, l’implorante Intisar, la mortificata Douha e infine Maryam-Maria a cui nella basilica dell’Annunciazione di Nazareth queste icone di donne islamiche, accomunate da una perdita tragica (un’amica schiavizzata, un fratello kamikaze, un figlio inabissatosi nel mare), si rivolgono con venerazione per urlare sommessamente vendetta e per esigere un’impossibile risposta.

Una partitura in quattro movimenti dove la dinamicità è data da un chirurgico disegno delle luci, musiche incalzanti e proiezioni sul velatino all’interno delle quali si incastona la figura di Ermanna Montanari capace con la sua caleidoscopica voce di evocare scenari tremendi, svelare ferite vive. Una Montanari che, stavolta più che mai, ha scoperto la necessità di perdersi, pur ancorata in una ferrea cornice drammaturgica, nelle vertigini della preghiera per condividere dolori così ineffabili. E c’è davvero da smarrirsi tra le inenarrabili materne sofferenze, da stupirsi di fronte alla devozione dei musulmani per Maria, come è epifanicamente capitato allo stesso autore Doninelli, da incantarsi di fronte a Maria, ponte fra religioni diverse e soprattutto fra cielo e terra, da tacere davanti all’onnipotenza dell’amore di Dio che lascia liberi i suoi figli di tradirlo. Ma parla alla fine Maryam-Maria e lo fa con un monologo spiazzante e struggente in cui riecheggiano gli accenti testoriani di Interrogatorio a Maria.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire