Guerritore: «La mia spada è Giovanna d’Arco»

L'attrice ritorna a vestire i panni dell'eroina: «Dopo la malattia è entrata nelle mie fibre e mi ha dato forza». Con quel monito che fu di papa Wojtyla: «Non abbiate paura»

Monica Guerritore in scena nel ruolo di “Giovanna d’Arco”.

Al termine dello spettacolo, dopo i meritatissimi applausi della platea del teatro Vascello di Roma, che ospita fino a oggi il suo Giovanna d’Arco ripreso dopo aver mietuto successi per tre stagioni fino al 2008, Monica Guerritore prima di lasciare il palco compie un gesto in apparenza marginale, sicuramente voluto e sentito: raccoglie da terra la piccola croce di legno che da personaggio aveva con ardore costruito e con delicatezza estrema la poggia ai piedi del palo, l’unico elemento scenografico che simboleggia il rogo della santa eroina francese. Un’azione piccola ma eloquente che testimonia il rispetto che l’attrice ha per la sacralità e la sua devozione e ammirazione per quella giovinetta che sei secoli fa seppe sfidare l’esercito inglese e il tribunale ecclesiastico che la condannò a morte.

Giovanna d’Arco è indubbiamente il cavallo di battaglia della Guerritore, è il suo spettacolo in cui l’aderenza con lo spirito del personaggio, qui evocato ed efficacemente sintetizzato, è totale. Un allestimento polisemico ancor prima che multimediale con una sovrabbondanza e stratificazione di significati, messaggi registrati, citazioni letterarie proiettate (da Emily Dickinson al De Immenso di Giordano Bruno), video storici (da Martin Luther King a Che Guevara, al ragazzino che blocca il carrarmato in piazza Tienanmen), musiche emozionali come quelle tratte dal film Truman Show, canzoni immortali nell’immaginario collettivo quali The show must go on dei Queen. Sessanta minuti densissimi la cui poliedricità e intensità dell’impianto drammaturgico rischia anche di soverchiare animo e mente, ma che indubbiamente rispondono a un anelito ben centrato: comunicare in modo esemplare e magistrale l’eternità e l’universalità della forza, del coraggio e della luce che ha attraversato la pur breve esistenza di Giovanna d’Arco.

E Monica Guerritore lo fa con una verità impressionante e un’energia straripante. Non c’è nulla dunque di agiografico, nessun rassicurante aulico ritratto, anzi il nucleo fondante, sì edificante ma al contempo fisico e crudo della parabola della pulzella d’Orléans, è una terribile voragine: l’umana paura della morte che a un tratto crea smarrimento. E tutto lo spettacolo diventa di rimando un invito a superarla suggerendo implicitamente il «non abbiate paura» di san Giovanni Paolo II. La Guerritore non solo conferma questa intuizione ma ne svela il suo valore cruciale: «Il Non abbiate paura! di Giovanni Paolo II, che ho sulla mia libreria, è stato la radice dello spettacolo. Giovanna davanti al palo del rogo ha dubitato e da eroina diventa essere fragile. Ho deciso di riportare in scena lo spettacolo perché proprio un clima di paura sta dominando il contesto in cui viviamo. Giovanna ha avuto paura, ma aveva anche Dio dentro di sé ed era consapevole della sua missione: essere quel granello di sabbia che inceppa il meccanismo del potere. Venendo ad oggi mi viene in mente quel ragazzino di Torre Maura a Roma che con coraggio si è contrapposto a chi si scagliava contro i rom, c’erano degli energumeni che facevano paura, ma l’irrefrenabile voce del suo cuore gli ha fatto dire: “Ma perché ve la dovete prendere con le minoranze?”».

Alla base del coraggio che spinge all’azione c’è quindi la capacità di ascoltare la propria voce interiore. Perché spesso non siamo in grado di darle ascolto?
Perché siamo sintonizzati su qualcosa che è fuori da noi, diamo spazio a ciò che ci divide, al diavolo in senso etimologico del termine, ovvero alla separazione. Per riuscire a far emergere la parte spirituale, che è stare nel consesso civile, condividere e non dividere, bisogna fermarsi e riflettere sulla propria voce interiore che è divina.

Gli accusatori nel processo a Giovanna d’Arco insinuavano che le voci che lei sentiva potessero provenire dal demonio. Come si fa a fugare questo dubbio e a individuare le strumentalizzazioni del nome di Dio?
Credo ci sia solo un discrimine: aprirsi, essere teneri, accoglienti, fiorenti, far nascere sempre qualcosa di buono, questa è la forza e la conseguenza feconda dell’ascolto di Dio; se invece quella voce porta a una presa di potere e all’affermazione di se stessi allora è chiusura e Dio non c’entra nulla.

Lei ha affermato che «la tristezza della nostra epoca non è nella mancanza di Dio, ma nella mancanza della forza di rivelare Dio». È difficile nel mondo dello spettacolo dichiarare la propria fede? Ci sono pregiudizi, diffidenze?
Nel mondo del teatro no. Anzi, noi siamo a contatto con la spiritualità, siamo sempre alla ricerca di un senso ultimo e Dio è sempre da quelle parti pronto ad accoglierti e ad ascoltarti. Come diceva Einstein «io forse non credo in Dio ma passo la mia vita a cercare di sorprenderlo». Tutto ciò che ha a che fare con l’arte ha a che fare con Dio.

Sempre nel suo spettacolo si evocano uomini e donne che «hanno saputo guardare le stelle». Mirando il cielo quale desiderio vorrebbe realizzare Monica Guerritore?
In questo momento è molto forte il desiderio di apertura, ho tanta voglia di lavorare perché la nostra società ritrovi l’accoglienza, il sorriso, la scoperta dell’altro, l’Europa come zona di fioritura, il mescolarsi, abbattere questa porta di paura che ci ha reso tristi, diffidenti. L’altro giorno sentivo una canzone di Sergio Endrigo che diceva «che cos’è? C’è nell’aria qualcosa di freddo che inverno non è» ecco, questa freddezza non pertiene all’umanità. «La vita è fuoco» come diceva Pirandello.

Una guerriera del palcoscenico come lei quali paure ha invece?
Quella di ammalarmi, ma soprattutto che stiano male le persone a me care. Una paura, quella di ammalarsi, vissuta anni fa ma che poi ha superato affrontando la malattia a viso aperto e non nascondendola nemmeno sul palco nelle vesti di Giovanna d’Arco. Vero, sono stata operata per un tumore e quando sono tornata in teatro avevo ancora i tagli per i linfonodi e la cicatrice ben visibile sotto l’ascella e ho continuato a indossare la canotta proprio perché la ferita, «il dolore è rivolta delle fibre per l’armonia perduta» e in quel momento Giovanna è entrata dentro le mie fibre e mi ha dato la forza per andare avanti come una spada.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire