Roma, 4 settembre – Alle ore 10.30 di oggi,  Papa Francesco ha presieduto, sul sagrato della Basilica
Vaticana, la messa nel corso della quale ha proclamato Beato  papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani (1912-1978).

Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia che il Pontefice ha pronunciato nel corso del solenne
rito 

“Gesù è in cammino verso Gerusalemme e il Vangelo odierno dice che «una folla numerosa
andava con lui» (Lc 14,25). Andare con Lui significa seguirlo, cioè diventare discepoli. Eppure, a
queste persone il Signore fa un discorso poco attraente e molto esigente: non può essere suo discepolo
chi non lo ama più dei propri cari, chi non porta la sua croce, chi non si distacca dai beni terreni (cfr
vv. 26-27.33). Perché Gesù rivolge alla folla tali parole? Qual è il significato dei suoi ammonimenti?
Proviamo a rispondere a questi interrogativi.
Anzitutto, vediamo una folla numerosa, tanta gente, che segue Gesù. Possiamo immaginare
che molti siano stati affascinati dalle sue parole e stupiti dai gesti che ha compiuto; e, quindi, avranno
visto in Lui una speranza per il loro futuro. Che cosa avrebbe fatto un qualunque maestro dell’epoca,
o – possiamo domandarci ancora – cosa farebbe un astuto leader nel vedere che le sue parole e il suo
carisma attirano le folle e aumentano il suo consenso? Capita anche oggi: specialmente nei momenti
di crisi personale e sociale, quando siamo più esposti a sentimenti di rabbia o siamo impauriti da
qualcosa che minaccia il nostro futuro, diventiamo più vulnerabili; e, così, sull’onda dell’emozione,
ci affidiamo a chi con destrezza e furbizia sa cavalcare questa situazione, approfittando delle paure
della società e promettendoci di essere il “salvatore” che risolverà i problemi, mentre in realtà vuole
accrescere il proprio gradimento e il proprio potere, la propria figura, la propria capacità di avere le
cose in pugno.
Il Vangelo ci dice che Gesù non fa così. Lo stile di Dio è diverso. È importante capire lo stile
di Dio, come agisce Dio. Dio agisce secondo uno stile, e lo stile di Dio è diverso da quello di questa
gente, perché Egli non strumentalizza i nostri bisogni, non usa mai le nostre debolezze per accrescere
sé stesso. A Lui, che non vuole sedurci con l’inganno e non vuole distribuire gioie a buon mercato,
non interessano le folle oceaniche. Non ha il culto dei numeri, non cerca il consenso, non è un idolatra
del successo personale. Al contrario, sembra preoccuparsi quando la gente lo segue con euforia e
facili entusiasmi. Così, invece di lasciarsi attrarre dal fascino della popolarità – perché la popolarità
affascina –, chiede a ciascuno di discernere con attenzione le motivazioni per cui lo segue e le
conseguenze che ciò comporta. Tanti di quella folla, infatti, forse seguivano Gesù perché speravano
sarebbe stato un capo che li avrebbe liberati dai nemici, uno che avrebbe conquistato il potere e lo
avrebbe spartito con loro; oppure uno che, facendo miracoli, avrebbe risolto i problemi della fame e
delle malattie. Si può andare dietro al Signore, infatti, per varie ragioni e alcune, dobbiamo
riconoscerlo, sono mondane: dietro una perfetta apparenza religiosa si può nascondere la mera
soddisfazione dei propri bisogni, la ricerca del prestigio personale, il desiderio di avere un ruolo, di
tenere le cose sotto controllo, la brama di occupare spazi e di ottenere privilegi, l’aspirazione a
ricevere riconoscimenti e altro ancora. Questo succede oggi fra i cristiani. Ma questo non è lo stile di
Gesù. E non può essere lo stile del discepolo e della Chiesa. Se qualcuno segue Gesù con questi
interessi personali, ha sbagliato strada.
Il Signore chiede un altro atteggiamento. Seguirlo non significa entrare in una corte o
partecipare a un corteo trionfale, e nemmeno ricevere un’assicurazione sulla vita. Al contrario,
significa anche «portare la croce» (Lc 14,27): come Lui, farsi carico dei pesi propri e dei pesi degli
