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Un paese spaccato letteralmente in due. Così il Regno Unito si appresta a votare al referendum del 23 giugno sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. La prova è in questa famiglia di Nottingham: due fratelli entrambi imprenditori e residenti nella stessa città voteranno diversamente. Ian vuole restare nell’Unione Europea:“La mia opinione è che la Gran Bretagna debba aprirsi al mondo. Sappiamo che l’Unione Europea ha delle sfide davanti a sè – dice -. Ma il nostro dovere di britannici è quello di contribuire, come sempre, a migliorare l’Europa”. Nigel invece ha in forte antipatia Bruxelles:
“Sta a noi imprenditori creare le condizioni per lavorare bene. Non ho bisogno che Bruxelles mi dica come svolgere la mia attività anche nei minimi dettagli.“

PERCHE’ IL REFERENDUM?
Quando più di tre anni fa il premier conservatore David Cameron promise di tenere un referendum il suo partito soffriva per la concorrenza della formazione di estrema destra e xenofoba UKIP. Impegnarsi per un referendum, il terzo in assoluto nella storia del Regno Unito, il secondo sull’Europa, aveva un grande significato e alla fine ebbe un effetto positivo.
Sheila Lawlor, direttrice centro studi (conservatore e proBrexit) Politeia afferma:“Cameron pensava che avrebbe arrestato la perdita di consensi e in fin dei conti poi vinse le elezioni generali dell’anno scorso contro ogni pronostico.”
Il disagio dei sudditi di Sua Maestà verso Bruxelles è cresciuto negli anni, ed è ora diffuso e intenso. Già nel 1975, appena due anni dopo l’adesione all’allora Comunità Economica Europea, l’elettorato britannico fu chiamato a dire sì o no al progetto di integrazione continentale. Da allora molto è cambiato però.
“Io sono stato un attivista anche nel referendum di 40 anni fa quando tutti i maggiori partiti erano a favore dell’Europa. E’ stato più facile allora. Stavolta è dura, i partiti sono divisi al loro interno. Comunque penso che ce la faremo: resteremo nell’Unione” spiega Nicolas, attivista campagna IN (antiBrexit) mentre Joy, attivista campagna LEAVE (proBrexit) sottolinea:“Se avessi potuto votare nel 75 avrei scelto di aderire al mercato comune di allora. Oggi però ci troviamo di fronte a un mostro politico composto da 28 paesi”
Niente comizi, nessuna traccia di manifesti elettorali, questa campagna elettorale è quasi impercettibile per strada. Comunque vada, questa consultazione rappresenta una preziosa occasione di confronto.
Per il politologo Simon Hix “Questo voto è importante. E’ una chance irripetibile di confrontarsi sull’Unione Europea, su come ci rapportiamo ad essa. Non è solo economia, non è più solo un’unione economica, è anche politica. E quindi discutiamo su quanto siamo europei come popolo. Insomma ci sentiamo Europei o no? O siamo qualcos’altro ancora?”.
Per un attivista della campagna Leave (proBrexit) “è stata un’iniziativa di David Cameron e anche se lui vuole restare nell’UE, almeno ci ha dato l’opportunità di esprimerci. E questo è positivo.”

IMPLICAZIONI POLITICHE
Tim Bale politologo Queen Mary University of London spiega che “l’idea di sovranità in Gran Bretagna è assoluta. O ce l’hai o non ce l’hai. Mentre in Europa si pensa che condividere il potere con altri stati o istituzioni può servire a raggiungere più facilmente certi obiettivi” mentre Vincenzo Scarpetta, analista di Open Europe mette in evidenza come il concetto di sovranità è da comprendere.
“La sovranità britannica è legata al fatto che abbiamo avuto un Impero, che siamo indipendenti e che da mille anni nessuno ci invade. Siamo abituati a decidere tutto da soli – aggiunge Simon Hix, politologo LSE -. Per Germania, Italia o Olanda che sono state invase durante gli ultime conflitti mondiali o hanno avuto guerre civili o conosciuto processi di unificazione nazionale è più facile accettare una sovranità condivisa”.
Più sovranità e meno immigrati sono i motti del fronte pro Brexit più convincenti per i molti cittadini delusi dalla classe politica e senza buone prospettive economiche.
Angus Armstrong, capo economista National Institute of Economic and Social Research, ci fa riflettere sul fatto che “per il Regno Unito, nel suo complesso, è chiaro che l’immigrazione è un bene. È positiva. Nelle aree dove c’è un’elevata concentrazione di stranieri però viene percepita come un fardello.”
Barbara Serra, conduttrice di Al Jazeera, aggiunge:“Quando è iniziata la crisi dell’euro qui sono cominciati ad arrivare moltissimi europei senza arte né parte anche dai paesi ricchi, non solo da quelli poveri”

Per Sheila Lawlor, direttrice centro studi (conservatore e proBrexit) di Politeia, rileva che “abbiamo bisogno di gente ben istruita e professionalmente qualificata. Quello che invece non possiamo permetterci è di continuare ad accogliere un’enorme quantità di gente impreparata, senza un mestiere o che addirittura non parla inglese”.
Uno dei punti “che sento spesso io è perché di dobbiamo prendere l’ennesimo barista italiano e dobbiamo rinunciare magari a un chirurgo indiano? Questa è la chiave di tutto” sottolinea ancora Barbara Serra, conduttrice Al Jazeera.

E se c’è chi vuole lasciare l’Unione Europea nella speranza di fermare l’afflusso indiscriminato di immigrati, d’altro canto c’è una parte del paese, la Scozia, che si oppone fortemente all’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Questo esito proporrebbe nuovamente il tema dell’indipendenza, in particolare se, come appare realistico, oltre il Vallo di Adriano vincerà il voto pro-europeo.
“Penso che Brexit accrescerà la pressione per un altro referendum sull’indipendenza in Scozia. Gran parte della popolazione lì pensa di stare meglio all’interno dell’Unione Europea ed è altrettanto chiaro che il Governo Scozzese del partito nazionalista sta cercando una nuova opportunità di tenere il referendum” spiega Tim Bale, politologo QMUL

In caso di eventuale secessione degli scozzesi nel giro di alcuni anni potrebbero provare a staccarsi da un Regno Unito monco anche gli Irlandesi del Nord e più in là nel tempo persino le regioni agricole e meno sviluppate del Galles e della Cornovaglia, che attualmente ricevono cospicui fondi da Bruxelles.
“Il risultato di questo assurdo azzardo di Brexit potrebbe essere alla fin fine la dissoluzione del Regno Unito” dice Nicolas volontario campagna IN (antiBrexit)

Questo referendum costituisce per diversi politici un’opportunità di rivalsa personale. Soprattutto a destra, sulla scia di quanto sta accadendo in America con Trump, si cerca di aggregare il malcontento contro la classe dirigente, l’insoddisfazione per i salari fermi e l’inquietudine legata all’immigrazione – per farne una piattaforma da cui lanciarsi verso nuovi, personali, traguardi di carriera.
E’ come quando vai in un locale e un amico dice “andiamocene da un’altra parte qui non mi piace” sottolinea un giovane impegnato nella campagna IN (antiBrexit)
Poi te ne vai ma lui in realtà non ha un’alternativa da offrire e si finisce per litigare su dove andare dopo. Beh questa storiella spiega in sintesi la posizione di chi è per il Brexit: non hanno la più pallida idea di che cosa ci potrebbe succedere.
Non c’è un progetto complessivo per il Regno Unito una volta abbandonata l’UE. E’ un salto nel buio di cui pochi si gioverebbero. In un Occidente sempre meno influente, isolarsi ulteriormente non porta a nulla. Anzi la soluzione più praticabile per continuare ad attrarre investimenti e sviluppare nuove tecnologie è spesso quella di fare blocco. L’Unione, che sia Europea o no, fa la forza.

Kent Matthews economista, l’unico economista accademico proBrexit di tutto il Regno Unito oltre a P. Minford, dell’Università di Cardiff dice:“La GB però riceveva di gran lunga la maggiore quantità di investimenti esteri del mondo anglosassone prima di unirsi alla Comunità Europea. Quindi non capisco perché così all’improvviso nel momento di uscirne gli investitori dovrebbero ritirare i loro soldi” mentre per Simon Hix “C’è una specie di rappresentazione romantica della Gran Bretagna come potenza mondiale, forte abbastanza da stare per conto proprio e chiunque critichi questa visione è accusato di essere pessimista e antipatriottico”.
Se è vero che dal punto di vista economico e politico lasciare l’Unione Europea non è conveniente, ciò non vuol dire però che le ragioni di chi vuole uscirne siano solo irrazionali, di pancia. Insomma non è una banale contrapposizione fra persone avvedute e concrete da una parte e idealisti frustrati dall’altra.

LE RAGIONI DI BREXIT
Nel paese che già nel 1215 limitava il potere del re e che nel 1649 tagliava per primo al mondo la testa di un monarca, tutto ciò che è burocrazia, limitazioni alla libertà, regolamenti imposti dall’alto viene mal sopportato.
Bruxelles con la sua pletora di eurocrati, lobbisti e politici viene percepita non solo come un potere illegittimo ma anche come un fastidioso costo aggiuntivo.
Il Regno Unito, rispetto a gran parte dei paesi europei, ha una notevole stabilità politica e una consolidata tradizione partecipativa. Democrazia e Corona gli garantiscono consenso e continuità.

Dice Vincenzo Scarpetta, analista Open Europe:”Per la gran parte dei paesi europei entrare nell’Unione Europea ha un significato ideale importante, i britannici invece ci sono entrati per motivi puramente economici”.

Quando nel 1973 la Gran Bretagna entrò nella Comunità economica europea voleva evitare che la CEE diventasse qualcosa di più di un’area di libero commercio e circolazione di servizi e capitali. Il crollo del Comunismo e la globalizzazione hanno portato alla nascita dell’Euro, all’abolizione dei controlli alle frontiere interne e all’avvio della cooperazione rafforzata in materia di politica estera, giustizia e polizia. Londra si è tenuta fuori da questi sviluppi, pur beneficiandone dal punto di vista economico.
Simona Talani, economista King’s College – University of London afferma:“Al momento sono totalmente sovrani sia nella politica monetaria che in quella fiscale. Stare nell’UE ma fuori dall’euro è solo un vantaggio per la Gran Bretagna”

20 Giugno 2016