Dario Fo a “Soul”: rispondo alla parola di Dio, e ogni tanto ho voglia di telefonare a Franca

Sabato 16 gennaio, alle 12.15 e alle 20.30

 

Nobel prize Dario Fo presents a book on Lucrezia Borgia90 anni, un nuovo libro, Razza di zingaro (Chiare Lettere) la storia di un campione due volte, nello sport, titolo tedesco di boxe, e in umanità. Con dignità e coraggio affronta la morte ad Auschwitz, deportato per l’appartenenza a un popolo “inferiore”.  Raccontare l’orrore della storia davanti a nuovi orrori, per conoscere, perché conoscere permette di distinguere, di capire, di vergognarsi e non ricalcare il Male.

Con Dario Fo si parla di teatro, di cultura popolare, di umili a cui dar voce; si parla del suo grande amore, Franca Rame, della sua commossa stima per San Francesco, cui ha dedicato studi e spettacoli, e per un nuovo Francesco, il papa che l’ha tanto colpito da stupire suo figlio, “mai immaginato che mio padre diventasse papista”.  In un dialogo inedito, Fo apre al mistero, al dialogo magari arrabbiato con Dio, alla speranza per l’anima, dell’eternità.

Ecco alcune anticipazioni dell’intervista rilasciata alla conduttrice di Soul, Monica Mondo.

 

Lei risponde a Dio?

Rispondo a tutto quel che è stato riferito come parola di Dio, anche con le assurdità che contraddicono il Vangelo. Dio dice delle cose sublimi e poi però sembra dire l’o p p osto, parecchie volte. Meglio,quelli che hanno aggiustato la parola di Dio…

Suo figlio ha perfino detto che ora si ritrova un padre papista

Ah, ma non c’è dubbio! Il Papa presente è uno che ha voluto riferirsi a San Francesco conoscendo bene la storia autentica, poi censurata, di Francesco. Bergoglio mi piace perché ha rotto con le tradizioni della Chiesa, con le leggi assolute che prevedono le condanne, i processi…I suoi discorsi sono simili a quelli che San Francesco faceva davanti al suo papa: non sono mica d’accordo di come voi usate della povertà, approfittate dell’aiuto ai disperati. Voi create un potere enorme proprio gestendo la povertà!

Lo zingaro è un uomo che esprime pur nella solitudine e nel non visto un infinita dignità e combatte la follia nazista nel solo modo che sapeva. E non accetta a priori le regole, e poi soprattutto ha una cultura, di questo ci si dimentica. Ci sono dei popoli come il francese e anche lo spagnolo che hanno fatto della vicinanza e soprattutto del convivere con gli zingari la base fondamentale della loro cultura popolare, e hanno addirittura ritrovato la propria cultura grazie a quella degli zingari che dura da secoli.

La paura e il dolore, e il riso per esorcizzarli. A cosa serve ridere?

È soprattutto un atto di intelligenza. Gli antichi, che hanno cominciato a vivere sulla dimensione dell’intelligenza ventimila anni fa, come calcolavano le persone? O i bambini, quando diventavano esseri umani? Quando ridevano. Quando capivano e intuivano un gioco umoristico e sarcastico attraverso il paradosso e l’assurdo. Ridere significa aggiungere qualcosa alla nostra conoscenza e al nostro rispetto per la follia. Starei molto attento a non bruciare il fantastico.

Che può essere meraviglioso o grottesco. Sono corde che lei ha sempre mescolato no?

Certo. Ma soprattutto ti fanno uscire dalla banalità e dal risaputo. Ci arricchiscono del sapere. La chiave fondamentale di tutta la nostra cultura è sempre la favola. Anche Dante Alighieri racconta una favola, racconta delle cose che sono successe, alcune improbabili, e le colora di passione, ironia, rabbia, risentimento, di gioia, di follia. È questo non badare alla precisione storica che fa di questo splendido libro uno dei capolavori dell’umanità.

Lei davvero ha valorizzato, nell’onnipresenza della cultura dei salotti, quella popolare e dei cantastorie. Come ha imparato a raccontare storie, da suo papà, da suo nonno?

Una delle fortune più grande che ho avuto, oltre di aver incontrato Franca, è di essere arrivato in un paese sul Lago Maggiore dove per un fatto strano a un certo punto si forma una comunità si stranieri che fanno i soffiatori di vetro. E loro raccontavano storie. Ogni popolo lo fa, quando si trova isolato dal proprio contesto, soprattutto per ritrovare un aggancio al proprio essere, alla propria vita e cultura. Il racconto è contare, la conta. E qui c’erano tante storie, una dietro l’altra, e io credevo che fossero cose semplici. Ero ragazzino, avevo dieci anni, eravamo sotto il fascismo che cancellava tutto quello che usciva dai canoni. Poi finita la guerra ho scoperto che c’era dentro la cultura greca, indiana, orientale, quella del nord, tenute nascoste, trattate come stracci da pavimenti.

Ma quindi recitare significa reinventare delle storie?

E soprattutto informarsi, tenere in considerazione, studiare le cose che molte volte ci sembrano banali e scoprire che sono alla base fondamentale della nostra cultura.

C’è qualcosa che abbiamo come dono o privilegio nella nostra lingua italiana. Ogni volta che l’abbiamo sentita deformata si nota il suo amore grandissimo, per questo eccezionale strumento che abbiamo?

La cosa incredibile è che questa enorme città, oltre che popolo, dentro il quale noi viviamo, ci regala una quantità di dialetti, di forme minori di lessico che naturalmente gli eruditi disprezzano. Quando ho iniziato a fare ricerche ho trovato grandi pensatori, uomini illustri dal punto di vista non soltanto umano ma culturale, ecco che ho scoperto che senza questa cultura aggiunta noi non avremmo questa lingua stupenda che parliamo. Una lingua che non ha come supporto il dialetto è una lingua povera, media. Quello che mi impressionava era la quantità enorme di forme idiomatiche, di modi, di supporti, di melodie di incantesimo che i dialetti ti procurano.

Il teatro è politica?

Certo che lo è. Si prende carico di cambiare la società, cerca di arricchirla di elementi fondamentali, come la libertà, i diritti umani, il rispetto, e la speranza, quella autentica, di cambiare il mondo. Questa è la politica, e purtroppo i politici ce lo stanno distruggendo questo valore.

Ogni sua azione e parola ha suscitato reazioni entusiastiche o ipercritiche, e su alcune prese di posizione potremmo discutere. Quello che mi ha sempre colpito è la sua passione irrefrenabile per la realtà, per aderire ad essa, per gustarla, per sperimentarla.

Da dove le viene questa passione?

Da una frase che ho imparato da ragazzino, appena ho conosciuto i canoni principali della libertà e della democrazia. Ed era Gramsci che me l’ha insegnata: se non sai da dove vieni, difficile indovinare dove vuoi arrivare. È da scrivere sui muri delle scuole.

Quanto le manca Franca?

Ogni tanto mi ritrovo a dire che voglio telefonare a Franca. Io me la sogno un sacco di volte, a volte polemizziamo. Franca minimizzava l’importanza degli eventi, quelli che ci coinvolgevano. A volte ci arrestavano, ci portavano in questura, ai processi, e Franca diceva non ti preoccupare, è solo teatro. Non dico che Franca facesse di tutto il teatro, ma aveva capito dove sta la menzogna e dove sta la verità.

Come vi siete voluti bene per tanti anni?

La chiave è stata la discussione, non dare tutto per scontato, non permettere alla nostra vita di diventare una routine, una logica consequenziale. Cercare di essere spiritosi almeno con noi, se non si riusciva sempre con il pubblico. Abbiamo messo in scena storie che non facevano parte del nostro costume: la morte nei luoghi di lavoro, la mafia, anche in televisione, e lì molti cittadini hanno per la prima volta scoperto che se ne può parlare.