altri, fare della vita un dono, non un possesso, spenderla imitando l’amore generoso e misericordioso
che Egli ha per noi. Si tratta di scelte che impegnano la totalità dell’esistenza; per questo Gesù
desidera che il discepolo non anteponga nulla a questo amore, neanche gli affetti più cari e i beni più
grandi.
Ma per fare ciò bisogna guardare a Lui più che a noi stessi, imparare l’amore, attingerlo dal
Crocifisso. Lì vediamo quell’amore che si dona fino alla fine, senza misura e senza confini. La misura
dell’amore è amare senza misura. Noi stessi – disse Papa Luciani – «siamo oggetto da parte di Dio di
un amore intramontabile» (Angelus, 10 settembre 1978). Intramontabile: non si eclissa mai dalla
nostra vita, risplende su di noi e illumina anche le notti più oscure. E allora, guardando al Crocifisso,
siamo chiamati all’altezza di quell’amore: a purificarci dalle nostre idee distorte su Dio e dalle nostre
chiusure, ad amare Lui e gli altri, nella Chiesa e nella società, anche coloro che non la pensano come
noi, persino i nemici.
Amare: anche se costa la croce del sacrificio, del silenzio, dell’incomprensione, della
solitudine, dell’essere ostacolati e perseguitati. Amare così, anche a questo prezzo, perché – diceva
ancora il Beato Giovanni Paolo I – se vuoi baciare Gesù crocifisso, «non puoi fare a meno di piegarti
sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore» (Udienza
Generale, 27 settembre 1978). L’amore fino in fondo, con tutte le sue spine: non le cose fatte a metà,
gli accomodamenti o il quieto vivere. Se non puntiamo in alto, se non rischiamo, se ci accontentiamo
di una fede all’acqua di rose, siamo – dice Gesù – come chi vuole costruire una torre ma non calcola
bene i mezzi per farlo; costui, «getta le fondamenta» e poi «non è in grado di finire il lavoro» (v. 29).
Se, per paura di perderci, rinunciamo a donarci, lasciamo le cose incompiute: le relazioni, il lavoro,
le responsabilità che ci sono affidate, i sogni, e anche la fede. E allora finiamo per vivere a metà – e
quanta gente vive a metà, anche noi tante volte abbiamo la tentazione di vivere a metà –, senza fare
mai il passo decisivo – questo significa vivere a metà –, senza decollare, senza rischiare per il bene,
senza impegnarci davvero per gli altri. Gesù ci chiede questo: vivi il Vangelo e vivrai la vita, non a
metà ma fino in fondo. Vivi il Vangelo, vivi la vita, senza compromessi.
Fratelli, sorelle, il nuovo Beato ha vissuto così: nella gioia del Vangelo, senza compromessi,
amando fino alla fine. Egli ha incarnato la povertà del discepolo, che non è solo distaccarsi dai beni
materiali, ma soprattutto vincere la tentazione di mettere il proprio io al centro e cercare la propria
gloria. Al contrario, seguendo l’esempio di Gesù, è stato pastore mite e umile. Considerava sé stesso
come la polvere su cui Dio si era degnato di scrivere (cfr A. Luciani/Giovanni Paolo I, Opera omnia,
Padova 1988, vol. II, 11). Perciò diceva: «Il Signore ha tanto raccomandato: siate umili. Anche se
avete fatto delle grandi cose, dite: siamo servi inutili» (Udienza Generale, 6 settembre 1978).
Con il sorriso Papa Luciani è riuscito a trasmettere la bontà del Signore. È bella una Chiesa
con il volto lieto, il volto sereno, il volto sorridente, una Chiesa che non chiude mai le porte, che non
inasprisce i cuori, che non si lamenta e non cova risentimento, non è arrabbiata, non è insofferente,
non si presenta in modo arcigno, non soffre di nostalgie del passato cadendo nell’indietrismo.
Preghiamo questo nostro padre e fratello, chiediamo che ci ottenga “il sorriso dell’anima”,
quello trasparente, quello che non inganna: il sorriso dell’anima. Chiediamo, con le sue parole, quello
che lui stesso era solito domandare: «Signore, prendimi come sono, con i miei difetti, con le mie
mancanze, ma fammi diventare come tu mi desideri» (Udienza Generale, 13 settembre 1978). Amen.”

 

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