I “fratelli Karamazov”, Mauri e Sturno convincono ancora con la “pietas”

Glauco Mauri e Roberto Sturno in scena / Manuela Giusto.

Glauco Mauri ha un’eterna passione, anzi una compassione, quella per l’uomo «meraviglioso impasto di luce e fango», come ama dire spesso. Doveva, pertanto, prima o poi cimentarsi con uno dei più vertiginosi e profondi affondi letterari negli oscuri abissi dell’animo umano in cui baluginii spirituali diradano a intermittenza le più cupe tenebre di un inferno familiare, quello de I fratelli Karamazov. L’ultimo capolavoro di fine ottocento di Dostoevskij è in effetti una sorta di caleidoscopico viaggio dantesco tra le varie declinazioni del male: egoismo, avidità, invidia, lussuria, vendetta, astio, accidia intrappolano in una rete mefitica e asfittica le relazioni di questa sciagurata famiglia russa in cui un padre Fëdor, icona di dissolutezza, avarizia e astuzia, tiene sotto scacco tre figli avuti da due donne diverse, Dmitrij, a cui contende e pretende a suon di rubli la «giovane gallinella» Gruen’ka, Ivan, assoggettato agli affari economici paterni e intimamente lacerato dall’incapacità di vedere e sentire Dio nella sua vita e Aleksèj, il buono, una perla di purezza nel fango di un porcile. A questi si aggiunge un altro fratellastro, Smerdjakov, figlio illegittimo vessato e sfruttato alla stregua di un servitore.

In un tale quadretto familiare, a cui fanno da sfondo o si intersecano amori alienati, bassi istinti, pulsioni materiali e masochistiche dedizioni, la conflittualità diviene sempre più virulenta fino a raggiungere apici irreversibilmente tragici culminanti nel parricidio di cui viene accusato Dmitrij, quindi incarcerato, ma il cui effettivo responsabile è Smerdjakov che a sua volta riversa su Ivan la responsabilità morale dell’omicidio. Se a un siffatto articolato intreccio aggiungiamo la peculiarità principale del romanzo dell’autore russo, ovvero il suo respiro etico e il suo afflato teologico, ci si rende immediatamente conto che per portarlo in scena ci vogliono molteplici doni: capacità di sintesi senza scivolare nella semplificazione e banalizzazione, spiccato senso del ritmo senza penalizzare la chiarezza drammaturgica e propensione a valorizzare la dialettica filosofica senza creare distanze ermetiche.

In pratica bisogna saper fare teatro. E Matteo Tarasco, che, oltre all’adattamento del testo insieme a Glauco Mauri, ha curato anche la regia di questo allestimento in tournée fino alla fine di marzo, dimostra di possedere i talenti necessari per portare a termine egregiamente un “tradimento” della pagina scritta e una trasposizione davvero ardita. Certamente dalla sua la possibilità di far entrare in azione nei momenti topici dello spettacolo uno degli ultimi fuoriclasse assoluti dei palcoscenici italiani, uno di quelli che non rappresentano, casomai «ri-presentano», sicuramente vivono il personaggio, Glauco Mauri, ovviamente, il quale non recita la parte del vecchio padre debosciato senza virtù e tutto vizi, semplicemente, si fa per dire, lo è. La ricchezza delle coloriture e la spigliatezza delle sfaccettature della sua interpretazione tra l’altro fanno pensare che il malore che aveva costretto l’ottantanovenne attore pesarese a sospendere due repliche sia solo ormai un brutto ricordo.

Ma quando si parla di Mauri in scena ormai si associa quello del suo compagno di pluridecennali avventure artistiche, Roberto Sturno, al quale viene affidato il ruolo del vero protagonista di questa riduzione, il tormentato Ivan che, incapace di avvertire l’amore di Dio, sposa l’ateismo e flirta con un drammatico relativismo. Che Ivan in questo caso non sia più un giovane posseduto da un furore polemico, come nel romanzo, ma piuttosto un attempato e affannato misantropo, in realtà non disturba perché Sturno piega intelligentemente il personaggio alle sue corde senza tutto sommato tradirlo. E inoltre il suo monologo sul celebre capitolo del “Grande Inquisitore” è una cristallina e godibilissima parentesi di grande narrazione ben incastonata nello sviluppo drammaturgico.

Diventa invece convulsa e affastellata la parte finale quando la dimensione esistenziale di Ivan non trova in Sturno adeguata maturazione e precipita in frenetica conclusione. Qualche ombra giunge anche dall’interpretazione a tratti accademica del Dmitrij di Laurence Mazzoni, pulita e senza macchia quella di Paolo Lorimer nei panni dello Starec Zosima, spigliata e incisiva, soprattutto nella sua prima scena, Alice Giroldini in Gruen’ka, fa il suo dovere Giulia Galiani nei panni di Katerina Ivanovna, inevitabilmente monolitico Pavel Zelinskiy in quelli del buon Aleksèj, sorprende positivamente infine Luca Terracciano che, pur con qualche postura alla “Igor”, il servitore gobbo del Frankenstein Junior di Mel Brooks, dà vita a un sofferto e credibile Smerdjakov.

Solo note liete sulla scenografia che Francesco Ghisu ha realizzato secondo un’idea registica votata alla semplicità con quinte che scorrono orizzontalmente creando cambi di spazio-tempo duttili e funzionali. Nell’insieme ancora uno spettacolo della Compagnia Mauri-Sturno (prossime date il 12 e 13 marzo al Teatro “Petrarca” di Arezzo, quindi a Forlì, Lucca e La Spezia) in cui a vincere e convincere sono pietas, comprensione e compassione.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire