Popolizio come Ibsen “nemico del popolo”

La tragicommedia del drammaturgo norvegese in chiave farsesca con l'ottima Maria Paiato in panni maschili in scena al fianco dell'attore-regista.

Un momento della pièce “Un nemico del popolo” con Massimo Popolizio e Maria Paiato.

La tragicommedia del drammaturgo norvegese in chiave farsesca con l’ottima Maria Paiato in panni maschili in scena al fianco dell’attore-regista. La scelta del blues, che apre e scandisce i passaggi spazio-temporali di Un nemico del popolo fino al 28 aprile al Teatro Argentina di Roma, diffonde tristezza e instilla il pensiero che in fondo siamo tutti schiavi, prigionieri di qualche pulsione.

Il testo di Ibsen, il meno psicologico e il più estroverso, viene comodamente catalogato nel genere “dramma”, ma sicuramente l’autore norvegese non l’aveva concepito così. Massimo Popolizio, che lo ha adattato e diretto, è andato oltre e ne ha realizzato una dichiarata tragicommedia a momenti virata sul farsesco. E ne ha ben donde. D’altra parte come si fa al giorno d’oggi ancora a ergersi come “Catone il Censore” contro la dilagante corruzione, il pervasivo opportunismo, l’ostinata difesa del potere e l’uso pedissequo del compromesso? Non si fa. Si ironizza, non si lanciano strali bensì vignette virali, non censure estreme ma tutt’al più sarcastici “meme”. E su tutto questo marciume e meschinità umana l’attore e regista romano ci danza ritmicamente e ossessivamente. Ne esce fuori una sorta di figurata ballata che coinvolge tutti i protagonisti della vicenda facilmente riassumibile: in un’anonima cittadina di provincia, microcosmo evocante la Dogville di Lars Von Trier anche dal punto di vista scenografico, si scontrano due fratelli, il sindaco del paese Peter Stockmann, interpretato da Maria Paiato, e il dottor Thomas Stockmann portato in scena dallo stesso Popolizio. La ragione del conflitto sono le acque termali, occasione di benessere, sviluppo e volano dell’economia della comunità, panacea antidisoccupazione, antirecessione per il primo cittadino, ma fonte di focolai velenosi, virus e batteri come scoperto dal fratello scienziato. La soluzione, che richiederebbe investimenti lunghi e onerosi, confligge con gli interessi della politica demagogica e quindi non contemplata dal sindaco insabbiatore che tenta quindi prima di persuadere a miti consigli il fratello dottore, per poi passare a ricatti, manipolazioni dei dati e infine minacce. Lo Stockmann illuminato comunque non ci sta ad annacquare la verità anche a costo di passare per “nemico del popolo”. Tutt’intorno a lui ruotano una moglie realista, una figlia idealista, due giornalisti voltagabbana, un editore doppiogiochista.

Ma questa sintesi non deve illudere. Nulla è chiaro, tutto è molto ambiguo. La tematica ecologista viene offuscata da più sottili e insinuanti questioni: a che serve la ragione se non si ha il potere, o la verità se non la si vuole? la maggioranza compatta è davvero portavoce di giustizia e bene comune? non è la stessa che ha crocifisso Gesù Cristo o costretto all’abiura Galileo? Intorno a questi nodi Popolizio pertanto costruisce uno spettacolo ardito ed estremamente ordito. La scelta di caratterizzare con movenze espressioniste e marionettistiche e toni sopra le righe tutti gli attori crea inizialmente anche un pericolo di omologante saturazione, ma la perfezione di questa gabbia registica, si presume anche asfissiante, è tale da produrre un risultato coerente e impeccabile. La Paiato nei panni di un uomo? Data la superba statura dell’attrice non dovrebbe essere nemmeno oggetto di alcuna particolare considerazione così come non lo fu 15 anni fa per un altro gigante quale Herlitzka nelle vesti di un’anziana madre nazista.

Piuttosto qualche dubbio lo lascia lo stesso Popolizio-Stockmann, non per sbavature interpretative a lui sconosciute, quanto per un’aporia legata al suo personaggio che, pur stagliandosi per levatura morale, è contaminato anch’egli da quella comune aura fumettistica. Resta indelebile il finale quando il dottore, forte e solo, va via in una scenografia, di ronconiana memoria, che smaschera le nudità umane e crolla, mentre risale quella tristezza blues e nella mente risuonano antichi versi leopardiani: «O patria mia come cadesti o quando da tanta altezza in così basso loco?».

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire