FERRARA «Non sono un eroe. Non ho fatto nulla di speciale». È diventato un mantra, la premessa, la carta di presentazione e di identità di un uomo, un italiano, un emiliano che implicitamente sembra volerci dire che gli “anormali” siete voi se pensate che essere onesto sia un “tic nervoso”, come profetizzava Italo Calvino 40 anni fa, o «se avete il dubbio che vivere onestamente sia inutile», come temeva Corrado Alvaro 60 anni fa. Questo signore dal tono pacato ma fermo, sommesso ma chiaro, che nel 2000 faceva il vigile urbano a Brescello, il borgo di Peppone e don Camillo, faceva il suo dovere e multava anche la Lamborghini in sosta vietata di un boss calabrese, collaborava con i quotidiani locali e iniziava a fiutare e svelare gli impicci, intrecci, imbrogli affaristici che coinvolgevano ‘ndrangheta, amministratori, imprenditori, tutti a sguazzare nel pantano degli abusi edilizi, nel gorgo della costruzione di una centrale elettrica con vortici di speculazioni e corruzioni. Vigile e cronista, insomma, che in pratica da solo denunciava l’infiltrazione mafiosa nella regione modello considerata eden della trasparenza ed efficienza e che in effetti avrebbe innescato il processo “Aemilia”, ma che nel frattempo sarebbe stato licenziato in tronco, minacciato, perseguitato, costretto a cambiare città e lavoro. Solo dopo 13 anni avrebbe ricevuto con la sentenza della Corte di Cassazione risarcimento, giustizia e la patente di cittadino onesto e sincero. Quest’uomo, che oggi fa l’autista di bus a Bologna e non riesce più a fare il cronista, comunque rifiuta categoricamente l’etichetta di “superman” e ci confessa che tutto ha inizio quando si è bambini e che non ha mai dimenticato di tenere fede alla promessa scout fatta da ragazzino di «compiere il dovere verso Dio e verso la Patria»; ci confida che si è ispirato a modelli quali il generale Dalla Chiesa, il giornalista Pippo Fava e lo scrittore Guareschi e concorda con Madre Teresa quando invita a «fare cose ordinarie con amore straordinario».

Lui si chiama Donato Ungaro e guai a chiamarlo “eroe”. Ma la sua storia è diventata materia drammaturgica, la sua vita arte, la cronaca poesia, l’ informazione sapienza e verità profonda, quella che solo il teatro sa estrarre e che Ermanna Montanari e Marco Martinelli del Teatro delle Albe hanno saputo portare alla luce del palcoscenico, forti della loro esperienza nell’ambito degli scavi sulla coscienza civile già operati con Pantani e Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi. Ora questo loro Va pensiero giunge a formare una sorta di trilogia sulla patria amata e malata. Donato Ungaro domenica al Teatro Comunale di Ferrara era in platea ad assistere alla trentesima e ultima replica, sorpreso di fronte a una mirabile sintesi e rielaborazione drammaturgica.

Due ore e mezza di spettacolo polifonico e corale con le arie verdiane che scandiscono i passaggi di una vicenda che diventa “epos” illuminante, un affresco sui miasmi dell’Italia contemporanea, con una Ermanna Montanari che non recita, ma sembra diffondere con la sua unica, originale, superba maestria canti di rabbia e di «disprezzo nei panni della sindaca zarina», icona del malaffare, o di dolore e orgoglio in quelli della corifea che scuote le coscienze. Marco Martinelli si conferma sapiente e potente demiurgo che ha fatto prima volare il pensiero su ali spezzate dal peso dell’avido materialismo, ma poi ha fatto intravedere il flebile bagliore di «un fiammifero acceso, un fiammifero di umanità». E a vedere la reazione finale del pubblico verrebbe da scrivere e da sperare che forse «l’Italia s’è desta».

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire

27 Marzo 2018

  • Il libro di Retroscena